Concerti d’autunno

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Spazio musicale

 

Il programma dei Concerti d’autunno 2014 allinea, in otto serate, direttori e solisti eminenti. Le composizioni che verranno eseguite appartengono prevalentemente al grande repertorio sinfonico. Tuttavia non si è mancato di ricordare, a cento anni dalla nascita, il musicista ticinese Carlo Florindo Semini. Di Bruch, invece del solito concerto per violino e orchestra, si suonerà la Fantasia scozzese, anch’essa per violino e orchestra. Ci sarà poi un concerto, quello conclusivo del 18 dicembre, diretto da Nello Santi, che all’ouverture dell’”Oberon” di Weber e alla sinfonia “Incompiuta” di Schubert farà seguire una fila di pezzi d’opera. Ma la particolarità più notevole del programma consiste nell’accogliere quattro composizioni (tra cui tre sinfonie) di Cajkovskij. A ragione Christian Gilardi, Responsabile musicale dipartimento cultura RSI, in una nota di presentazione, scrive: “… spesso il favore del pubblico si è scontrato con le reazioni tiepide – quando non apertamente ostili – di certa critica militante: musica ritenuta cattiva che però riempiva le sale, che muoveva entusiasmi, che come poche altre piaceva ai musicisti impegnati a suonarla.”  Effettivamente molto tempo è dovuto passare prima che il valore del compositore russo venisse ampiamente riconosciuto. Negli anni quaranta del secolo scorso Gianandrea Gavazzeni deplorava “tutto il dolciastro, il sentimentale, il vacuo di tanta musica di Cajkovskij”. La “Storia della musica” di Franco Abbiati, del 1945, gli dedicò due paginette (a Brahms, per fare un confronto, quindici pagine). Non più generosa fu l’altra storia della musica che nell’immediato dopoguerra andava per la maggiore in Italia, quella di A. Della Corte e G. Pannain, nella quale appaiono pochi elogi e molte riserve. Nessuna delle due opere citate dedica una parola alle tre partiture per balletti, che sono altrettanti capolavori. Nel frattempo le cose sono cambiate. A mio parere Cajkovskij, tra tanti meriti, ebbe quello di scrivere composizioni di alto valore facilmente accessibili ad un pubblico vasto. Dimostrò, come del resto parecchi operisti italiani dell’Ottocento, che arte e successo non sono necessariamente nemici.

“La forza del destino” a Parma

Incontro spesso persone che affermano di voler vedere “La forza del destino” ma non la trovano nei cartelloni dei teatri. Comprendo la loro delusione in quanto quest’opera è un capolavoro degno di stare accanto ai melodrammi migliori di Verdi. Perché allora le sue apparizioni sono così rare? Parecchie spiegazioni si affacciano alla mente. In primo luogo l’opera è lunga e naturalmente maggiore è la durata di uno spettacolo più salgono i costi: un punto importante in tempi di crisi e scarsità di soldi. In secondo luogo i cambiamenti di scena sono numerosi e, ancora una volta, le spese aumentano (va detto però che, con gli allestimenti moderni, i quali tante volte  ignorano le didascalie del libretto, capita frequentemente di vedere opere con un quadro unico da capo a fondo). In terzo luogo occorrono molti cantanti: c’è il solito triangolo soprano-tenore-baritono, laddove però il baritono qui non è il rivale sfortunato bensì un uomo assetato di vendetta. Vanno aggiunti un basso e una mezzosoprano per le parti del Padre Guardiano e di Preziosilla. Infine ci sono tre personaggi, ossia il padre di Leonora, Mastro Trabuco e Fra Melitone, rispettivamente basso, tenore e baritono, la cui importanza va oltre quella di semplici comprimari. Il coro è molto impegnato. E così le spese lievitano ancora. Da ultimo c’è una quarta ragione che ha fatto diventare quasi una rarità gli allestimenti della “Forza del destino”. Sembra che sia difficile reclutare gli interpreti, non per particolari difficoltà tecniche musicali, ma perché è capitato che qualche cantante è morto durante la rappresentazione e di conseguenza coloro i quali non sono esenti da superstizione preferiscono stare alla larga. Tanto più che l’opera è un seguito di disgrazie e colpi di sfortuna – la forza del destino, appunto – e viene guardata con una certa apprensione.

Chi scrive rifiuta simili credenze. In ogni caso formula i migliori auguri ai cantanti che si esibiranno a Parma, dove l’opera è in programma tra il 10 e il 28 ottobre nel quadro del Festival Verdi. Saranno: Simon Lim (Marchese di Calatrava), Virginia Tola (Leonora), Luca Salsi (Don Carlo), Roberto Aronica (Don Alvaro), Chiara Amarù (Preziosilla), Michele Pertusi (Padre Guardiano), Roberto De Candia (Fra Melitone) e Andrea Giovannini (Mastro Trabuco). Dirigerà Jader Bignamini. Suonerà la Filarmonica Arturo Toscanini e canterà il Coro del Teatro Regio di Parma, istruito da Salvo Sgrò. A regia, scene, costumi e luci provvederà Stefano Poda.

“Don Giovanni” a Como

Mozart pensava che la musica, anche quando esprime o descrive cose brutte, deve sempre rimanere musica. Moderazione, equilibrio e trasparenza sono tratti costanti delle sue composizioni. Ciò non gli impedì di penetrare a fondo nell’animo umano nè di dar vita a momenti drammatici impressionanti. D’altro lato gli permise di accogliere in certe opere elementi contrastanti e apparentemente inconciliabili senza forzature e senza contrasti urtanti. Tutto questo Graham Vick, responsabile della regia del “Don Giovanni” andato in scena il 26 settembre a Como, l’ha inteso all’incontrario. Il suo lavoro ha allineato una serie di eccessi plateali e infranto disgustosamente i limiti della decenza e della moralità. Non è stato innovativo ma ha costituito una rassegna dei più triti e facili luoghi comuni delle regie di moda, spesso imperniate su una volgare sessualità.

Per quanto concerne l’interpretazione musicale faccio qualche riserva sulla direzione di José Luis Gomez-Rios, il quale ha messo in campo il massimo impegno, non sempre però con esiti felici, anche per una certa tendenza a eccedere nelle sottigliezze e nelle sfumature. In molti punti ha filigranato i disegni dei violini in misura tale da nuocere alla chiarezza del tessuto orchestrale (ad esempio nel “molto allegro” dell’ouverture). Per il resto sono da fare quasi esclusivamente annotazioni positive. Gezim Myshketa, grazie a una voce ampia, rotonda e piena, da autentico seduttore, ha dato vita a un Don Giovanni ideale. Tra l’altro ha brillato come cantante e come attore nell’aria dello Champagne (o, per l’occasione, della cocaina). Grande merito di questo allestimento dell’opera è stato quello di aver messo in valore il Commendatore, un personaggio che appare solo all’inizio e alla fine, ma che incombe su tutta la vicenda e ne determina la conclusione. Costituisce una parte non comprimaria ma di importanza fondamentale. Mentre troppo spesso si ricorre a un cantante di secondo piano, a Como è stato scritturato, con Mariano Buccino, un interprete di qualità eccezionali. Così l’episodio della cena con il convitato di pietra, per merito dei due bassi, è stato vissuto in tutta la sua sconvolgente drammaticità. Belle voci e ottima preparazione hanno mostrato le interpreti femminili: Federica Lombardi (Elvira), Valentina Teresa Mastrangelo (Anna) e Alessia Nadin (Zerlina), tre nomi da ricordare. Non altrettanto pregevoli, ma pur sempre dignitose, sono state le prestazioni di Giovanni Sebastiano Sala (Don Ottavio), Andrea Concetti (Leporello) e Riccardo Fassi (Masetto).

La celebrità del regista ha fatto convergere al Teatro Sociale di Como un pubblico numerosissimo e d’una eleganza da grande occasione, quale da parecchi anni non si vedeva più. Applausi intensi, anche se non travolgenti, e alcune (poche) contestazioni all’indirizzo del regista.

 

Carlo Rezzonico

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