Concerti a Lugano e Mendrisio – Balletto a Chiasso

Dic 14 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 143 Views • Commenti disabilitati su Concerti a Lugano e Mendrisio – Balletto a Chiasso

Spazio musicale

La serata del 6 dicembre al LAC, con l’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Markus Poschner, ha aggiunto un altro splendido anello alla catena di grandi avvenimenti musicali offerti da Lugano nella stagione corrente.

Si è cominciato con il Concerto per violino e orchestra numero 1 di Sostakovic. Il primo tempo è essenzialmente un lungo discorso del solista al di fuori di ogni regola formale. Assomiglia a un girovagare senza meta. Vi trova espressione una tristezza che sembra aver distrutto nell’uomo ogni residuo di volontà e ogni capacità di coordinare le idee. Parlerei di desolazione pura. Pochi e brevi sono i momenti appassionati. Il “morendo” finale non è che la logica conseguenza di questo percorso. Sempre triste, ma con un atteggiamento diverso nei confronti delle avversità, è invece il terzo tempo. Qui in certi passaggi il solista riporta desolazione, ad esempio all’inizio, quando svolge un discorso intensamente doloroso, oppure verso la fine del tempo, dove geme producendo note ribattute su pizzicati degli archi. Ma, specialmente nella parte centrale, la sua voce si innalza decisamente e si muove con fervore in zona acuta. La lunga cadenza, pur esigendo dal violinista o dalla violinista capacità tecniche fuori del comune, non mira solo a stupire l’ascoltatore con una esibizione di bravura, ma sottomette il virtuosismo alle esigenze di una espressione tesa, a denti stretti, perfino straziante. Ai due tempi di impronta prevalentemente angosciosa, che rivelano il senso di oppressione provato dai veri artisti russi nell’epoca staliniana, Sostakovic ne alterna due di carattere opposto. Il primo di essi, designato “scherzo”, è nervoso, aggressivo, diabolico, a volte beffardo, come una reazione rabbiosa alle condizioni sconfortanti di quei tempi. Il secondo invece è tutto umorismo, e della specie migliore, grande risultato di una fantasia scatenata e in gran forma.

Nel concerto del 6 dicembre la parte solistica era nelle mani di Viktoria Mullova, che ne ha dato una lettura pienamente all’altezza della sua fama. Il dominio tecnico totale dello strumento le consente di affrontare senza sforzo apparente tutte le difficoltà di cui è irta la partitura. Evita, non solo nel modo di presentarsi, ma anche nel suonare, ogni forma di esibizionismo. Sa cogliere i valori della composizione eseguita con grande acume, ma anche mantenendo una compostezza e un equilibrio che ne fanno una vera signora del violino e una interprete profonda. Accattivante la bellezza della sua cavata. Naturalmente è stata subissata di applausi.

Nella seconda parte della serata abbiamo ascoltato la sesta sinfonia di Cajkovskij, un capolavoro sconvolgente, sia per la sua genesi sia per i suoi contenuti. Venne scritto con grande rapidità, come se il compositore fosse in preda a uno stato di urgenza creativa, ebbe il titolo di “sinfonia a programma”, poi modificato in “patetica”, e fu eseguito per la prima volta il 28 ottobre 1893, nove giorni prima del decesso di Cajkovskij. Quanto ai contenuti, va sottolineata la loro densità e intensità, con risultati artistici altissimi: si pensi al sordo e minaccioso avanzare del fagotto all’inizio, al divincolarsi delle viole, dei violoncelli e dei legni nell’ “allegro non troppo”, alla melodia sinuosa e solo apparentemente tranquilla che compare nell”andante” ma soprattutto, saltando all’ultimo tempo, all’impressionante descrizione della morte di un uomo. Il direttore e l’orchestra hanno dato una nuova prova di valore eseguendo la sinfonia in modo accuratissimo e tale da conferire ampio e giusto rilievo ai suoi immensi pregi.

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La maggior parte delle persone presenti alla mattinata del 18 novembre nella Sala Musica nel Mendrisiotto presso il Museo d’arte di Mendrisio ha ascoltato per la prima volta parecchi dei brani in programma. I compositori erano Debussy, Fauré, Hahn, Skrjabin, Glinka e Caikovskij. Tutte le composizioni hanno rivelato bellezze non trascurabili, sia nella parte vocale sia nell’accompagnamento pianistico, e mi hanno suggerito la riflessione che espongo ora. Spesso si notano nella storia della musica dei cicli curiosi. Musiche legate strettamente al gusto di un’epoca (nel caso del concerto di cui sto parlando le romanze da camera tra Ottocento e Novecento) furoreggiano nel tempo in cui vedono la luce ma successivamente vengono criticate, per non dire disprezzate, come prodotti scadenti di una moda passata e dimenticate per lunghi anni. Arriva però il giorno in cui qualcuno decide di farle conoscere, quasi per curiosità o per documentare le preferenze e, per così dire, i vizi estetici di generazioni precedenti: e qui giunge spesso la sorpresa di scoprire che parecchi di quei lavori, ascoltati in una nuova prospettiva temporale, non sono per nulla disdicevoli e rivelano valori insospettati. Ad esempio le opere di Massenet, amate quando fecero la loro comparsa sui palcoscenici, vennero poi considerate come lo specchio di un gusto superato e vennero escluse, a parte le solite “Manon” e il solito “Werther”, dal grande repertorio. Ma forse sta per cominciare la terza fase del ciclo che ho tratteggiato sopra e l’interesse dei critici e del pubblico si sta appuntando anche su lavori degni di miglior sorte come, per citarne due, “Hérodiade” e “Thais”. Anche Puccini andò soggetto, specialmente per quanto concerne la critica, a oscillazioni del genere. E così, almeno spero, sta succedendo per le romanze da camera della cosiddetta “Belle Epoque”: piacerebbe che concerti come quello di Musica nel Mendrisiotto si inseriscano in una fase di generale rivalutazione.

Quanto alle esecuzioni sono da elogiare vivamente la soprano Elena Bakanova (voce larga, solida, con vibrato intenso, qualità che la cantante ha saputo utilizzare per interpretazioni ricche di temperamento ed espressione, ma anche in certi passaggi dolci e raffinati) e il pianista Raffaele Mascolo (sempre attento ad assecondare nel migliore dei modi la cantante, ma capace anche di mettere in valore i non pochi pregi dell’accompagnamento). Stranamente poco pubblico per una manifestazione che meritava di più. In ogni caso gli applausi hanno chiaramente mostrato la soddisfazione di chi è venuto.

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La vicenda dello “Schiaccianoci”, su musica di Caikovskij, è semplicissima, si svolge la vigilia di Natale tra pacchi dono e confetti, ha per protagonista una bambina e si addentra in un sogno con finale zuccherato. Queste caratteristiche hanno generato un equivoco in quanto molti vedono il balletto come una favoletta infantile senza pensare che in realtà esso costituisce, tanto nella musica quanto nella coreografia tradizionale, un grande capolavoro artistico. Tuttavia, anche a volerlo considerare nei limiti di un ingenuo racconto, ha una sua ragion d’essere perché colpisce piacevolmente la fantasia dei piccoli e magari suscita in loro un interesse per la danza. Non stupisce dunque che, avvicinandosi le Feste, molti teatri sui cinque continenti lo allestiscano, in alcune grandi città per lunghissime serie di rappresentazioni (sempre a sala esaurita).

Quest’anno anche il Cinema Teatro di Chiasso lo ha mandato in scena, avvalendosi del “Balletto di Milano”, in una versione che ha seguito abbastanza fedelmente la vicenda tradizionale, rinunciando alla moda di immettervi significati, allusioni oscure, misteri e inquietudini di cui gli autori della musica e della coreografia originale mai sognarono. Così il balletto ci è stato consegnato nella semplicità e nel candore che gli appartengono e dando rilievo sia agli aspetti che lo rendono attraente al pubblico dei giovanissimi sia ai valori artistici apprezzati da chi giovanissimo non è più.

Come Clara (questo è il nome della bambina protagonista) Marta Orsi si è rivelata una ballerina valida e completa: nel passo a due finale ha danzato la sua variazione con precisione tecnica, distinzione ed eleganza ma poi, giunta alla coda, ha fatto emergere anche notevoli capacità virtuosistiche, soprattutto con una serie di giri, alcuni dei quali doppi, a grande velocità. Federico Mella è stato un Principe lodevole; anche lui, nella coda del passo a due finale, ha sfoderato grandi energie in vigorosi “tours à la seconde”. Da ultimo cito Alessandro Orlando, fortemente impegnato in quanto il personaggio affidatogli, quello di Drosselmeyer, è stato una specie di regista della storia, quasi sempre presente, al punto da interferire in alcuni duetti di Clara e del Principe, a volte con effetti suggestivi, come nei passaggi in cui ha lanciato in alto la ballerina per farla ricevere tra le braccia del Principe. Anche da parte dell’Orlando è venuto un contributo valido alla riuscita dello spettacolo. Bravi tutti gli altri ballerini e ballerine, generalmente buona la coreografia di Federico Veratti, dimesse ma appropriate le scene di Marco Pesta. Pubblico numeroso, applausi vivissimi e lunghi.

“Voix humaine” e “Cavalleria” a Como

Tra “Voix humaine” di Poulenc e “Cavalleria rusticana” di Mascagni, le due opere abbinate per il quarto spettacolo della stagione lirica del Teatro Sociale di Como, l’unica analogia consiste nel fatto che in entrambe viene presentata una donna abbandonata dall’amante. La prima si riduce a una lunga conversazione telefonica di cui lo spettatore sente soltanto le parole della donna e deve immaginare quelle dell’uomo che sta dall’altra parte del filo. Evidentemente un’opera simile è sopportabile solo in presenza di una grande interprete per l’unico personaggio. A Como, con Anna Caterina Antonacci, questa condizione era soddisfatta. La cantante ha saputo cogliere e manifestare, non soltanto con i gesti ma anche con l’espressione del viso, tutti i moti interiori di una donna psicologicamente lacerata. La regia di Emma Dante ha tentato di infondere maggior vita nello spettacolo facendo apparire come personaggi muti le figure che via via attraversavano la mente della donna, la quale spesso abbandonava l’apparecchio telefonico pur continuando a parlare: idee originali, ma che hanno avuto anche un effetto dispersivo.

Poi “Cavalleria rusticana”. Se dovessi sintetizzare in poche parole le caratteristiche di questa edizione del capolavoro di Mascagni direi che tanto la direzione musicale di Francesco Cilluffo quanto la regia di Emma Dante ne hanno messo in risalto soprattutto gli aspetti foschi. Così abbiamo ascoltato una versione dello strumentale stringata, asciutta, tirata a liscio, dove i bassi dell’orchestra hanno svolto una funzione particolarmente importante sottolineando gli aspetti più ombrosi e sinistramente allusivi dell’opera con prestazioni semplicemente magistrali. Dal canto suo la regista ha avvolto lo spettacolo in una atmosfera cupa, alla quale hanno contribuito anche scene e costumi prevalentemente neri. Importanti, in questa concezione, ma discutibili, sono stati, con la loro crudezza, gli episodi di via della croce. Per il resto loderei la conduzione dei personaggi ma non alcune banalità (le bandierine colorate agitate dal coro) nè lo strano impianto scenico.

Indubbiamente la lettura del direttore musicale e, con parecchie riserve, l’impostazione della regista hanno messo in evidenza uno degli elementi fondamentali dell’opera, quello truce, e lo hanno fatto con coerenza. Ma sono andati in parte persi gli slanci veristici mentre la meravigliosa poesia primaverile dell’inizio è svanita. Qui osservo che proprio la delicatezza della natura in risveglio, l’incanto pasquale e le espressioni di gioia non costituiscono elementi estranei all’opera ma servono, per contrasto, a rendere ancor più raccapriccianti gli episodi tragici, che prima percorrono la vicenda in modo allusivo e sotterraneo e alla fine esplodono nell’omicidio.

Dell’accurata interpretazione musicale del Cilluffo ho già detto. Merita però ancora un cenno speciale l’esecuzione dell’intermezzo, raffinatissima e dolcissima, pervasa più di tristezza che di luce pasquale. In scena, per le parti principali, tre cantanti assai notevoli: Teresa Romano è stata una Santuzza toccante, Angelo Villari, grazie a una voce forte, incisiva, squillante, da autentico tenore lirico spinto (sorvolo su qualche difetto di intonazione nel brano fuori scena dell’inizio), ha dato vita in modo più che convincente a Turiddu, infine il baritono Mansoo Kim, dotato di mezzi robusti e di ottima qualità, si è distinto a sua volta con una prestazione di primo ordine nei panni di Alfio. Splendido il coro istruito da Diego Maccagnola. Come di solito inappuntabile l’orchestra I pomeriggi musicali.

 

Carlo Rezzonico

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