Colpevole rassegnazione

Giu 25 • L'opinione • 1139 Visite • Nessun commento su Colpevole rassegnazione

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Mai come negli ultimi anni si levano voci contro le decisioni della Berna federale, mai come negli ultimi anni il popolo ha fatto uso dei suoi strumenti democratici per contrastarle. Complice forse un po’ la crisi, che fa sentire molto più pesantemente le nefaste conseguenze di una politica sempre più orientata verso l’estero, anche l’uomo della strada percepisce che, se le cose vanno per lui peggio di quando la Svizzera era governata da autorità fiere e orgogliose del “Sonderfall Schweiz” – e quindi tendenzialmente conservatrici – le ragioni non possono essere semplicemente attribuite a un fato malefico, bensì a decisioni politiche a dir poco sconsiderate.

Qualche esempio? Alla famiglia che vieppiù sta perdendo posti di lavoro – dapprima il genitore, poi qualche figlio – a favore di stranieri meno costosi per il datore di lavoro, si va a dire che la libera circolazione delle persone con l’UE ha portato grandi vantaggi alla nostra economia, che ha creato nuovi posti di lavoro. Già, ma cosa gliene frega al disoccupato indigeno della creazione di nuovi impieghi andati però, chissà perché, a dei frontalieri! Mi si dirà che, dopotutto, gli accordi bilaterali – e quindi la libera circolazione delle persone – sono stati approvati dal popolo. Sì, ma da un popolo la cui maggioranza s’è fidata delle false promesse dei suoi governanti. Avrebbe fatto bene invece a credere a chi diceva che un buon contratto non necessita di misure accompagnatorie per mitigarne gli effetti, se ne ha bisogno è perché non è un buon contratto. L’UE non ne ha avuto bisogno, chissà perché?
Un altro esempio è costituito dagli accordi fiscali con i vari Stati esteri, contro il quale è stato lanciato il referendum. Secondo tale accordo la Svizzera – ed è una primizia a livello mondiale – fa da esattore delle tasse per dei governi stranieri, addirittura ne anticipa l’incasso sborsando qualche miliardo che, se le cose vanno male, diventano a fondo perso, e permette a degli ispettori stranieri di venire a verificare in loco che l’accordo sia rigorosamente applicato. Non solo ma, annualmente, le banche svizzere devono fornire alle autorità fiscali straniere un certo numero di nominativi di clienti, evitando così (forse) che dette autorità si mettano a ricettare a suon di milioni dei dati bancari rubati da impiegati fedifraghi.

In campo sociale – ma dovrei dire campo assistenziale – si assiste al festival dell’abuso, con una magnanimità verso i truffatori in netto contrasto con la rigorosità con cui si trattano i veri bisognosi. Con la scusa della libera circolazione delle persone che parifica il cittadino svizzero a quello degli Stati UE, a uno straniero che abbia pagato i contributi per un anno all’assicurazione disoccupazione del suo paese d’origine, al secondo giorno di lavoro in Svizzera gli si dà il diritto di usufruire delle prestazioni dell’analoga assicurazione elvetica che, notoriamente, è decisamente ben più generosa delle sue colleghe estere. In compenso, al pensionato svizzero che chiede un aiuto complementare all’AVS per tirare a campare fino a fine mese, si impone di vendere la vecchia casa di famiglia nel nucleo del paese, perché oltrepassa di qualche centinaio di franchi la soglia di reddito dante diritto a questa prestazione.
Ma quello che preoccupa di più, è la rassegnazione – e in certi casi la colpevole volontà – a perdere progressivamente tutti quei valori che hanno fatto della Svizzera un piccolo GRANDE paese, a favore di quella mediocrità presente ormai in tutti gli Stati che ci circondano, al motto “Siamo anche noi come gli altri! Urrà, Urrà!”. Un motto decisamente più facile da mantenere che non i presupposti del “Sonderfall”, ma purtroppo insano e pericoloso.

In un interessante articolo nel CdT, l’ex deputata in Gran Consiglio Iris Canonica, parla giustamente del “modello di società (quello svizzero) che finora ha generato una diffusa prosperità, e un rapporto fra Stato e cittadino che contengono dei valori importanti e un marchio, anche culturale, del nostro paese”.
Tutto questo ce lo stanno svendendo, e nemmeno per un interesse particolare dell’economia, bensì per pura e semplice viltà.
Intendiamoci, la nostra economia (e non quella degli altri) è quella che ci dà da mangiare – sotto forma di posti di lavoro – e dobbiamo fare tutto il possibile per facilitarle il compito. In contropartita è però necessario che continui a dar da mangiare a noi (Svizzeri e residenti in Svizzera) prioritariamente rispetto alla manodopera estera, in particolare frontaliera. Altrimenti non è più la NOSTRA economia, e che cresca o no, ci interessa molto, ma molto meno. E facilitarle l’esistenza per finire in disoccupazione affinché le aziende possano impiegare personale frontaliero, non dovrebbe rientrare fra le priorità politiche del paese, per lo meno dal punto di vista del personale dipendente che è, ricordiamolo bene, la maggioranza della cittadinanza votante.

Trovare il giusto equilibrio fra datori di lavoro e dipendenti non è facile, ma una volta aiutava la condivisione dei valori tradizionali, l’orgoglio di appartenere a un paese privilegiato sia civilmente che finanziariamente, un’immagine della Svizzera “Sonderfall” alla costruzione e al mantenimento della quale tutti eravamo fieri di contribuire.
Magari non tutti gli episodi del periodo bellico erano particolarmente edificanti, lo sapevamo, ma ci era di conforto sapere che, tutto sommato, rispetto a quelli degli altri paesi i nostri peccati erano ridotti al minimo indispensabile, oltre che compensati dai buoni servizi resi dal nostro paese all’estero e alle organizzazioni internazionali.
Ma no, sempre cedendo pusillanimemente alle pressioni degli Americani – che, visto il pronto cedimento, non mancheranno più da quel momento di alzare il tiro, sapendo di avere di fronte un interlocutore in preda a “diarrea da terrore” che cede anche alle richieste più assurde – abbiamo non solo fatto chiarezza sui fondi ebraici (cosa peraltro lodevole, se non fosse che sarebbe interessante sapere quanti dei miliardi sborsati dalle nostre banche sono effettivamente e in che misura arrivati nelle mani degli aventi diritto), ma ci siamo sentiti in dovere di creare la “commissione Bergier”. Questa, facendo astrazione della situazione in cui si trovava il Consiglio federale durante la seconda guerra mondiale, ha indicato al pubblico ludibrio dei comportamenti e delle decisioni che, tutto sommato, salvarono la popolazione svizzera dagli orrori del conflitto.
È strano, come questi atteggiamenti masochistici siano nati – o siano stati coltivati ad arte – nel nostro paese, da parte di Svizzeri che non esito a chiamare quinte colonne, mentre che tutti gli altri Stati non ci chiedevano nulla (salvo i soldi, quelli sono l’unica cosa che li interessava e che, del resto, li interessa oggi) anzi, normalmente ci invidiavano per il nostro benessere, per la pace sociale, per l’ordine e la sicurezza regnanti nel paese. Tutti valori che incontestabilmente stiamo sacrificando sull’altare dell’internazionalismo, soprattutto a causa di politici convinti di non avere alternative alla rassegnazione.

Una volta, in servizio militare ci dicevano: “La svizzera non deve combattere il nemico, bensì le forze che il nemico è disposto a schierare contro di noi”. I moderni politici della Berna si sono fermati alle prime cinque parole: “La Svizzera non deve combattere”.

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