Climatocrazia

Giu 16 • L'opinione, Prima Pagina • 161 Visite • Commenti disabilitati su Climatocrazia

Roger Köppel
Capo-Redattore della Weltwoche

La fregatura del clima tramata dietro le quinte a Parigi smascherata – una buona cosa.

I Maya, un popolo indio dell’America centrale, scomparso all’inizio dei tempi moderni a causa della persistente siccità dovuta all’innalzamento della temperatura, veneravano il Dio Sole con assiduità e grande rigore. Non so come i Maya chiamassero la loro divinità, ma le sacrificavano animali ed esseri viventi perché gli stregoni raccontavano loro che era il solo modo di placare la collera del sole.

I poveri Maya non sapevano se i loro sacrifici sarebbero piaciuti al loro Dio, ma li praticarono onorandolo fino alla loro sparizione. Sarebbe probabilmente stato più intelligente investire le loro risorse in una riforma dei loro metodi di cultura.

Eccoci tornati oggi a una situazione simile. Il sole è diventato cattivo e riscalda l’atmosfera.

Gli uomini interrogano i propri stregoni, i quali raccomandano loro, con minacce, nuovi sacrifici. Questa volta non sacrifici umani o di animali, ma di denaro e prosperità. S’impongono mortificazione e rinuncia. Anche i contemporanei non sanno se le loro offerte piaceranno agli dei del sole ma, fidandosi dei loro stregoni, sperano che finiranno per dare i loro frutti presto o tardi, forse fra cent’anni.

La politica climatica è un vudù, una religione solare, un pensiero magico, una sorta di commercio delle indulgenze che permette a più d’uno di trarne profitto. Credere che l’umanità possa controllare la temperatura media del pianeta mediante un’azione concertata durante congressi e conferenze è talmente folle da divenire quasi affascinante. Queste stesse persone che tentano invano di frenare l’indebitamento pubblico, si presentano a legioni ai microfoni, ogni volta che hanno la possibilità di raccontare alla gente come limitare il presunto innalzamento mondiale della temperatura con i loro concetti. Hanno finalmente una frontiera che sono capaci di controllare.

L’accordo di Parigi sul clima, per quanto mi sia dato di coglierne la portata, è una fregatura. È stato “venduto” dai suoi promotori come ultimo tentativo per salvare il pianeta. Quanto deciso a Parigi sarebbe d’importanza capitale per l’umanità, hanno esultato i giornali. Sarebbe un atto politico di altissimo livello: la bozza della soluzione di un problema vitale, nel quale ogni cittadino di questo pianeta avrebbe un interesse particolare. Dove sta la fregatura? Essa risiede nel fatto che i promotori di “Parigi” hanno costruito il loro accordo in modo tale da impedire per sempre qualsiasi voto al proposito in un qualunque paese. La salute dell’umanità viene decisa facendo a meno della sua opinione.

Beninteso, c’erano delle scuse. Si è detto che l’accordo non sarebbe mai passato se fosse stato etichettato come un trattato ufficiale accompagnato da sanzioni. Tutte le misure sarebbero volontarie, altrimenti si sarebbe dovuto presentare l’accordo ai parlamenti. Meglio evitarlo. I salvatori del clima attorno al presidente americano Barack Obama hanno ritenuto il clima troppo importante per lasciarlo nelle mani della democrazia.

Perché, dunque? Se il controllo del clima fosse così importante, magnetizzerebbe politicamente le folle. Perché sottrarre all’opinione della gente ciò che deve interessarle con la massima urgenza e che, se è davvero così, l’interesserà? Questo strano comportamento autorizza solo due interpretazioni. O queste personalità politiche non credono alla loro politica climatica, oppure non sono dei democratici, bensì dei dittatori, più precisamente dei climatocrati che vogliono imporre le loro visioni ai cittadini, dall’alto e senza consultarli democraticamente, come un tempo facevano i comunisti e altri detentori del potere in regimi totalitari. Ambedue le teorie sono probabilmente giuste.

Adesso si sente spesso dire che l’accordo di Parigi sul clima era anodino, perché non vincolava con la firma dei suoi sottoscrittori, che aveva piuttosto un carattere simbolico e che vi si doveva vedere più un segnale che una politica concreta. Dare fede a questi argomenti significa cadere nella trappola dei climatocrati. Quest’accordo è pericoloso perché è in qualche modo sospeso in un vuoto democratico fra responsabilità morale e giuridica, al di sopra dello Stato di diritto. È un non-trattato, che si vuole far passare a forza di cambiamenti di comportamento e di misure politiche ma, naturalmente, senza che i cittadini possano dire la loro.

E non è così anodino. In Svizzera, per esempio, l’accordo “non vincolante” di Parigi sul clima serve già a giustificare in maniera molto vincolante una strategia energetica che costerà fino al 2050 circa 200 miliardi di franchi svizzeri e che stravolgerà l’approvvigionamento energetico – intervenendo massicciamente sulla vita privata. I salvatori del clima aggirano così la democrazia: essi creano, durante le loro conferenze internazionali, uno pseudo-diritto che utilizzano nel proprio paese come mezzo di pressione per far passare le leggi desiderate.

Il ritiro di Trump da questo non-trattato, che di fatto lo è, è un atto di onestà. L‘ondata di odio mondiale con cui è da allora confrontato non fa che dimostrare a che punto la religione climatica antidemocratica si sia diffusa nelle redazioni e nei partiti. Potenti gruppi d’interesse temono già di perdere il denaro e l’influenza che procurerà loro l’accordo sul clima così non vincolante.

Il colmo dell’ipocrisia consiste ora nel rimproverare a Trump di esserne uscito, quando un tacito non-rispetto dell’accordo sarebbe stato possibile e sufficiente. Tutta la disonestà di questa fregatura del clima tramata a Parigi è smascherata da tali consigli: la posta in gioco non è il clima, bensì il mantenimento della faccia di una comunità mondiale d’idee che riempie le proprie tasche e quelle dei suoi beneficiari nel mondo degli affari, della ricerca e della società. Le maschere cadono. La fregatura è rivelata. In Svizzera, la presidente della Confederazione Doris Leuthard, costituisce la splendente figura di spicco di questa sospetta climatocrazia, nemica della democrazia e della prosperità, sostenuta dall’inesauribile applauso dei media.

Non sono certamente contrario alla protezione dell’ambiente e alle energie pulite, ma sono contro il fatto di organizzare una sorta di ambientalismo alle nostre spalle, con accordi menzogneri “non vincolanti” che finiscono per creare un sistema di prebende, regolamentazioni e privilegi che la gente deve pagare senza mai essere stata chiamata a esprimere la propria opinione. Grazie a Trump, tutto il mondo ha finito per parlarne. È una buona cosa.

 

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