Churchill o Chamberlain?

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Eros N. Mellini Segretario cantonale UDC Ticino

Eros N. Mellini
Segretario cantonale UDC Ticino

Articolo pubblicato nel Corriere del Ticino del 2 luglio 2016

Se Neville Chamberlain – Primo ministro britannico dal 1937 al 1940 – fosse vissuto ai giorni nostri, sarebbe stato probabilmente a capo della campagna per “Remain”. Esattamente al contrario di Winston Churchill che, come in occasione dell’accordo di Monaco del 1938, avrebbe verosimilmente posto l’onore e l’indipendenza nazionale al di sopra delle illusioni a breve termine di mantenere una situazione di (presunto) vantaggio economico. Adattando ai tempi nostri una famosa frase del grande uomo politico del passato (Churchill, non Chamberlain), in caso di “Remain”, avrebbe probabilmente detto: «Dovevate scegliere fra la schiavitù e il disonore. Avete scelto il disonore e avrete la schiavitù».

Il contesto è ovviamente diverso – non fosse per il fatto che allora ci si trovava di fronte al pericolo di un conflitto armato, mentre oggi il disegno egemonico, della Germania in particolare, si sta più subdolamente realizzando mediante pressioni economiche – ma il riferimento ci sta tutto per ciò che riguarda l’atteggiamento assunto dai due fronti. Ingoiare una non indifferente quantità di rospi al fine di salvaguardare un vantaggio economico, oppure reagire con coraggio e rifiutare un compromesso che aveva raggiunto ormai il livello di prostituzione? Un vantaggio economico peraltro riservato solo a una élite privilegiata che dell’economia tira i fili, ma di cui il popolo non riesce ottenere che, saltuariamente, delle briciole. Avendo in un referendum la parola il popolo – per la rabbia dei cattivi perdenti che, come al solito, dimostrano di avere una visione del tutto personale della democrazia – il successo di Brexit, seppure incerto fino all’ultimo, è tutto sommato naturale.

Una sana democrazia vorrebbe ora che tutti – vincitori e sconfitti – remassero insieme per affrontare con successo i rischi e le nuove sfide che questa scelta ha creato e creerà. Purtroppo, chi assumerà le redini di questa nuova situazione non dovrà affrontare solo detti rischi, bensì dovrà simultaneamente combattere degli avversari interni che, pur di dimostrare che “avevamo ragione noi”, non esiteranno a schierarsi con quelli esterni sollevando ostacoli e ponendo bastoni fra le ruote. Ma l’Inghilterra è una grande nazione, lo ha ampiamente dimostrato in passato, e sono convinto che saprà uscire con successo dal periodo d’incertezza che, per forza di cose, farà seguito alla decisione epocale presa.

Purtroppo, l’atteggiamento servile, arrendevole, ma soprattutto pusillanime, “alla Chamberlain” (o del suo omologo francese Daladier) è quello scelto anche da chi governa la Svizzera. Il Consiglio federale e una maggioranza del Parlamento non hanno infatti mancato una singola occasione, negli ultimi decenni, per dimostrarlo. Facendo digerire al popolo – spesso mediante spudorate menzogne come la presunta irrilevanza dei costi di Schengen/Dublino (7 o 8 mio. Franchi, rivelatisi poi oltre 100) o l’altrettanto irrilevante impatto della libera circolazione delle persone sull’immigrazione (al massimo 8 o 10’000 immigranti in più, diceva il Consiglio federale; oggi sono quasi 80’000 l’anno) – dei trattati internazionali bilaterali ma, in parecchi casi, di interesse unilaterale per l’UE, hanno vieppiù svenduto la nostra sovranità mettendoci di fatto in una situazione di sudditanza. E la storia sembra continuare anche dopo la recente lezione impartita all’Europa dalla Gran Bretagna. Invece di prenderla come un salutare stimolo a rivendicare la nostra libertà di decidere, adottando una norma costituzionale approvata democraticamente da popolo e cantoni – una norma di politica esclusivamente interna, sia ben chiaro – la Berna federale recrimina sul fatto che, con Brexit, l’UE avrà meno tempo di negoziare con la Svizzera, e che quindi l’applicazione dell’articolo costituzionale subirà ulteriori ritardi. Neanche Chamberlain avrebbe saputo essere più patetico.

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