Christoph Blocher – Discorso dell’Albisgüetli del 17 gennaio 2014

Gen 26 • Dall'UDC, Dalla Svizzera • 911 Visite • Commenti disabilitati su Christoph Blocher – Discorso dell’Albisgüetli del 17 gennaio 2014

Christoph Blocher, Consigliere nazionale UDC

Christoph Blocher, Consigliere nazionale UDC

 

Signor Presidente,

Signor Presidente della Confederazione,

Signor Consigliere federale,

Signor Presidente di UDC Svizzera,

Signor Consigliere di Stato,

Signor Consigliere agli Stati,

Signor Presidente dei deputati in Gran Consiglio,

Signore e signori consiglieri nazionali di parecchi cantoni svizzeri,

Signore e signori deputati in Gran Consiglio di parecchi cantoni,

Signore e signori sindaci e consiglieri comunali,

Signore e signori giudici federali, giudici cantonali, giudici distrettuali e procuratori,

Signori divisionari e brigadieri,

Cari membri, amici e ospiti dell’UDC del canton Zurigo,

Signore e Signori,

 

 

I.            Lo spirito dell’Albisgüetli

Al più tardi dopo le note della marcia dei cavalieri di Fehrbellin, ribattezzata da tempo “Marcia dell’UDC zurighese”, quando le luci e il livello sonoro delle conversazioni cominciano ad attenuarsi nella sala, molti di noi lo sentono questo spirito dell’Albisgüetli, tanto spesso descritto e discusso, tanto vantato e tanto vilipeso. In cosa consiste questo spirito dell’Albisgüetli?

Cosa ha di particolare questo congessso dell’Albisgüetli?

È una manifestazione aperta, un posto di esposizioe e di replica, di argomenti e di contro-argomenti. È l’espressione di un sistema politico sano.

 

È qui che a ogni inizio d’anno l’UDC zurighese prende posizione, appassionatamente posizione per il nostro popolo e per il nostro paese.

Il presidente in carica della Confederazione replica all’esposto di parte e presenta la posizione del governo federale. In seguito non c’è duplica.

 

Noi abbiamo, signor presidente della Confederazione Didier Burkhalter, per la seconda volta il piacere di accoglierla all’Albisgüetli. E la ringraziamo per aver accettato di esporci l’opinione del Consiglio federale. La sua presenza quest’anno è particolarmente meritevole, perché nel 2014 lei giocherà un ruolo essenziale non solo quale presidente della Confederazione, ma anche quale responsabile degli affari esteri. Perché?

 

Delle discussioni decisive in politica estera attendono quest’anno il nostro paese. Speriamo che il congresso dell’Albisgüetli contribuirà a far sì che, conformemente allo spirito di questo luogo, non ci si limiti a parlare vagamente e superficialmente di “apertura”, di “legami istituzionali” o, più presuntuosamente, di “bilateralismo”, ma che ci si concentri soprattutto sulle vere forze della Svizzera e sul vero obiettivo della nostra politica estera, ossia la salvaguardia degli interessi del nostro paese. Oggi, come spesso nella storia della Svizzera, il principale pilastro del nostro paese è minacciato, ossia l’indipendenza nazionale, condizione imprescindibile per la libertà, la prosperità e la sicurezza. E questa minacia non viene dall’esterno, bensì dall’interno.

 

II.           Gli anni memorabili 2014–1914–1814

L’anno 2014 è anche un anno di commemorazione.

L’orribile prima guerra mondiale scoppiò cento anni fa. La lotta fra la Francia e la Germania per la supremazia in Europa sfociò in un conflitto mondiale che, a sua volta, un quarto di secolo più tardi, causò la seconda guerra mondiale. Se la Svizzera è stata fortunatamente risparmiata da queste due guerre mondiali, è stato in particolare perché ha saputo difendere ostinatamente la sua indipendenza e applicare una neutralità credibile.

 

La situazione in Svizzera era ben diversa 200 anni fa.

 

Le classi dirigenti della Confederazione di allora abbandonarono alla leggera l’indipendenza, la libertà, la democrazia e la neutralità, tanto che la Svizzera divenne il teatro di sanguinosi conflitti  e di miseria. Il nostro paese era a terra, quando Napoleone fu esiliato nel 1814 all’isola d’Elba.

La Svizzera era devastata. Come era potuto succedere?

Nel 1798, delle truppe armate francesi invasero il nostro paese al grido di “libertà, uguaglianza, fraternità”. A volte furono anche accolte con grida d’entusiasmo.

Chi si sognava di opporsi a queste belle dichiarazioni di “libertà, uguaglianza, fraternità”?

 

Si sentono sempre delle grandi e belle dichiarazioni, quando una potenza straniera vuole limitare il diritto all’autodeterminazione di un altro paese. Si promettono belle cose, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto dei diritti umani, la pace, l’armonia, la prosperità, l’apertura, l’amicizia internazionale, la solidarietà.

 

E ogni volta, delle potenze straniere credono di sapere meglio di noi ciò che è bene per il nostro paese.

 

Così, il commissario UE László Andor ci cala la lezione nel contesto dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa. L’economia svizzera ha bisogno dell’immigrazione e il 20% della manodopera straniera è assolutamente indispensabile alla vita quotidiana in Svizzera, dichiara questo rappresentante dell’UE1 che vuole un “legame istituzionale” della Svizzera. Ma perché questo signore di Bruxelles sa che cosa sia meglio per la Svizzera? Perché allora si fa tante preoccupazioni per la Svizzera?

 

Signore e Signori, la Svizzera è sempre stata sotto pressione di potenze che ci volevano bene.

Allineamento o prosperità? Ecco la domanda ricorrente nella storia del nostro paese.

 

Generalmente, un allineamento troppo compiacente ha avuto delle conseguenze negative per il paese. È stato così per 200 anni.

 

 

Ben presto ci si accorse che la vera traduzione dei tre bei concetti “libertà, uguaglianza, fraternità” propagati in tutta Europa era “soldi, soldi e ancora soldi”. E, naturalmente, anche il controllo dei collegamenti nord-sud attraverso I valichi alpini svizzeri. Non solo il tesoro pubblico fu trasportato a Parigi, ma gli occupanti si ortarono via perfino gli animali figuranti nello stemma bernese, ossia gli orsi di Berna.

 

Dove era finito dunque in quel tempo il leggendario spirito di resistenza dei figli di Tell? Solo I Nidvaldesi decisero di difendersi. Il Direttorio elvetico (così si chiamava il governo svizzero in quel tempo) emise allora un decreto contro la sua stessa gente provocando, con l’aiuto di soldati francesi, uno spaventoso bagno di sangue.

Un dettaglio importante: questo decreto era adornato con un’immagine di Guglielmo Tell tendente affettuosamente le braccia a suo figlio, un evidente simbolo di un governo che, con paterna preoccupazione, vuole prendere fra le sue braccia un popolo infantile.

 

Nel 1799, la Svizzera fu attraversata da diversi eserciti che si battevano per la supremazia in Europa, ossia da soldati di Francia, Russia e Impero asburgico. Se queste potenze scelsero la Svizzera per battersi, fu senza dubbio perché preferivano portare alla distruzione e al saccheggio un paese terzo, piuttosto che il proprio.

 

Signore e Signori, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Tutto è già esistito. Traiamo quindi una lezione dalla nostra storia: l’abbandono dell’indipendenza, dell’autodeterminazione e della sovranità comporta la perdita della libertà e la povertà. Una tale rinuncia non ha mai avuto degli effetti positivi per la Svizzera. Perlomeno non per il popolo!

 

Dei governi cantonali si rivolgevano in termini molto umili alle potenze straniere. Per esempio, le autorità della città di Sciaffusa scrivevano a “Sua altezza serenissima, generosa e invincibile, Monsignor Paolo I, imperatore di Russia, zar di tutte le Russie, nostro grazioso sovrano e signore San Pietroburgo”2. E poco prima, queste stesse autorità avevano osannato gli occupanti francesi!

 

Signore e Signori, signor presidente della Confederazione, forse adesso capirete perché fremo d’orrore quando leggo che il Consiglio federale s’indirizza a “Sua eccellenza signor José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea”, ”entre quest’uomo esige dalla Svizzera che si sottometta al diritto UE e abbandoni quindi la sua indipendenza.

 

Fritz Bopp, fondatore della nostra UDC, un uomo fermo e convincente che, da semplice bracciante in fattoria divenne redaattore e consigliere nazionale, aveva già messo in guardia nel 1920 contro l’entrata della Svizzera nella Società delle Nazioni: “La maggiore minaccia non è costituita da cannoni puntati sulle nostre frontiere, ma dagli eccessi di di cortesia con I quali degli uomini di Stato stranieri tentano di abbindolare I nostri politici. Allora più che mai, noi Svizzeri liberi dobbiamo pregare!”

 

Come vi ho raccontato un anno fa, un alpigiano della Svizzera centrale ha introdotto questa preghiera nella sua benedizione dell’alpeggio:

“Herr Gott b‘hüet is vor Wetter und Wind / und vor Bundesröt, wo z‘Brüssel sind!“

(Signore, proteggici dal cattivo tempo, dalla tempesta e dai consiglieri federali che sono a Bruxelles.)

 

Questo alpigiano vallesano, che ho incontrato l’anno scorso durante un’escursione a piedi in montagna, ha fatto un passo in più lanciando il seguente appello al cadere della notte: „Chömet Chüe, ig will i Schtall eu locke / Ou ali Bundesröt, das si ned z’Brüssu

hocke!“ (Venite mucche, voglio farvi entrare nella mia stalla, e con voi tutti I consiglieri federali affinché non vadano a Bruxelles.)

 

Ma torniamo ancora a 200 anni fa. Le autorità svizzere dell’epoca vivevano piuttosto bene sotto il dominio di padroni stranieri. Ma I semplici cittadini? Essi erano abbandonati alla povertà, alla miseria, al caos! 

 

Dopo soli cinque anni, Napoleone impose, una volta di più, un nuovo ordine alla Svizzera. La Repubblica elvetica fu sostituita dalla “Mediazione”.

Napoleone agiva ufficialmente quale mediatore – così si definiva – ma in realtà era un dittatore. In particolare, impose alla Svizzera, un tempo paese libero, di partecipare al blocco economico contro la Gran Bretagna. La sua argomentazione avrebbe potuto essere la seguente: “La vostra partecipazione al mercato comune europeo ve lo impone.

 

Signore e Signori, avrete senz’altro capito il parallelismo con la situazione attuale. La “libera circolazione delle persone” e il “legame istituzionale con l’UE” significano l’abbandono dell’indipendenza, e ci si dice che questo è il prezzo da pagare per partecipare al mercato interno europeo.

 

Va da sè che il governo ossequioso di allora si affrettò a sottomettersi alle pretese di Parigi, nonostante che ciò equivalesse a un suicidio economico.  

 

Ernst Gagliardi scrive nella sua “Storia della Svizzera” che la vita economica fu paralizzata. Tutti prodotti coloniali e le materie prime indispensabili alla produzione, il cotone, i filati, i coloranti, furono messi sotto blocco. Il commercio e l’industria erano bloccati. Migliaia di filatori e di tessitori erano senza lavoro. Le bancarotte si succedevano a Basilea e a Zurigo.

Ma l’autorità festeggiava. La nascita del “Re di Roma” (il figlio di Napoleone) fu celebrata come se si trattasse di un principe ereditario svizzero. Soletta sparò 50 colpi di cannone e celebrò un Te Deum. Idem Berna, Friborgo e Basilea. Nel canto Vaud si fece festa in onore del “generoso eroe” e del suo “figlio serenissimo”. Le campane suonarono a stormo nel paese e le città s’illuminarono.3

Come vedete, Signore e Signori, è così che reagiscono la classe politica, la chiesa e le autorità all’insediamento di una potenza straniera. Ci si era allineati. Tutta la cosiddetta élite vi partecipava. Il popolo e le sue preoccupazioni non li interessavano.

 

Ma la Svizzera non aveva ancora toccato il fondo della sua miseria. Secondo un contratto imposto alle autorità elvetiche, 16’000 soldati svizzeri dovevano seguire l’esercito dell’imperatore francese. La metà di loro partecipò alla campagna di Russia, difendendo eroicamente il dittatore sulle rive della Beresina. Degli 8’000 uomini, solo qualche centinaio rientrò al paese, gli altri morirono nella neve russa.

 

Signore e Signori, quale lezione dobbiamo trarre da questa storia dell’anno 1814?

 

L’abbandono della sovranità e l’allineamento alle pretese di autorità straniere portano spesso onori, elogi, denaro e prestigio ai governanti, ma il popolo subisce una sorte esattamente contraria.

 

Non lasciatevi sedurre dalle dolci parole di potenze straniere.

 

Vegliamo a che possiamo conservare per sempre la nostra indipendenza, che è la condizione basilare per la nostra libertà. All’epoca che abbiamo appena rivisitato, la Svizzera riprese finalmente in mano il proprio destino dopo 50 anni di dominazione straniera dandosi, nonostante una violenta resistenza straniera, la sua propria Costituzione federale del 1848.

 

Ormai si sapeva per esperienza diretta cosa fosse più importante: “La Confederazione ha lo scopo di difendere l’indipendenza della patria contro l’essterno, d’imporre la pace e l’ordine all’interno, di proteggere la libertà e I diritti della Confederazione e di promuovere la prosperità comune”4.

Questo principio è sempre in vigore. La Costituzione federale attuale stabilisce quanto segue:

 

Art. 2

1La Confederazione Svizzera tutela la libertà e i diritti del Popolo e salvaguarda l’indipendenza e la sicurezza del Paese.

 

E poiché si era coscienti del valore dell’indipendenza, si sono penalizzati nell’articolo 266 del Codice penale svizzero gli “attentati contro l’indipendenza della Confederazione”. Questo articolo è formulato come segue:

 

Chiunque commette un atto diretto a menomare ovvero ad esporre a pericolo l’indipendenza della Confederazione,a provocare l’ingerenza di uno Stato estero negli affari della Confederazione in modo da mettere in pericolo l’indipendenza della Confederazione, è punito con una pena detentiva non inferiore a un anno.

 

III.    Pressioni straniere: niente di nuovo sotto il sole

La storia della Svizzera è segnata da una costante guerra di liberazione contro atti ostili provenienti dall’esterno. Ma anche contro attacchi provenienti dall’interno, dunque da individui accecati o miranti innanzitutto al benessere personale.

Il nostro consigliere federale Ueli Maurer ha avuto a questo soggetto delle parole molto pertinenti parlando dell’invidia dell’estero di fronte alla nostra libertà e di una costante stanchezza di libertà all’interno del paese5

 

Questa analisi è sempre valida anche all’ora attuale. Anzi, è addirittura di un’attualità scottante.

 

Noi viviamo in un’epoca nella quale il mondo minaccia tutti, nella quale qualsiasi paese che rifiuti di riprendere il diritto straniero s’espone a minacce che possono diventare molto dure. Questi attacchi possono provenire dagli Stati uniti, dall’OCSE, dall’ONU, dal G-20 e, soprattutto negli ultimi tempi, dall’UE.

 

Il presidente della Commissione europea Barroso e l’ambasciatore UE Jones minacciano senza giri di parole il popolo svizzero di sanzioni nel caso il sovrano elvetico avesse la tracotanza dio accettare l’iniziativa contro l’immigrazione di massa e le sue restrizioni.

 

Le nostre libertà suscitano sempre ammirazione, ma spesso anche invidia. I governi stranieri, che accordano meno libertà ai propri cittadini, si sentono sfidati e pretendono che limitiamo I nostri diritti alla libertà.

 

Nel 1848 la Svizzera, in quanto repubblica dotata di una costituzione liberale, non s’inquadrava in un’Europa monarchica. I grandi e I potenti non manifestavano alcuna comprensione per la via particolare scelta dal nostro piccolo Stato. Ragionavano, e ragionano ancora sempre, in termini di potenza, mentre che il nostro pensiero s’ispira all’idea di libertà.

 

 

IV.     Il caso di Neuchâtel

Quale neocastellano conoscerà molto bene, signor presidente della Confederazione, I tentativi di pressione e d’ingerenza del re di Prussia nell’ambito del “Caso di Neuchâtel” del 1857. Neuchâtel era sì un cantone svizzero, ma il re di Prussia si considerava comunque il capo dello Stato neocastellano. E voleva dettare legge sulla conduzione di questo Stato – naturalmente unicamente per il bene dei Neocastellani. Ma gli Svizzeri si opposero con coraggio alle pressioni di quella potente monarchia. Resistettero perfino alle minacce d’intervento militare e cominciarono, come la Prussia, a prepararsi alla guerra. E questa fermezza portò I suoi frutti.

Alla fine, il re di Prussia rinunciò a tutti I suoi diritti su Neuchâtel.

 

È quindi grazie a questa resistenza che abbiamo il piacere di ricevere fra noi all’Albisgüetli un presidente neocastellano della Confederazione. Se a quell’epoca la Svizzera avesse ceduto, stasera lei non sarebbe qui, signor presidente della Confederazione. Forse sarebbe a Berlino e, grazie all’efficace aiuto di sua moglie originaria del Voralberg, forse sarebbe addirittura presidente della Germania!

 

V.           Al centro di guerre calde e fredde

La Svizzera – ciò è vero soprattutto per la Svizzera tedesca – ha resistito dopo il 1871§ al potente impero tedesco durante la guerra franco-germanica.

Ciò non era per niente scontato. Anche a quell’epoca non mancavano i partigiani  dell’allineamento. Gottfried Keller ha riportato nel 1871 di ambienti scettici che schernivano la libertà del nostro piccolo Stato, degli ambienti presenti particolarmente nella classe politica di allora: “Lächelnde, wenn auch unberufene Stimmen lassen sich hören: Was willst Du kleines Volk noch zwischen diesen grossen Völkerkörpern

und Völkerschicksalen mit deiner Freiheit und Selbstbestimmung?”(“Si sentono voci sorridenti, ancorché gratuite, dirci: ma cosa vuoi tu, piccolo popolo schiacciato fra queste grandi entità nazionali e questi grandi destini popolari, con la tua libertà e la tua autodeterminazione?”) 6

 

Anche cento anni fa, durante la prima guerra mondiale, delle voci si levarono all’interno del paese per criticare la presunta passività della Svizzera. Le élite della Svizzera tedesca ammiravano molto l’impero tedesco quale grande potenza economica, militare e culturale.

 

Al contrario, molte élite della Svizzera romanda auspicavano, durante la prima guerra mondiale, che la Svizzera combattesse a fianco dei Francesi.   

Il poeta Carl Spitteler metteva in guardia a quel tempo contro le grandi potenze e la glorificazione dello Stato: „In der Tat lässt sich die ganze Weisheit der Weltgeschichte

in einem einzigen Satz zusammenfassen: Jeder Staat raubt, so viel er kann.” (“Di fatto, tutta la conoscenza della storia del mondo può essere riassunta in una sola frase: ogni Stato ruba tutto quello che può.”)

 

Prima e dopo la seconda guerra mondiale, le pressioni venivano dalle dittature di Germania e Italia. Ancora una volta, la non-libertà combatteva la libertà. E ancora una volta, ci furono delle persone in Svizzera che s’entusiasmarono per il fascismo italiano e per il nazional-socialismo tedesco, e che erano pronte ad abbandonare la libertà della Svizzera a favore di una nuova e grande Europa. E anche allora, I partigiani dell’allineamento erano più presenti nelle élite politiche, economiche e sociali, che non nel popolo.

 

Durante la guerra fredda, la libertà del paese fu doppiamente minacciata: in politica estera e militarmente dal Patto di Varsavia, in politica interna dai numerosi simpatizzanti del socialismo e del marxismo.

. VI.      La votazione europea del 1992

E oggi, Signore e Signori, la storia ha condotto all’Albisgüetli: qui, nel 1992, in queste “sacre sale”, come avrebbe detto Mozart, l’UDC del canton Zurigo fu il primo partito svizzero ad adottare quale consegna di voto il “NO all’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo (SEE)”. Un grande NO!

 

L’accordo SEE esigeva che la Svizzera riprendesse una gran parte del diritto europeo e che si sottomettesse alla giurisdizione europea, quindi che accettasse “delle leggi e dei giudici stranieri”. 

 

Signore e Signori, ci si chiede esattamente la stessa cosa oggi con il progetto di legame istituzionale all’UE! Ancora una volta abbiamo a che fare con un contratto di tipo coloniale!

È un colpo portato all’indipendenza e alla libertà della Svizzera.

 

Il Consiglio federale scriveva quanto segue nel suo messaggio al Parlamento: “La nostra partecipazione allo SEE non può essere considerata l’ultima parola della nostra politica d’integrazione. Essa deve essere vista nel quadro di una strategia europea che si deve svolgere in due fasi e il cui obiettivo finale è l’adesione piena e intera della Svizzera alla CE.”8

Fu una vera e propria valanga propagandistica quella che si scatenò sul popolo svizzero nel 1992. Il Consiglio federale, il Parlamento, I governi cantonali, l’economia svizzera, compresa l’Unione svizzera delle arti e mestierie, propagavano minacce contro le cittadine e I cittadini. Non c’è alternativa all’accettazione dell’accordo SEE e alla susseguente adesione della Svizzera all’UE, si affermava. Economiesuisse profetizzava il naufragio dell’economia svizzera in caso di rifiuto dello SEE ed esigeva l’apertura della Svizzera, e quindi l’integrazione della Svizzera nell’UE (a quel tempo denominata CE). Ecco la sola via da seguire per la Svizzera, stando a questi ambienti.  

 

Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Oggi come ieri, sentiamo gli stessi falsi profeti spolmonarsi per gridare contro l’iniziativa contro l’immigrazione di massa. La stessa classe politica e la stessa classe economica pretendono che unimmigrazione di massa faccia bene al nostro paese. E osserveremo esattamente gli stessi maneggi nei mesi prossimi, per quanto riguarda il “collegamento istituzionale”.

 

Ma, Signore e Signori, noi invitiamo il popolo svizzero a non lasciarsi lusingare. Ascoltate la vostra voce interiore, difendete la vostra libertà e la vostra indipendenza! Le associazioni economiche e I manager sono cattivi consiglieri in questa materia. E si può dire lo stesso della classe politica. Traiamo le giuste lezioni dalla nostra storia.

 

Avendo avuto gli Svizzeri la tracotanza di respingere, il 6 dicembre 1992, l’accordo SEE e l’adesione all’UE, il governo nazionale si è comportato come a suo tempo il direttorio della Repubblica elvetica.

La sera della votazione del 6 dicembre 1992, il ministro dell’economia di allora, il consigliere federale Jean-Pascal Delamuraz, si presentò rosso di collera davanti alle telecamere per dire che il popolo e I cantoni avevano respinto l’accordo SEE, quindi l’adesione all’UE, con una partecipazione record del 78,8%.

 

“È una domenica nera”, disse al microfono. Per poi aggiungere che il futuro della Svizzera apparteneva alla gioventù europea – e non alla Svizzera. Il popolo sarebbe così stato chiamato a rendere conto. Ciò che il signor Delamuraz, a quel tempo, non poteva naturalmente sapere mentre si preoccupava dell’avvenire della gioventù, era che nel 2014 la disoccupazione giovanile avrebbe raggiunto l’apice nell’UE, per esempio il 60% in Spagna. Ma il Consiglio federale fa oggi esattamente gli stessi pronostici sbagliati di prima e dopo la votazione sullo SEE, pretendendo che non esista alternativa all’immigrazione di massa e al collegamento istituzionale.

 

Signore e Signori, possiamo solo sperare che, in occasione di queste due votazioni – l’iniziativa contro l’immigrazione di massa e il “collegamento istituzionale” all’UE – il popolo svizzero prosegua, come nel 1992, sulla sua via che ha dato buona prova di sè e che salvaguardi ostinatamente la sua libertà e la sua indipendenza.

 

Basta guardare al di là delle nostre frontiere per vedere cosa sia diventata l’Unione europea che ci veniva presentata come un paradiso.

 

Le profezie del funzionario UE di quell’epoca, Jacques Delors, il quale prometteva alla Svizzera nel 1992, che la disoccupazione sarebbe stata vinta nell’UE entro il 2000, non si sono avverate, anzi, è successo il contrario. La disoccupazione giovanile ha raggiunto valori record. Fra gli adulti, il tasso di disoccupazione è del 26,7%, addirittura del 27,3% in Grecia. Il tasso di disoccupazione medio nella zona euro è del 12,1%9

 

L’indebitamento degli Stati UE è spaventoso. Com’era prevedibile, la moneta comune, l’euro, è un disastro. Le statistiche sono taroccate, si trucca e si bara dappertutto. Degli Stati che non adempiono assolutamente le condizioni economiche preventivamente fissate, sono stati comunque ammessi nello spazio monetario comune.

 

Ed ecco, Signore e Signori, che ci si vuole collegare “istituzionalmente” a questo errore di costruzione intellettuale che è l’Unione europea!

 

Ciò significherebbe abbandonare la nostra indipendenza e la nostra libertà. La Svizzera avrebbe tutto da perderci!

 

Signore e Signori, è proprio perché le cittadine e I cittadini svizzeri hanno difeso la loro indipendenza e la loro libertà che questa Svizzera, dichiarata come perduta, addirittura morta secondo le associazioni economiche e la classe politica dopo il 6 dicembre 1992, oggi sta molto meglio del resto dell’Europa. “La Svizzera, isola di prosperità”, si legge nella stampa estera.

 

VII.       Collegamenti istituzionali all’UE

 

Le cittadine e I cittadini svizzeri (ricordiamo che in Svizzera costituiscono il sovrano) si rendono conto oggi dell’errore di costruzione dell’UE e del valore dell’indipendenza svizzera. Oggi lo vedono perfino molto più chiaramente che nel 1992.

 

Ecco perché attualmente il 90% degli Svizzeri non vuole entrare nell’UE (purtroppo questa proporzione è inversa nella Berna federale).

 

È pure evidente che le Svizzere e gli Svizzeri non vogliono riprendere automaticamente il diritto UE e accettare dei giudici stranieri. Ed è per questa ragione che respingiamo la pretesa del presidente della Commissione europea Barroso, secondo il quale la Svizzera deve accettare dei “legami istituzionali al processo decisionale UE e alla giurisdizione UE”.

 

Barroso minaccia che, altrimenti, non ci sarebbero più accordi bilaterali. Caro signor Barroso, la Svizzera non ha più bisogno di accordi. L’UE è nella posizione del richiedente, non la Svizzera. Anche se esistono ancora delle persone nell’amministrazione federale, che si presentano come questuanti perché vogliono spingere la Svizzera nell’UE.

 

Ma come si comporta la Svizzera di fronte a queste pretese di Bruxelles?

Purtroppo, a questo proposito ci stiamo ancora muovendo su un terreno piuttosto vago. La sola certezza è che il Consiglio federale non s’oppone a questo attattacco all’indipendenza della Svizzera.

 

Sappiamo pure che il Consiglio federale ha approvato, il 18 dicembre 2013, il mandato negoziale con l’Unione europea nel campo istituzionale. Ma non sappiamo niente circa I contenuti concreti di questo mandato. Non è possibile pubblicarlo, ci ha detto il DFAE. Questi misteri ci rendono sospettosi. C’è qualcosa di marcio nello Stato svizzero!

 

Sappiamo anche che la decisione del Consiglio federale riempie quattro pagine. Vi si possono senza dubbio leggere molte cose che i cittadini non hanno il diritto di sapere.

 

Ascoltiamo dunque le dichiarazioni del ministro degli affari esteri in occasione della conferenza stampa del 18 dicembre 2013. Egli ha detto, in sostanza, che il Consiglio federale vuole rinnovare e rafforzare la via bilaterale per continuare ad assicurare la prosperità e l’indipendenza della Svizzera. Ciò suona bene, ma per garantire l’indipendenza della Svizzera non c’è bisogno di un mandato negoziale di quattro pagine. Basta rispettare alla lettera l’articolo 2 della Costituzione federale.

 

Si vuole riprendere del diritto straniero e accettare dei giudici stranieri, quindi dstruggere l’indipendenza, per “assicurare l’indipendenza”? Naturalmente è grande la tentazione di qualificare “salvaguardia dell’indipendenza” qualsiasi convenzione conclusa con l’UE. Il signor segretario di Stato Rossier ha una volta ben riassunto questa situazione: “Sì, si tratta di giudici stranieri, ma si tratta anche di diritto straniero.”10 

 

Si possono interpretare come si vuole queste parole, ma è evidente che esse esprimono un attentato alla nostra libertà, alla nostra indipendenza e alla nostra democrazia diretta. Ed è esattamente ciò che non vogliamo!

 

Ma il Consiglio federale vuoe rassicurarci affermando che la soluzione scelta non costituisce una ripresa automatica del diritto UE, ma una ripresa dinamica. Cos`è dunque quest’altro sotterfugio?  La ripresa dinamica è più rapida della ripresa automatica?

 

Un po’ più oltre leggiamo in sostanza che la Svizzera deve avere la possibilità di decidere rispettando tutte le procedure nazionali (quindi, per esempio, un referendum) se vuole riprendere del nuovo diritto UE nell’ambito di un accordo bilaterale. Dunque nessuna differenza per rapporto a oggi? È comunque ciò che si tenta di farci credere.

 

E per ciò che concerne I giudici stranieri, anche qui ci si sforza di minimizzare la problematica, affermando che le questioni d’interpretazione del diritto UE che entrano in un accordo bilaterale, sono se necessario sottoposte dalla Svizzera o dall’UE alla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE).

E cosa significa questo? La logica vuole che ci si appella ai tribunali per farli giudicare, non per chiedere la loro opinione. Cosa nasconde dunque questa formulazione?

 

E basta proseguire nella lettura perché la situazione si chiarisca:

“L’interpretazione del diritto europeo da parte della CGUE, che ha un carattere vincolante, costituirà una base che permette alle due parti di appianare le loro divergenze. Se non si troverà un consenso, potranno essere prese delle misure compensatorie proporzionate, andanti fino alla sospensione totale o parziale dell’accordo in questione”.

 

Eccoci al dunque, Signore e Signori: il tribunale straniero decide e, se la Svizzera non ne accetta la decisione, sarà oggetto di sanzioni. La nuova terminologia per sanzioni è “misure compensatorie”.

 

Tale accordo è indegno di uno Stato libero. Esso viola la nostra indipendenza. La Svizzera ha vissuto tale situazione 200 anni fa. Noi non vogliamo più un tale regime. No al diritto straniero, no a giudici stranieri! E no anche a un simulacro di sovranità!

 

Si fa finta, signor presidente della Confederazione, di mostrarsi fermi di fronte all’UE e di salvaguardare l’indipendenza della Svizzera. Ma in realtà si risponde alla pretesa dell’UE di un collegamento istituzionale della Svizzera. Noi non accettiamo questo modo di procedere!

 

Signore e Signori, nonostante il popolo e I cantoni abbiano rifiutato nel 1992, dopo in vivace dibattito pubblico, l’adesione della Svizzera allo SEE, il Consiglio federale vuole nel 2014 sottomettere il paese alle leggi e ai giudici UE. E cerca di dissimulare l’importanza di questa questione facendola passare per semplice routine.

 

 

Ciò che si definisce rinnovo del bilateralismo, in realtà è un grande passo verso l’adesione della Svizzera all’UE.

 

Il Consiglio federale sa molto bene che la Svizzera non ha alcun interesse ad accettare tale abbandono della sua sovranità nazionale.

 

È unicamente nel proprio interesse che l’UE cerca di legare la Svizzera. Nel 2015, l’UE avrà a che fare con le velleità d’indipendenza della Gran Bretagna. Nessuno sa come l’UE si presenterà in seguito, ma è tuttavia evidente che il signor Barroso spera di poter dar prova di un successo nei negoziati con la Svizzera. Ciò non è tuttavia una ragione sufficiente perché la Svizzera abbandoni la sua sovranità, anche se il Consiglio federale si rivolge al signor Barroso chiamandolo “Eccellenza”.

 

Questo progetto non è né più né meno di un passo verso l’entrata nell’UE, senza che si dica la verità ai cittadini.

 

È un’adesione all’UE in guanti di velluto!

Un’adesione all’UE a occhi chiusi!

 

Come per lo SEE, questo oggetto deve essere sottoposto a referendum legislativo obbligatorio e deve essere rifiutato.

 

Dopo l’amministrazione federale e il Consiglio federale, bisogna aspettarsi che anche il Parlamento approvi questa evidente perdita di sovranità. Non ci resta quindi che informarne apertamente le cittadine e I cittadini. E dobbiamo prepararci fin da ora a questa votazione popolare. Come vent’anni fa, si tratta di salvare l’indipendenza della Svizzera.

 

 

VIII. L’UDC aiuta il Consiglio federale

L’UDC si fa spesso criticare. Si cerca di isolarla perché, si pretende, dice troppo sovente no. È vero che dobbiamo frequentemente opporci a sciocchezze di ogni sorta. Ma il 9 febbraio prossimo, diciamo SÌ, un grande SÌ all’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Ed ecco che ci si rimprovera un atteggiamento positivo. Dovremmo essere più gentili, più vicini agli interessi dello Stato, ci si dice. Ci si chiede di aiutare il Consiglio federale. Sapete, come il PPD che dice sì e amen a tutto ciò che proviene dal Palazzo federale.

 

E dunque siamo pronti a dare una mano, chiedendoci come levare il Consiglio federale da una situazione così difficile. E riflettiamo sulla corretta formulazione della risposta che la Svizzera deve dare al signor José Manuel Barroso, presidente della Commissione UE. Non è semplice, ma abbiamo ciò nonostante accettato di fare questo lavoro per facilitarle il compito, signor presidente della Confederazione. Abbiamo quindi il piacere, Signore e Signori, di presentarvi qui il risultato delle nostre riflessioni, prima che sianoo classificate quali segreti di Stato da parte della Berna federale. Ecco dunque questa lettera:

 

Caro Signor Barroso,

(la parola Eccellenza fa fatica a passare dalle nostre labbra di cittadini svizzeri, per cui ci limiteremo a questo titolo. Ma forse, signor presidente della Confederazione, lei dà del tu al presidente della Commissione UE, come ciò è putroppo abtuale nei rapporti internazionali. In tal caso scriverà forse Caro José o Caro Giuseppo o Ciao Jo).

 

Ricominciamo:

PROGETTO DI LETTERA

 Intestazione confederazione                                                                                                                                                                                                       Il presidente della Confederazione

 

Caro Signor Barroso,

 

con riferimento agli scambi di corrispondenza di questi ultimi tre anni fra Lei e il presidente della Confederazione svizzera in carica, inerente alle Sue proposte sulle questioni istituzionali, ho l’onore di trametterLe il punto di vista del Consiglio federale svizzero.

 

Mi permetta, per cominciare, di attirare la Sua attenzione su qualche particolare della Costituzione federale svizzera.

 

Poggiandosi su una storia e un’esperienza di diversi secoli e avendo garantito alla Svizzera per 200 anni la pace, la democrazia e la libertà, la Costituzione federale svizzera statuisce come elemento centrale la salvaguardia dell’indipendenza del paese, come pure la tutela della libertà e dei diritti del popolo.

 

Nel suo processo decisionale inerente alle questioni istituzionali con l’UE, il Consiglio federale deve tener conto di questa norma costituzionale centrale, esattamente come deve rispettare il fatto che il sovrano svizzero – si tratta in Svizzera delle cittadine e dei cittadini – non è disposto a rinunciare all’indipendenza del suo paese, alla libertà e alla democrazia diretta. In quanto governo sottoposto al sovrano, il Consiglio federale deve rispettare queste condizioni, anche se può manifestare della simpatia per le Sue proposte.

 

Lei comprenderà dunque, caro Signor presidente, che la Svizzera in quanto Stato indipendente, che non è in alcun modo membro dell’UE e che non tiene ad aderire a quest’ultima né in modo diretto, né in maniera indiretta, non può rispondere positivamente alle Sue pretese concernenti un “collegamento istituzionale”, né per ciò che concerne la legislazione, né in termini di giurisdizione.

 

Il Consiglio federale ha appreso che, in mancanza di tali “legami istituzionali”, l’UE non desidera più concludere nuovi accordi bilaterali. Il Consiglio federale prende atto con rammarico di questa scelta. Ciò significa infatti che I negoziati bilaterali in corso devono essere sospesi. In particolare si tratta dell’accordo fiscale, nel quale la Svizzera s’impegnerebbe a modificare le sue regole d’imposizione delle imprese, della riapertura di negoziati sull’imposizione del reddito del risparmio, della nuova regolamentazione sullo scambio automatico di dati, degli accordi concernenti l’energia, l’agricoltura, le autorità di sorveglianza della concorrenza e di ancora altri temi.

 

La Svizzera si dichiara per contro pronta a continuare a intrattenere delle relazioni di buon vicinato con l’UE a livello contrattuale, in particolare per facilitare l’accesso reciproco ai mercati. Bisogna anche rilevare, in questo contesto, che la Svizzera non è membro del mercato interno europeo e che non ha intenzione di diventarlo.  

 

Questa presa di posizione può apparirLe come un abbandono parziale di posizioni adottate finora dal Consiglio federale in politica europea. In particolare sembra in contraddizione con la domanda d’adesione depositata nel 1992 e mai ritirata a tutt’oggi. Questa domanda fu depositata prima della decisione fondamentale del sovrano federale inerente all’adesione allo Spazio economico europeo. Contrariamente alla raccomandazione di governo e parlamento, il popolo e i cantoni svizzeri dissero NO il 6 dicembre 1992 allo SEE e al suo corollario, l’adesione della Svizzera all’UE.

 

Il Consiglio federale desidera quindi ritirare questa domanda ma, secondo delle ricerche fatte a Bruxelles, la relativa lettera sembra essere andata persa. Il Consiglio federale è perciò costretto a dichiarare questa domanda come priva d’oggetto e La prega di prenderne atto.

Anche il progetto perseguito dai negoziatori dell’UE e della Svizzera, di porre in futuro la Svizzera di fronte alla scelta di accettare la ripresa automatica del diritto UE o, altrimenti, di esporsi a sanzioni, da poco chiamate misure compensatorie, non costituisce una soluzione agli occhi del Consiglio federale. Si tratterebbe infatti di un simulacro della salvaguardia della sovranità. La Svizzera non può quindi aderirvi.

 

La Svizzera è volentieri pronta a intrattenere dei contatti sulla base di rapporti fra due alleanze di Stati – la Confederazione svizzera da un lato, l’Unione europea dall’altro – e a cercare delle soluzioni rispondenti agli interessi delle due parti. In ogni caso, tuttavia, la sovranità tanto dell’UE quanto della Svizzera, deve essere salvaguardata.

 

Con questo spirito, sarò lieto, Signor presidente, di discutere con Lei delle soluzioni nel quadro di un accompagnamento di una procedura che ha dato buona prova di sé e nonostante le differenze a livello storico e in termini di struttura statale.

 

Nel frattempo Le presento, caro Signor presidente, l’espressione della mia massima considerazione.

 

Il presidente della Confederazione svizzera

 

Didier Burkhalter

 

Abbiamo svolto un’indagine a sapere come una tale lettera sarebbe accolta a Bruxelles. Le prime reazioni sono favorevoli, addirittura molto favorevoli. La seconda reazione è stata: “Finalmente sappiamo cos’è la Svizzera e cosa vuole. Ecco una base su cui si può negoziare.”

 

Signore e Signori, quale ex-consigliere federale so come viene redatto questo tipo di lettere a Palazzo federale. Almeno otto diplomatici vi avrebbero lavorato per non meno di tre mesi. Signor presidente della Confederazione, abbiamo il piacere di rimetterLe gratuitamente il nostro progetto di lettera. La cassa federale se ne rallegrerà.

 

Non sappiamo tuttavia se, conformemente alle direttive sull’accettazione di regali da parte dei consiglieri federali, Lei abbia il diritto di accettare questo prezioso dono. E poiché il valore di questa lettera oltrepassa largamente il limite di valore dei regali permesso, ci permettiamo comunque di allegarvi una polizza di versamento dell’UDC del canton Zurigo.

 

Le auguriamo, Signor presidente della Confederazione, un eccellente 2014.

 

E in onore del nostro paese indipendente grido:

 

Viva la Svizra!

Viva la Svizzera!

Vive la Suisse!

Es lebe die Schweiz!

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