Battaglia di retroguardia

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Dalla Weltwoche del 19 ottobre 2017 l’editoriale di Roger Köppel

Roger Köppel
Capo-redattore Weltwoche

La sinistra più aggressiva e più intollerante. Perché? Perché le sue speranze hanno preso il volo.

Bisogna essere prudenti con tali espressioni e cercare di non esagerare, ma una piccola guerra civile culturale sta avendo luogo alle nostre latitudini. Alla Fiera di Francoforte, la sinistra è andata fuori di testa quando l’associazione delle librerie tedesche (Börsenverein des Deutschen Buchhandels) che organizza la fiera, ha deciso di autorizzare la presenza di «editori andanti dalla destra all’estrema destra», compiendo un clemente atto di pseudo-apertura a scopo popolar-pedagogico.

Non si sono date più ampie spiegazioni sul perché si sia voluto dare spazio ad alcuni piccoli editori che pubblicano, è vero, al di fuori della corrente culturale dominante di sinistra, ma che non sono peraltro più a destra di quanto altri editori siano di sinistra. Ma l’organizzazione organizzatrice ha subito sguinzagliato i cani contro i suoi ospiti, invitando esplicitamente in un comunicato ufficiale a «impegnarsi», a prendere «posizione» contro la destra, indicando le coordinate esatte dei suoi stand poi in seguito rapidamente demoliti, con «contegno», beninteso.

Questo episodio getta una luce rivelatrice sull’attuale natura, o meglio sulla vera natura, di questi ambienti di sinistra che si comportano sempre come se avessero il monopolio della decenza, dell’apertura, della tolleranza e dei «valori fondamentali illuminati» – tutti cliché che non posso quasi più sentire e che declamano senza pertanto prendersi sul serio.

Si nascondono dietro tutto ciò che lo scrittore francese Michel Houellebecq ha chiaramente analizzato un anno fa in questo settimanale: la disperazione della sinistra per aver perso il dominio intellettuale. Houellebecq ha utilizzato l’immagine di un animale gravemente ferito, messo all’angolo, che si dibatte disperatamente, mentre giace a terra furioso perché ha perso la battaglia.

I moralizzatori rossoverdi parlano di diversità, ma quando questa è presente, la soffocano violentemente. La libertà d’espressione significa per loro che si è liberi di esprimere un’opinione rossoverde. Reclamano dei dibattiti, per poi vietare immediatamente la parola a coloro che non condividono i loro punti di vista.

Alla fiera del libro, c’era allo stand di Spiegel una tavola rotonda inaspettatamente divertente sulla democrazia, la Brexit e i cattivi di destra. Due donne giornaliste di sinistra discutevano con un giornalista di sinistra, davanti a un pubblico di sinistra raccolto appositamente perché non sarebbe stato bello rimanere soli a dibattere. Era una vera satira che i partecipanti non sembravano aver recepito.

Ma bando agli eufemismi! La sinistra ferita colpisce a sua volta violentemente. In occasione del vertice dei G-20 di qualche mese fa, i turisti facinorosi di sinistra hanno vandalizzato una parte del centro città di Amburgo. Negli Stati uniti, dei presunti elettori di Trump sono stati picchiati a sangue in mezzo alla strada dopo la sua elezione. Un partigiano del senatore di estrema sinistra Bernie Sanders ha aperto il fuoco su un campo sportivo contro dei membri repubblicani del Congresso. Durante l’estate abbiamo visto delle immagini nelle quali una plebaglia di sinistra in collera ha distrutto delle statue di generali sudisti americani. Nelle università, gli studenti di sinistra sono saliti sulle barricate con bombe incendiarie contro degli oratori di destra.

Naturalmente, ci sono stati anche casi documentati di violenza di destra, ma chiunque non mi creda può andare a leggere nero su bianco nella rivista The Atlantic, reputata per essere critica nei confronti di Trump, la quale ha pubblicato qualche settimana fa che l’estrema sinistra contava più sostenitori, aveva una più forte propensione alla violenza e una maggiore capacità distruttiva degli scagnozzi della destra.

Ciò nonostante, o forse proprio per questa ragione, il presidente americano ha rischiato di farsi linciare quando ha condannato nello stesso modo la violenza di destra come di sinistra, in un discorso che i suoi detrattori hanno immediatamente interpretato come una minimizzazione degli atti della destra. Der Spiegel, The Economist e The New-Yorker hanno subito presentato Trump come razzista assassino con un cappuccio del Ku Klux Klan.

Ciò che Trump aveva realmente detto non aveva alcuna importanza. A contare era ciò che si poteva fargli dire. Funzionano così le «fake news»: non c’è bisogno di inventare alcunché. Ci si appropria di una frase e la si deforma finché va nel senso auspicato.

Il nervosismo si fa sentire anche nella Svizzera meno surriscaldata, più noiosa. Recentemente, degli studenti di sinistra hanno impedito l’intervento di un ex-generale americano all’ETH di Zurigo. In questi giorni, dei professori e degli intellettuali liberali di sinistra si sono alleati per protestare contro il redattore della rubrica culturale della Neue Zürcher Zeitung che redige, secondo loro, una pagina culturale troppo a «destra». Ho già fatto esperienza con questi infantilismi alla Weltwoche una ventina d’anni fa. Quando abbiamo ricominciato a lasciare esprimere delle posizioni di destra accanto a degli autori di sinistra, senza scusarcene, le vive proteste sono esplose.

Tutto ciò, beninteso, non è che una battaglia di retroguardia. Chiunque abbia bisogno di demolire l’altro urlandogli contro, escludendolo o impedendogli di prendere la parola, ammette di non avere di meglio da proporre.

La sinistra è a corto di argomenti. Certo, ho visto alla fiera del libro tutta una serie di libri pro-marxisti, contro la mondializzazione, contro la democrazia diretta, contro il populismo e contro Trump, ma si trattava di incanti letterari, di nostalgie e di desideri totalmente avulsi dalla realtà politica.

La realtà è che c’è stata la Brexit. Che Trump è stato eletto. Che la maggior parte dei partiti sta vivendo la più grave crisi dal 20° secolo. La gente li abbandona in massa. Non si crede più alle frontiere aperte, alle migrazioni felici, alle élite illuminate, alle conferenze internazionali, alle monete create dal nulla e a sempre più imposte e più Stato.

La realpolitik sta tornando, e una politica realistica è sempre conservatrice, il che non significa conservare ciò che è superato, ma preservare ciò che ha dato buona prova di sé.

La gente vuole tornare a ciò che funziona, a ciò che conosce e, finalmente, all’uomo come è, e non come l’immaginano degli utopisti di sinistra – perché la loro concezione dell’uomo conduce a una furiosa follia.

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