Balanchine alla Scala e Angelin Preljocaj al LAC

Gen 11 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 117 Views • Commenti disabilitati su Balanchine alla Scala e Angelin Preljocaj al LAC

Spazio musicale

Chi rimase deluso dello scarno “Schiaccianoci” rappresentato alla Scala nella stagione 2014/2015, con la coreografia di Nacho Duato, ha potuto largamente rifarsi, tra dicembre e gennaio di quest’anno, grazie all’allestimento nel teatro milanese del medesimo balletto secondo la grandiosa versione di Balanchine. D’altra parte, chi non approva le interpretazioni moderne, miranti più o meno arbitrariamente a penetrare in certi presunti problemi psicologici dei personaggi, anche con l’introduzione di elementi foschi, si è consolato ritrovando la vicenda svolta, almeno nelle grandi linee, secondo il libretto originale di Petipa.

Balanchine ha animato felicemente la festa dei bambini attorno all’albero natalizio, ha dedicato loro alcune piacevoli danze e, per il resto, ha pienamente manifestato le sue capacità di coreografo geniale. Ecco alcuni momenti di eccellenza: la danza della Cioccolata calda (che si è avvalsa anche di costumi bellissimi), l’elegante passo a due finale ma soprattutto il valzer dei fiori, arricchito dall’introduzione di una solista avente il nome “Goccia di Rugiada”. L’elenco delle ballerine e dei ballerini è lunghissimo. La Fata Confetto era affidata alle grazie e alla classe di Nicoletta Manni; accanto a lei Timofej Andrijashenko è rimasto impegnato più come portatore che come solista. Per quanto riguarda gli altri commetto una ingiustizia menzionando soltanto una ballerina, in rappresentanza, per così dire, di tutte le sue colleghe ed i suoi colleghi: Christelle Cennerelli, che nei panni di Colombina ha dimostrato come anche una parte molto piccola possa bastare per rivelare doti notevoli. Di bell’effetto sono state le scene e i costumi di Margherita Palli (indovinato, in modo speciale, il paesaggio “invernalissimo” per le danze dei fiocchi di neve).

La direzione musicale era nelle mani di Michail Jurowski, che pur mantenendo volumi moderati ha prodotto una straordinaria ricchezza di accenti: ne è risultata una lettura dello spartito meravigliosamente leggera e delicata. Un capolavoro di finissima interpretazione ha reso affascinante il preludio, nel quale Cajkovskij, con bella intuizione, ha usato esclusivamente archi alti. In accordo con l’impostazione generale dello spettacolo lo Jurowski ha rinunciato a dare forte evidenza ai pochi e brevi passaggi ombrosi; perfino l’arrivo di Drosselmeier non ha avuto nulla di inquietante o pauroso. Sempre in nome della moderazione il direttore si è astenuto da ogni eccesso. Cito due esempi. La Danza del nonno ha ricreato suggestivamente l’atmosfera da buon tempo antico, ma rinunciando ad ogni ampollosità e avvolgendola, invece, di un delizioso colore orchestrale. Nella danza cinese gli interventi del flauto solo, solitamente forzati e perfino gridati, hanno conservato una morbidezza che li ha resi assai gradevoli.

Ho visto la rappresentazione del 4 gennaio; teatro colmo e grande successo.

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La versione di Angelin Preljocaj del balletto “Romeo e Giulietta”, rappresentata al LAC il 15 dicembre, costituisce, più che una narrazione continua della vicenda, una serie di scene dedicate ai suoi momenti salienti inseriti in un regime di oppressione e violenza. D’altro lato la musica di Prokofiev viene utilizzata parzialmente, modificata nella successione dei numeri e talvolta sostituita da rumori.

Poiché giudico che la danza non è adatta a trattare temi politici rinuncio a parlare di questi aspetti e concentro l’attenzione, invece, sulla coreografia e sull’espressione dei sentimenti. La prima reca alcune caratteristiche tipiche di Preljocaj, che ama la geometria, la simmetria e l’asciuttezza dei gesti; tutte peculiarità visibili in modo speciale nelle danze, assai belle, delle nutrici. La seconda ha spesso una intensità trascinante. Naturalmente sono in primo piano i duetti tra i protagonisti. Nella scena del balcone (il balcone veramente non c’era, però la musica era quella che normalmente accompagna la scena del balcone) la temperatura delle passioni, per così dire, raggiunge vertici impressionanti; non solo, ma Romeo e Giulietta vivono il loro rapporto nella consapevolezza di essere spinti verso un amore impossibile, per cui nel loro animo brucia anche la disperazione. Non meno toccanti sono i duetti di Romeo con Giulietta addormentata ma creduta morta e poi di Giulietta risvegliatasi con Romeo suicida. I salti della donna sul corpo ormai esanime del ragazzo, i suoi rimbalzi e poi il rotolarsi a terra per un lungo tratto sono momenti struggenti. Notevole anche il vigore di alcune danze di gruppo. Deludente invece la scena del matrimonio celebrato da frate Lorenzo, coreograficamente povera e svolta in presenza di numerosi personaggi, mentre il senso dell’episodio è quello di un atto compiuto in grande segretezza. Nel complesso parlerei di spettacolo riuscito, drammaturgicamente un poco frammentario, con una utilizzazione non sempre accorta della splendida partitura di Prokofiev ma con numerose punte di eccellenza. Quanto agli esecutori, meritano tutti un elogio incondizionato. Precisione tecnica pressochè assoluta, totale dedizione ai rispettivi personaggi e nessun risparmio di energia. Menziono solo Verity Jacobsen (Giulietta) e Redi Shtylla (Romeo), ma ogni membro della compagnia meriterebbe una segnalazione particolare. Non dimentichiamo la lodevole prestazione dell’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Nada Matosevic. Sala molto affollata, grande successo.

Straordinario Lozakovich a Chiasso

La presenza di un violinista prodigio che a meno di diciotto anni si è già creato una fama internazionale e ha suonato con orchestre di primo piano, la presenza di un pianista di alto rango come Alexander Romanovsky, già ammirato a Chiasso in altre occasioni, e infine la presentazione di un programma eccezionalmente ricco: tutto questo non è bastato per riempire, la sera del 14 dicembre, il Cinema Teatro della località di confine. Purtroppo, molte persone non sanno quanti tesori artistici si trovino nella letteratura da camera e quante soddisfazioni se ne possano ricavare. Per togliere un esempio da una delle composizioni eseguite nel concerto di cui sto parlando noto che il motivo principale della Sonata numero 2 in la maggiore opera 100 di Brahms, che riflette con un tono di gravità le condizioni di un animo tormentato, è d’un livello artistico non inferiore ai migliori temi delle sinfonie scritte dal compositore. Tanto più quando l’interpretazione è nelle mani di un violinista e di un pianista come quelli ascoltati a Chiasso. Il Lozakovich stupisce per il dominio tecnico dello strumento, l’intonazione irreprensibile, la cavata splendida, il virtuosismo e l’esecuzione dei passaggi più impervi senza alcuno sforzo apparente. Stupisce ancor più, considerata l’età giovanissima, per il talento interpretativo. Il suo modo di suonare è deciso, scattante, sicuro, teso, con il piglio di chi sa che cosa vuole, senza escludere però momenti di malioso abbandono o di garbata ironia. Quanto al Romanovsky l’intesa con il collega, l’equilibrio, la flessibilità e l’intensità del discorso musicale sono stati senza macchia.

Pubblico abbastanza numeroso ma, come detto, non da “esaurito”. Però gli applausi sembravano provenire da una sala colma tanto erano calorosi. Ottima l’idea del Cinema Teatro, già praticata altre volte, di proiettare su uno schermo le indicazioni concernenti le composizioni eseguite e i tempi; però bisogna far funzionare bene il sistema ed evitare che dia informazioni sbagliate, come è successo il 14 dicembre.

Musica nel Mendrisiotto

Il primo e l’ultimo notturno di Chopin eseguiti da Sergio Marchegiani il 9 dicembre nell’ambito della stagione di Musica nel Mendrisiotto (l’op. 9 n. 1 e l’op. 48 n. 1) mettono in evidenza, con la loro diversità, quanto estese fossero le risorse tecniche ed espressive del musicista polacco.

L’op. 9 n. 1 esordisce facendo sbucare con la mano destra un motivo gradevole, affabile e gentile in modo così sciolto e naturale che sembra il proseguimento di un discorso avviato già prima. Nel seguito il brano si arricchisce di momenti appassionati o di morbidi ripiegamenti nell’intimità, ma i primi non diventano mai drammatici e i secondi non diventano mai dolorosi. Il compositore usa costantemente mano leggera e dà adito a una fine sensibilità (da non confondere con superficialità).

Parole assai diverse suggerisce invece l’op. 48 n. 1. La mano sinistra, alternando in ritmo regolare note gravi a ottave e accordi in zona più acuta, crea il senso di un incedere severo e solenne. Su tale base la melodia della mano destra, che prende avvio con note sincopate, sviluppa un discorso inquieto e sembra porre domande angosciose. Il “poco più lento” inizia su una linea espressiva non dissimile, sia pure con mezzi diversi, come l’ampio uso di accordi arpeggiati, ma presto si scatena producendo vigorose scale cromatiche a ottave in entrambe le mani e acquistando un tono epico. La parte iniziale, quando viene ripresa, si presenta trasformata, procede più velocemente, prende un carattere affannoso, si agita, ma nelle battute finali sfuma in “diminuendo” e “rallentando”. Insomma: tutto il contrario di quanto farebbe supporre la designazione “notturno”; invece una grande pagina che, tanto nell’andamento interrogativo della prima parte quanto nella perorazione eroica della seconda e infine nella concitazione della terza scandaglia  a fondo l’animo umano in situazioni avverse.

Il Marchegiani ha dato una esecuzione attenta e meditata dei due notturni di cui si è parlato e di altri sei, cogliendo larghi consensi dal numerosissimo pubblico (Chopin affascina sempre e riempie ogni volta le sale).

Carlo Rezzonico

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