Avvenimenti musicali notevoli a Como, Chiasso e Lugano

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Spazio musicale

 

I programmi del Teatro Sociale di Como contengono una rubrica che elenca le edizioni precedenti dell’opera rappresentata. Viene allestita da Sandro Zanon desumendola dall’Archivio della Società dei palchettisti. Si tratta di indicazioni molto interessanti in quanto permettono di fare considerazioni che vanno al di là della semplice cronologia. Nel caso del “Flauto magico” il primo allestimento segnalato risale al 1990. C’è dunque da supporre che l’opera non abbia avuto esecuzioni a Como prima di quell’anno oppure che di vecchie esecuzioni si siano perse le tracce. In ogni caso appare lo scarso interesse che fino a pochi decenni fa incontravano le opere di Mozart in Italia. Seguirono allestimenti nel 1999 e nel 2011, ai quali si aggiunge ora quello della stagione corrente. Dunque c’è stato un felice crescendo” di attenzione, sottolineato anche dal fatto che nel 1990 e nel 1999 si fece capo a una traduzione italiana mentre nel 2011 e quest’anno è stata mantenuta la lingua tedesca: altro segno di progresso, peraltro facilitato dalla tecnica, che con i sopratitoli consente al pubblico di seguire la vicenda nel proprio idioma.

“Il flauto magico” è opera fantastica con molti elementi comici che tuttavia allude a concezioni morali e filosofiche. Certe edizioni si compiacciono nel mettere in evidenza e nello sviluppare questi contenuti – è la moda dei tempi andare a cercare il difficile – mentre altre si attengono maggiormente alle caratteristiche tradizionali del genere “Singspiel”. A Como i responsabili della parte visiva hanno optato per una versione molto fantasiosa e spigliata, dove gli aspetti “dotti” si sono manifestati solo nella presenza di enormi libri in funzione di scene: nel complesso i risultati hanno dato soddisfazione.

Deluso ha invece la prestazione del direttore Federico Maria Sardelli e di conseguenza dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali, poco compatta e con alcuni scompensi, anche di volume, tra le sezioni e tra singoli strumenti. Abbastanza buona la numerosa compagnia di canto, della quale segnalo gli interpreti che si sono distinti maggiormente. Daniele Terenzi è stato un Papageno ridondante di vitalità ma senza eccessi. Buona voce e fine sensibilità ha messo in luce Enkeleda Kamani come Pamina. Infine qualche parola sia detta per Maria Sardaryan, Regina della notte: benchè sfavorita dalla regia (ha dovuto esibirsi in posizioni arretrate e innalzate) ha saputo imporsi affrontando con molta sicurezza sovracuti (compreso il famoso fa5) e vocalizzi. Dotata di un temperamento assai deciso, ha conferito contorni netti e incisivi al suo personaggio.

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È stato un ritorno graditissimo quello di Grigory Sokolov, che l’11 novembre ha suonato al Cinema Teatro di Chiasso. Durante le esecuzioni questo pianista mantiene costantemente la massima compostezza; evidentemente per lui la musica, quando è valida e viene validamente eseguita, non ha bisogno di essere integrata da gesti e movimenti del corpo. Espone ogni idea, ogni frase e ogni nota con rigore e semplicità eppure infondendovi una straordinaria ricchezza di accenti. Deliziose sono risultate le tre sonate di Haydn incluse nella prima parte: n. 32 op. 53 n. 4, n. 47 op. 14 n. 6 e 49 op. 30 n. 2. La seconda parte, dedicata a Beethoven, ha preso inizio con la sonata n. 27 op. 90: raramente ho sentito una interpretazione così attenta nel riflettere le indicazioni dei due tempi: “con vivacità, ma sempre con sentimento ed espressione” e “non tanto mosso e molto cantabile”. Ha fatto seguito la sonata n. 32 op. 111, una delle più originali e discusse dalla critica. Dopo il “maestoso – allegro con brio ed appassionato” viene un tempo designato “arietta: adagio molto semplice e cantabile”. Dalle parole parrebbe che questa parte della composizione dovesse costituire una breve chiusura senza grandi pretese. Invece sorprendentemente il discorso evolve in direzione di una altissima spiritualità. Si conferma la regola che un compositore, in una fase avanzata dell’attività creativa, tende a sublimare l’ispirazione in atmosfere immateriali e rarefatte. Anche Sokolov come interprete si trova in condizioni di piena maturità ed esperienza. Così l’esecuzione ascoltata a Chiasso ha costituito un incontro di due sensibilità vicine. Inutile dire che l’esito ha attinto un vertice di valori artistici.

Sokolov è un uomo austero, dimesso e schivo perfino nel ricevere applausi. Ma dietro apparenze quasi burbere si nasconde un animo generoso. Ha concesso la bellezza di sei numeri fuori programma, alcuni dei quali assai impegnativi. Magari sarebbero stati anche di più se una parte del pubblico non avesse abbandonato frettolosamente la sala quando ancora duravano gli applausi. Si potrebbe quasi dire che al concerto previsto se ne è aggiunto un altro; in tal modo la serata, compreso l’intervallo, si è estesa a tre ore buone.

Le indicazioni delle composizioni eseguite sono state proiettate su uno schermo: una iniziativa lodevole, che auspico venga applicata generalmente, anche perché in tal modo nessuno sfoglia più il programma durante le esecuzioni.

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Ogni sinfonia di Mahler presenta una grande complessità nei contenuti e nella forma. Enormi sono le esigenze poste al direttore e agli strumentisti. Questo discorso vale in modo particolare per la nona. Venne scritta dal compositore dopo che il medico lo aveva informato del suo stato di salute molto precario e diventò una toccante riflessione sulla morte. L’ultimo tempo, permeato di tristezza e tensione, a volte anche appassionato, termina con un lungo episodio di passaggi in “pianissimo” segnati con tre o quattro “p”, dove si consuma la lenta fine di un uomo, concepita come estinzione assoluta, senza alcun elemento di consolazione o di fede in un al di là.

Il 16 novembre Markus Poschner ha avuto il coraggio di dirigere questo lavoro a capo di un complesso comprendente l’Orchestra della Svizzera italiana e l’Orchestra sinfonica del Conservatorio della Svizzera italiana, questa composta da studenti avanzati. L’esito è stato più che decoroso. Certamente il primo tempo avrebbe richiesto qualche approfondimento in più. Ad esempio il secondo tema non ha avuto il carattere di una rabbiosa reazione all’idea della morte da parte di un uomo che desiderava ardentemente vivere. Nel tempo successivo l’aspetto grottesco è stato attenuato. Una bella compattezza l’orchestra ha messo in luce nel “Rondò Burleska”. Quanto all’”adagio”, tutto si è svolto in modo molto lodevole. Gli archi hanno tessuto i loro contrappunti con trasparenza, densità di suono e forza espressiva. Accuratissima e impeccabile è stata l’esecuzione del già citato episodio conclusivo.

Il Poschner e i membri dell’Orchestra della Svizzera italiana ci hanno abituato a prestazioni valide e anche questa volta, alle prese con un lavoro assai impegnativo, non si sono smentiti. Ma la serata ha avuto pure il significato di un successo importante per il Conservatorio della Svizzera italiana: merita ampia considerazione il fatto che sia stato in grado di mettere a disposizione un numero così elevato di musicisti capaci di fornire prestazioni di livello alto. Pubblico naturalmente numerosissimo e molti applausi.

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La Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks, con Mariss Jansons sul podio e Yefim Bronfman al pianoforte sono stati ospiti del LAC, per la stagione di Lugano musica, il 20 novembre. Nella loro interpretazione del quarto concerto di Beethoven il direttore e il solista si sono ispirati a levità e delicatezza. Il Bronfman ha affascinato eseguendo con mano leggerissima scale e grappoli di note come pure penetrando a passo felpato in tutte le pieghe espressive del primo tempo. D’altro lato lo Jansons ha ottenuto dall’orchestra sonorità moderate nel volume e perfettamente fuse. Aggiungerei però che la ricerca di morbidezza sia stata eccessiva, alterando un poco anche il carattere sereno del tempo. Ineccepibile l’esecuzione del secondo tempo, con il dialogo tra archi e solista. Qualche finezza di troppo ho notato nel rondò finale, in contrasto con il suo carattere vivacissimo.

Splendida sotto ogni riguardo è stata l’interpretazione, dopo l’intervallo, della quinta sinfonia di Prokof’ev. Nell’”andante” iniziale lo spessore delle sonorità, la loro lucentezza e lo sfolgorio dei colori hanno mostrato le straordinarie risorse dell’orchestra. Lo stesso sia detto, per un altro verso, dell’”allegro marcato”, ricco di guizzi, sorprese e sferzate musicali eseguiti magistralmente. Dell’”adagio” sono emersi in principio il gentile lirismo e le qualità del compositore come fine melodista mentre in seguito orrore e desolazione hanno dominato. Un altro momento in cui il complesso ospite ha sfoggiato tutta la sua bravura è stata la conclusione, certamente ampollosa e di dubbio gusto, ma sempre capace di fare grande presa sul pubblico.

LAC affollatissimo; molto calorosi i consensi, specialmente dopo la sinfonia.

 

Carlo Rezzonico

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