Apostoli degli uragani

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Dalla Weltwoche del 14 settembre 2017, l’editoriale di Roger Köppel

Roger Köppel
Caporedattore della Weltwoche

Perché “Irma” mi fa pensare allo scrittore Stephen King.

Ecco un bel soggetto per un futuro romanzo di Stephen King. Questo scrittore americano, maestro dell’orrore intelligente, ha scritto diversi libri su ciò che succede alla gente quando è confrontata con minacce che vanno oltre la sua comprensione.

Mi ricordo di un film di Stephen King nel quale alcuni Americani si barricavano in un supermercato mentre dei mostri senza nome, dei ragni giganti con lunghe zampe o degli scarabei con enormi pungiglioni velenosi scendevano da un’inquietante nube bianca per abbattersi sull’umanità. King non s’interessa molto in questo film delle proprietà fisiche delle creature, è piuttosto affascinato dal modo in cui la gente si difende e, soprattutto, da come la comunità cambia quando è attaccata da un orribile pericolo, quasi inviato da un Dio in collera.

Nel supermercato, improvvisamente, le vecchie gerarchie non hanno più valore. Il politico locale, fino a lì trionfante, si nasconde e si rivela essere un vigliacco. L’insignificante cassiera con gli occhiali rivela improvvisamente delle insospettate qualità di leader.

Ma soprattutto, l’attacco dei mostruosi insetti scatena il sacro furore di un pazzo nel reparto animali, passato fin lì inosservato, ma che la nuova situazione trasforma in un inatteso predicatore carismatico, in autorità religiosa. Attira la gente dalla sua parte attribuendo i mostri a una punizione divina, a una moderna invasione di cavallette diretta contro i mortali empi.

L’artificio funziona. La gente nel supermercato segue ben presto ciecamente il novello Mosé, che forse è una donna, il film è già vecchio. La novella che diffonde richiede un’obbedienza incondizionata. Chiunque resista o contesti le interpretazioni del profeta deve lasciare il supermercato, destinato a una morte certa.

Il film dura un’ora e mezza buona. Gli spettatori ignorano il significato di questa nube bianca e degli insetti assassini. Sarà veramente una punizione dell’Onnipotente? Assolutamente no! Questi insetti, fuggiti accidentalmente, sono creature dell’esercito americano. Alla fine, i poliziotti prelevano il predicatore, tornato a essere semplicemente una mente malata.

Che cosa ci vuol dire King con questa storia? Innanzitutto, che bisogna smetterla di ascoltare delle persone che proclamano, in situazioni difficili, di parlare in nome di verità superiori o della volontà divina. Sono dei pazzi, degli imbroglioni o ambedue le cose. Poi, di non attribuirsi automaticamente tutte le catastrofi che non si capiscono immediatamente. Questo «egocentrismo della colpa» invia direttamente la palla nel campo del male. Perché menziono adesso Stephen King e la sua teoria del ciarlatano del catastrofismo religioso? Perché questi ciarlatani ci ripetono esattamente di nuovo e dappertutto ciò che King ha così ben recepito con la sua parabola dei mostri, fino a farne una storia accattivante: le recenti tempeste, frane di rocce e smottamenti di ghiacciai sarebbero la giusta punizione dei nostri peccati, non insetti mostruosi, ma altre piaghe provenienti dalla nube.

Prendiamo, per esempio, la presidente Doris Leuthard: fra le masse rocciose di Bondo, ha recentemente predicato, in abbigliamento e stivali in caucciù griffati, che siamo tutti responsabili di questa catastrofe, perché la montagna è sprofondata a causa del «cambiamento climatico d’origine antropica» che bisogna, d’ora in avanti, combattere risolutamente, beninteso con la politica energetica e climatica della presidente della Confederazione. Ma chiediamo un po’ alla signora Leuthard se possa garantire che non ci saranno più smottamenti di terreno in Svizzera se un giorno passerà la sua strategia energetica?

Spiacente, ma non vedo la differenza fra il predicatore pazzo del supermercato di Stephen King e i giornalisti e i vari tizi che dal piccolo schermo diffondono freneticamente da settimane, per esempio nel quotidiano scientifico Blick, la tesi secondo la quale gli uragani della Florida e del Texas sarebbero la risposta a tutti coloro che rifiutano di acquistare una Tesla o di approvare l’accordo di Parigi sul clima.

Io sono sicuro che a queste persone piacerebbe trascinare il nuovo presidente degli Stati uniti davanti a un tribunale di Norimberga per i crimini climatici, cosa da cui si astengono provvisoriamente solo perché sentono nel loro intimo che il rifiuto di Trump di firmare l’accordo climatico, in ogni caso non vincolante, giusto prima delle vacanze estive, non ha certamente potuto scatenare la potenza delle due tempeste tropicali. Tuttavia, non mancherà alcun elemento di prova quando, al più tardi l’anno prossimo, una tempesta rovescerà una palma da qualche parte sulla costa atlantica, alla fine dell’estate.

Ciò nonostante, ci sono ben poche chance di tagliare l’erba sotto i piedi dei profeti dell’apocalisse climatico con degli argomenti, come nel romanzo di Stephen King è vano opporre dei fatti al predicatore della fine del mondo, sostenitore della catastrofe. Ci provo lo stesso.

Secondo l’ultimo rapporto sul clima del GICC, «Executive Summary», tabella a pagina 7, ci sono nel mondo intero pochi elementi («low confidence») per giustificare dei cambiamenti a lungo termine del numero e della violenza delle tempeste tropicali. Nel solo Atlantico del nord, ci sono state quasi certamente («virtually certain») più tempeste dal 1970, mentre che sono state poco numerose all’inizio del 21° secolo. Dobbiamo attenderci nel corso del prossimo secolo degli uragani più forti? Anche qui, le prove si rivelano essere quantomeno fragili. E lo stesso vale per il rapporto fra il comportamento umano e l’intensità delle tempeste.

Diciamola così: perfino l’illustre Consiglio sul clima, espressamente creato allo scopo di mettere in guardia l’umanità di fronte al cambiamento climatico generato dall’uomo, deve ammettere che non c’è alcuna chiara evidenza di più pericolose tempeste tropicali.

Ciò disturba forse qualcuno di questi apostoli degli uragani la fuori? Certo che no, ma Stephen King sapeva già che la cattiva coscienza creata artificialmente dall’uomo è la materia prima più preziosa che ci sia e, oltretutto, che è rinnovabile a piacimento. Nulla è più dolce del potere che si può trarne.

 

 

 

 

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