“Anna Bolena” di Donizetti tornata nel repertorio

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Spazio musicale

L’”Anna Bolena” di Donizetti, dopo la prima assoluta data il 26 dicembre 1830 al Teatro Carcano di Milano, si diffuse rapidamente in Italia e fuori ma presto l’onda del successo si esaurì e lasciò il posto all’oblio. Alla Scala non fu rappresentata dal 1877 al 1957 quando, con la storica riesumazione da parte di Gianandrea Gavazzeni, tornò in auge e da allora non abbandonò più le scene. Anche negli anni più recenti le rappresentazioni non sono mancate: l’Opernhaus di Zurigo dall’inizio del nostro secolo la incluse in almeno tre stagioni (con interpreti di livello altissimo: Gruberova, Mei e Netrebko). Quest’anno l’opera è stata messa in programma al Teatro Regio di Parma (dove l’ho vista il 17 gennaio) e alla Scala.

“Anna Bolena” merita la nuova vita per molte ragioni. Nella presente nota mi soffermo in modo particolare su due aspetti che solitamente vengono lasciati in ombra. In questo melodramma il compositore bergamasco dà espressione, più di quanto abbia fatto nella produzione precedente, a quell’inconfondibile tristezza “donizettiana” che sembra sfiorare soavemente la sensibilità dell’ascoltatore eppure riesce a muovere con intensità il suo animo e lo induce a pietà. Il sentimento appare non solo nel canto dei personaggi singoli ma anche nei cori. Cito quelli delle damigelle “Oh! dove mai ne andarono” e “Chi può vederla a ciglio asciutto”, che possono essere definiti capolavori per l’accorata partecipazione al dolore della regina. Assai pregevole è poi il coro dei cortigiani quando, nella quarta scena del secondo atto, sono ansiosi di conoscere la decisione dei giudici su Anna e gli altri accusati.

Il secondo aspetto di cui dicevo è la caratterizzazione dei personaggi e la messa a fuoco delle loro passioni. Alla sortita Giovanna Seymour prorompe immediatamente in parole significative: “Ella di me, sollecita più dell’usato, ha chiesto”. Non è una bella frase, anche se uscita dalla penna di un librettista come Felice Romani (peraltro ancora assai giovane a quell’epoca), ma proprio perché costruita in modo per così dire angoloso manifesta efficacemente i sussulti dell’animo che tormentano la donna. La musica di Donizetti fa la sua parte e così sappiamo subito che è entrata in scena una persona sconvolta, dilaniata da dubbi e in preda a rimorsi. Per quanto concerne invece Anna un elemento che la caratterizza intensamente si trova all’altra estremità dell’opera con la cabaletta “Coppia iniqua”, dove la regina dichiara di perdonare i suoi nemici e spera “clemenza e favore al cospetto d’un Dio di pietà”, tuttavia lo fa con un impeto e un’energia che rivelano, anche nel momento supremo, la forza del suo carattere.

Nella rappresentazione vista a Parma i cantanti hanno dovuto far fronte a difficoltà notevoli. Da un lato il basso Marco Spotti ha avuto un abbassamento di voce improvviso poche ore prima che lo spettacolo iniziasse: è stato trovato un sostituto nella persona di Riccardo Zanellato che però, non avendo avuto il tempo di studiare la regia, ha cantato la parte di Enrico VIII in un angolo del palcoscenico mentre il basso indisposto ha mimato il personaggio. Lo Zanellato, pur non possedendo un timbro bello, si è rivelato, per fraseggi e accenti, un interprete di valore. Dall’altro lato i cantanti sono stati sfavoriti da una regia che li ha collocati spesso su una specie di piedestallo arretrato con la conseguenza che le loro voci giungevano attutite in sala. Tra gli episodi compromessi è finito anche quello, fondamentale, dell’incontro tra Anna e Giovanna, quando questa rivela alla regina di esserle rivale. I registi dovrebbero imparare che certe scene si fanno con i cantanti al proscenio affinchè la loro prestazione abbia il risalto necessario.

Yolanda Auyanet, la protagonista, possiede una voce bella, morbida e molto flessibile, che le ha permesso di svolgere con bravura le melodie, spesso assai sinuose e sfumate, della sua parte. È stata un’Anna veramente convincente tanto sul piano musicale quanto su quello scenico. Benino si è disimpegnata Sonia Ganassi come Giovanna, ma il costume l’ha degradata al livello di una popolana e non si capiscono i bollenti ardori di Enrico VIII per lei, a meno di supporre orbo il sovrano. Grande sparatore di acuti stretti e penetranti è stato il tenore Giulio Pelligra. Fabrizio Maria Carminati ha diretto diligentemente. Bravissimo il coro, istruito da Martino Faggiani, particolarmente quello femminile. Buon successo.       

“Il Turco in Italia” a Como

Con “Il Turco in Italia” il Teatro Sociale di Como ha chiuso in bellezza la stagione d’opera 2016/2017. Esprimo l’opinione molto positiva con riferimento sia ai valori dell’opera rossiniana sia ai pregi dell’esecuzione nella Città lariana. Per quanto concerne l’opera i suoi inizi, nel 1814, non furono facili. L’insuccesso può essere spiegato adducendo due motivi. In primo luogo “Il Turco in Italia” introduce un personaggio insolito, quello del librettista alla ricerca di un soggetto per un’opera buffa, che cerca di guidare gli avvenimenti in modo tale da servire al suo scopo. Il pubblico di allora non era preparato a novità di tal genere. In secondo luogo gli spettatori ebbero l’impressione che Rossini, reso euforico dal successo dell’”Italiana in Algeri”, volesse cogliere l’occasione per ripresentare una storia simile, però in senso inverso. Qui le critiche, curiosamente, non erano per una novità ma per la ripetizione di qualcosa già conosciuto. Oggi il primo motivo al quale ho accennato è superato e l’idea di un’opera avente come argomento la creazione di un’opera ha avuto altri cultori (si pensi a “Capriccio” di Stefan Zweig, musicato da Richard Strauss, dove però i dialoghi si estendono anche a questioni di filosofia estetica). Il secondo motivo invece è duro da morire e lo troviamo svolto con parole severe perfino nella biografia del Pesarese scritta da Riccardo Bacchelli. È davvero, questo “Turco in Italia”, solo una autocopiatura del compositore messa in atto per ragioni commerciali? Lo escludo, perché il carattere della vicenda e il modo in cui questa viene trattata abbandonano le assurdità (assurdità bellissime, s’intende) dell’”Italiana” per assumere toni più vicini alla commedia. E poi la partitura orchestrale è uno scrigno di spunti finissimi, di deliziose notazioni umoristiche e di ironia.

Queste qualità, a Como, il direttore Christopher Franklin ha fatto rivivere con acume e fervore ammirevoli. Nonostante volumi molto moderati l’orchestra è stata in primo piano con una grande ricchezza di accenti e una tensione continua, dove ogni nota aveva qualcosa da dire all’ascoltatore. Molto valida ed equilibrata la compagnia di canto. Comprendeva Fabrizio Beggi (Selim), Paola Leoci (Fiorilla), Marco Bussi (Geronio), Ruzil Gatin (Narciso), Vittorio Prato (Prosdocimo), Cecilia Bernini (Zaida) e Stefano Marra (Albazar). La regia di Alfonso Antoniozzi ha avuto il merito di guidare i personaggi in modo spiritoso ma senza gravi eccessi e senza cadute in un facile farsesco. Sono piaciute le proiezioni su alcuni schermi gigante, assai bene intonate alla vicenda.

Il 20 gennaio, quando ero presente, molto pubblico e successo vivo.

Pletnev a Chiasso

Nella mente dei frequentatori di concerti il nome di Rachmaninov è strettamente legato a un virtuosismo spinto all’estremo e a un discorso musicale spesso magniloquente e ampolloso. È una opinione parzialmente comprensibile. Si pensi a certi uragani di note nei concerti per pianoforte e orchestra o agli accordi di cinque note per una mano estesi su un intervallo di decima, impossibili da eseguire per molti pianisti, anche validi, del preludio op. 32 n. 1.

Mikhail Pletnev, che ha suonato il 27 gennaio al Cinema Teatro di Chiasso in una serata dedicata interamente al compositore russo, ha cercato di rompere quel legame e di conferire alle composizioni in programma soprattutto un carattere di intimità e raffinatezza. Certamente non è mancato il virtuosismo, presentato con tecnica irreprensibile, ma anche quello molto controllato e attento a escludere ogni concessione all’esteriorità. Da quel musicista sensibile e intelligente che è il Pletnev ha conseguito in certi momenti risultati ammirevoli. Così il primo brano del programma, il preludio in do diesis minore dai “Morceaux de fantaisie” op. 3, è stato affascinante per l’espressione malinconica dell’inizio e poi per la severità e l’austerità della parte centrale, il tutto ottenuto con mezzi di grande semplicità. D’altro lato però la linea interpretativa molto composta e restia a produrre vistosi effetti sonori ha talvolta messo a nudo i limiti delle composizioni. Mi riferisco soprattutto alla sonata n. 1 op. 28, che non è priva di qualche pregio, ma non convince per l’inconsistenza dei motivi, nessuno dei quali assurge al livello di un vero e proprio tema. Inoltre fa difetto l’impegno costruttivo e quindi manca una solida architettura. Senza dubbio anche un lavoro di carattere prevalentemente rapsodico può diventare un capolavoro, ma alla condizione che i singoli episodi siano animati da colpi di genio, purtroppo rari nella sonata in questione.

Pubblico abbastanza numeroso e applausi intensi.

 

Carlo Rezzonico

 

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