András Schiff grande pianista alla Sala Teatro del LAC

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Spazio musicale

Nel concerto del 16 dicembre al LAC il pianista András Schiff ha messo in programma la Sonata 60 Hob.XVI:50 di Haydn, la Sonata 30 op.109 di Beethoven, la Sonata 16 KV 545 di Mozart e la Sonata 19 D. V. 958 di Schubert.

Detto che la composizione di Haydn è stata eseguita con grande finezza e trasparenza e che quella di Mozart ha avuto a sua volta un’ottima interpretazione (dove nel tempo lento il pianista ha aggiunto vari ornamenti) passo ai due lavori di maggior peso.

Molte particolarità sorprendono chi ascolta la Sonata 30 di Beethoven. Già l’architettura dell’opera è inusuale in quanto il tempo conclusivo dura circa il doppio del primo e del secondo messi insieme. Se poi si spinge lo sguardo più a fondo si nota che il tempo iniziale presenta nelle grandi linee le caratteristiche della forma sonata, però il secondo tema è un “adagio espressivo” in tre quarti contro il “vivace” in due quarti del primo. Inoltre nella coda, basata sul primo tema, si inseriscono alcune battute imparentate con il secondo, tuttavia questa volta senza il cambiamento di movimento suaccennato. Sul piano espressivo i contrasti non mancano. Sempre nel tempo iniziale il primo tema, che è leggero, agile e gorgogliante, si oppone al secondo, invece meditativo e sfociante in scale o arpeggi discendenti e ascendenti che sembrano paurosi tonfi. Parrebbe che l’uomo dia libero corso alla spensieratezza ma improvvisamente la realtà lo metta di fronte alla serietà della vita e lo induca a riflettere. Il “prestissimo” ha un andamento assai deciso, “ben marcato” come dice la partitura, ma in qualche tratto si ingentilisce, si concede momenti di respiro, pur lasciando trasparire un sottofondo di inquietudine. Infine l’”andante”, dove viene a trovarsi il centro di gravità della sonata, è un tema con variazioni. Come spesso accade in questo genere le singole parti si distinguono nettamente le une dalle altre. Dall’enunciazione del tema,  assai bello nella sua tranquilla riflessività, si passa a una variazione che ne conserva parzialmente lo spirito e tuttavia acquista una fisionomia propria grazie al ritmo regolare e ai semplici accordi della mano sinistra, dai quali deriva un che di austero e solenne. Dopo la seconda variazione, che con il suo fare sciolto, svolazzante e un poco capriccioso ricorda il primo tema del primo tempo, con la terza l’atmosfera cambia. La musica diventa più energica e si sviluppa con due elementi che le mani si scambiano ripetutamente, uno costituito da scorribande di semicrome, l’altro da poderose scale ascendenti: l’effetto, assai suggestivo, è quello di un trascinante rincorrersi. Si torna all’ambito interiore del tema con la quarta variazione, così designata in un curioso italiano: “un poco meno andante ciò è (sic) un poco più adagio come il tema”. Superata anche la quinta ci troviamo, con la sesta, nella parte più speciale della sonata: i valori delle note si accorciano sempre più (si passa dalle crome alle semicrome e infine alle biscrome), la musica si amplia, assume una dimensione cosmica, compaiono lunghissimi trilli e su di essi vengono a librarsi singole note acute che sembrano venire da un altro mondo, da ultimo un “diminuendo” ci eleva nella spiritualità finchè ricompare il tema, come all’inizio, con la sua tranquilla riflessività.

Schubert scrisse la Sonata D. V. 958 e a brevissima distanza le due successive dopo la morte di Beethoven. A qualche critico sembrò che volesse continuare nel campo della letteratura pianistica l’opera del genio di Bonn. Effettivamente alcune relazioni possono essere rintracciate ma conviene precisare subito che Schubert si rese indipendente e percorse una strada propria. L’inizio dell’”allegro” è fortemente ritmato e ha un piglio deciso, come se volesse annunciare eventi musicali drammatici. Presto però il tema, messo da parte il “forte” e il “fortissimo”, si ripresenta in una versione lirica. E quando appare il secondo tema ci troviamo in un clima tipicamente schubertiano. L’”adagio” comincia con una bellissima espressione elegiaca, poi si anima, ricorre ad accordi ribattuti, porta evoluzioni melodiche a ottave ma rimane sempre nello stile e nel mondo spirituale del compositore. A un minuetto non privo di originalità fa seguito un “allegro” che trascina irresistibilmente l’ascoltatore con una ricca successione di deliziose idee. Schubert, se nella quarta sinfonia tentò davvero una imitazione di Beethoven, risultata solo parzialmente convincente, qui seppe invece operare in modo totalmente autonomo. Il legame con l’illustre predecessore, ma anche con altri compositori, consiste semmai nell’agganciarsi a una fase gloriosa della produzione pianistica per portarla, con altri e diversi capolavori, a nuovi raggiungimenti. È triste pensare che questo cammino si interruppe subito poiché un paio di mesi dopo la composizione della sonata in questione e di altre due Schubert morì.

Passo alle esecuzioni. Lo Schiff è andato nella direzione di alleggerire i volumi e di rendere meno aspri i contrasti. Moderazione, intimità e finezza hanno caratterizzato le sue prestazioni. Nel primo tempo della sonata di Beethoven il passaggio dal “vivace” all’”adagio espressivo” non ha causato una rottura ma si è svolto nella continuità. Salto all’ultimo tempo per dire che il tema, più che esprimere tristezza, si è trascinato in un clima di stanchezza morale. Levità e qualche sfumatura hanno caratterizzato il secondo tema del primo tempo della sonata di Schubert. Anche nel minuetto il pianista si è astenuto da ogni esteriorità e il trio, suonato con mano leggerissima, è diventato uno scrigno di finezze. Solo nell’”allegro” finale c’è stata qualche concessione all’esuberanza. Se su questa linea interpretativa si può essere di opinioni diverse, sull’attuazione della stessa non c’è posto che per parole di grande ammirazione. Lo Schiff ha confermato le grandi doti che già altre volte i ticinesi hanno avuto occasione di ammirare. Dalle sue mani il discorso musicale esce sempre con la massima trasparenza e nessun particolare va perso per l’ascoltatore, neppure quando egli indulge ai volumi molto contenuti e alle sottigliezze.

La Sala Teatro era colma di pubblico e il successo è diventato   via via caloroso, toccando il culmine dopo la sonata di Schubert e dopo i quattro (!) numeri fuori programma.

 

Richard Strauss a Lugano

Fa sempre piacere, e costituisce una fonte di orgoglio, ricordare i rapporti tra grandi uomini e la nostra regione. A questo riguardo il Ticino è largamente privilegiato. Paesaggio, clima, attrezzature per l’ospitalità, neutralità, sicurezza (almeno fino a un certo tempo fa), ma certamente anche la presenza nel Cantone di persone qualificate e sensibili hanno indotto personaggi illustri a visitarlo e, in alcuni casi, perfino a stabilirvisi.

Per tali ragioni è stata gradita la recente pubblicazione di un CD comprendente il “Duett-Concertino” per clarinetto, fagotto e orchestra d’archi con arpa, composto da Richard Strauss su invito di Radio Lugano e terminato a Montreux nel 1947 ma eseguito in prima assoluta a Lugano il 4 aprile 1948 (nell’esecuzione per il CD Corrado Giuffredi clarinetto, Alberto Biano fagotto) e “Il borghese gentiluomo”, suite per orchestra op. 60, sempre di Strauss. Le due composizioni sono eseguite dall’Orchestra della Svizzera italiana sotto la direzione di Markus Poschner. Inoltre il CD include una registrazione storica effettuata dal vivo nel 1947 dei Lieder per soprano e orchestra (soprano Annette Brun), che facevano parte di un concerto dedicato a Strauss e diretto da lui medesimo con l’Orchestra della Radio della Svizzera italiana. Il “Duett-Concertino” è una composizione interessante in quanto riflette le condizioni di spirito del compositore assai vicino alla morte, che avverrà due anni dopo.

Carlo Rezzonico

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