Anche se tutti gli accordi bilaterali Svizzera-UE cadessero, non sarebbe grave

Nov 16 • Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 785 Visite • Commenti disabilitati su Anche se tutti gli accordi bilaterali Svizzera-UE cadessero, non sarebbe grave

François Schaller Redattore capo L'AGEFI

François Schaller
Redattore capo L’AGEFI

Da Les Observateurs traduciamo un interessante articolo a firma François Schaller (Agefi)

 

Articolo pubblicato prima della votazione del 9 febbraio 2014, ma sempre di stretta attualità vista la votazione su Ecopop.

NDR. Dato il costante e massiccio ricatto secondo cui l’accettazione della votazione su Ecopop il 30 novembre o l’attuazione di quella del 9 febbraio 2014 sulla “Immigrazione di massa” porrebbero fine a tutti gli accordi bilaterali e non solo a quello di libera circolazione, costituendo così un’immane catastrofe, ridiffondiamo l’articolo di François Schaller, redattore capo di AGEFI, del 9 dicembre 2013, con la sua gentile autorizzazione. Esso indica il contenuto e la reale portata di questi differenti accordi che i fautori dell’UE tacciono deliberatamente, in particolare per riuscire a incutere paura alla popolazione.

Schaller François, Agefi, l’inganno sul rischio che cadano gli altri sette accordi in caso di un SÌ all’iniziativa UDC “contro l’immigrazione di massa” il 9 febbraio 2014

Fra il ridicolo e il non pertinente

L’accesso al mercato europeo grazie agli accordi bilaterali I con l’UE assomiglia a una farsa.

Apparso in L’Agefi di lunedì 9 dicembre 2014 – http://ow.ly/rA3Cc

Le organizzazioni economiche e i partiti politici insistono sull’accesso al mercato europeo che l’iniziativa del partito popolare SVP/UDC” contro l’immigrazione di massa” metterebbe in questione minacciando gli accordi bilaterali con l’Europa (verdetto il 9 febbraio prossimo). Di fatto, il tema “accesso al mercato” è del tutto abusivo in questo contesto: le modalità d’apertura agli esportatori svizzeri sono fissate da tempo dall’accordo di libero scambio Svizzera-Europa del 1972, e dalle disposizioni dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). I sei accordi bilaterali che l’Unione europea potrebbe rimettere in causa se l’iniziativa fosse accettata (clausola ghigliottina) sono del tutto accessori, ridicoli e addirittura per la maggior parte non pertinenti per ciò che concerne l’accesso al mercato.

L’accordo bilaterale sul riconoscimento mutuo in materia di conformità (eliminazione degli ostacoli tecnici al commercio), che passa per il più importante agli occhi degli esportatori, non è d’altronde specifico per la Svizzera. L’Unione europea ha concluso questo genere d’accordo con l’Australia, il Canada, il Giappone, la Nuova Zelanda, gli Stati uniti (Mutual Recognition Agreement). Senza che questi partner commerciali dovessero accettare in parallelo la libera circolazione delle persone. Inoltre, questi accordi non aumentano, nello stretto senso della parola, l’accesso al mercato europeo. Essi semplificano le procedure d’omologazione di certi prodotti. In altre parole, riducono il tempo d’accettazione di certe merci e i costi d’esportazione.   

Cosa rappresentano questi costi? Le statistiche doganali del 2007 stimavano le importazioni e le esportazioni (senza distinzione) aventi beneficiato di queste facilitazioni a 47 miliardi di franchi (Vita economica 11/2008, pubblicazione del Dipartimento dell’economia, la cui più recente ha tentato di tirare un bilancio d’applicazione degli accordi bilaterali). Il che corrisponde a meno del 17% dei 281 miliardi  del commercio Svizzera-Europa dello stesso anno. Essendo l’utile generato dall’eliminazione degli ostacoli tecnici situato fra lo 0,5 e l’1% (stessa fonte), il vantaggio globale di quest’accordo per l’industria svizzera (export e import) si situava fra i 250 e i 500 milioni di franchi. Ossia fra lo 0,08 e lo 0,16% del commercio Svizzera-Europa. È soprattutto per ottenere questo che la Svizzera ha rinunciato a qualsiasi politica migratoria con l’Europa.

L’Accordo sui trasporti terrestri non ha nulla a che vedere con l’accesso al mercato europeo. Al contrario. Esso concerne unicamente l’accesso e il transito dei camion europei in Svizzera. Secondo i termini stessi dell’amministrazione federale, l’UE riconosce gli sforzi considerevoli della Svizzera per favorire il trasporto combinato strada-ferrovia (trasversali alpine), e i grossi calibri dell’UE (40 tonnellate) sono autorizzati “in contropartita” (sic) a viaggiare in Svizzera. Perché l’UE rinuncerebbe a questi importanti elementi che le sono stati accordati senza contropartita? Se gli accordi bilaterali fossero denunciati in blocco, la Svizzera potrebbe peraltro continuare ad accordarli (il che è il caso per quasi tutto il resto).

Accordo sul traffico aereo: si tratta essenzialmente di porre le compagnie aeree svizzere sullo stesso livello di quelle europee in materia di libertà di volo e accesso agli aeroporti. Poiché la compagnia Swiss è stata nel frattempo acquisita da Lufthansa, si vede male l’UE denunciare ciò di cui beneficiano soprattutto i Tedeschi in termini di utilizzo. L’accordo tratta altrettanto la manutenzione al suolo e la produzione di apparecchi (Pilatus). Questi due segmenti dell’industria aeronautica svizzera “ottengono” semplicemente la possibilità di conformarsi alle norme europee, come tutti gli operatori del mondo.

Il bilancio dell’accordo bilaterale sui mercati pubblici, inserito dall’amministrazione federale nella stessa edizione de La vita economica, insiste molto sui benefici per il mercato interno svizzero: un sondaggio indica che l’apertura delle “piccole” delibere alle imprese europee ha abbassato i costi delle collettività pubbliche (tutto era già fissato dalle regole dell’OMC per quanto riguarda i grandi contratti). Solo qualche frase evoca eventuali vantaggi per gli esportatori svizzeri in Europa: Le imprese svizzere non sembrano partecipare più numerose di prima alle procedure d’appalto sul territorio dell’UE. Il 93%  di esse ha risposto di non sottoporre più offerte dall’entrata in vigore dell’accordo. (…) Evidentemente, le chance dei concorrenti svizzeri di ottenere un mandato sono nettamente meno buone di quelle degli Europei in Svizzera quando il prezzo è il solo criterio determinante.” L’esperienza delle regioni frontaliere è eloquente: le imprese svizzere non sono competitive quando si tratta di “piccoli” mandati pubblici. L’accordo bilaterale va quasi totalmente a beneficio delle aziende europee che concorrono in Svizzera. Comunque sia, un’impresa svizzera che avesse un prodotto o un servizio molto performante, il cui mercato fosse l’insieme delle collettività pubbliche in Europa, non avrebbe assolutamente bisogno di questo tipo di accordo. Le basterebbe aprire una modesta filiale dall’altra parte del confine per poter concorrere fino ai paesi baltici. Che si tratti di piccoli o grandi contratti.

L’accordo bilaterale sulla ricerca non concerne direttamente l’industria d’esportazione. La partecipazione della Svizzera ai famosi programmi-quadro europei di ricerca e sviluppo è esplicitamente destinata a fare dell’Europa il primo polo di ricerca del mondo, aumentando così la competitività economica del continente. Questi programmi sono infatti molto aperti. Come lo precisa il sito Web dell’UE, non è necessario essere europei (né svizzeri) per parteciparvi, nemmeno per ottenere delle sovvenzioni. Pubblici o privati, i partecipanti provengono da un centinaio di Stati nel mondo, a condizioni variabili. La partecipazione svizzera concerne soprattutto le scuole universitarie (ca. il 60%). Il contributo finanziario della Svizzera per il periodo 2007-2013, che dipende dal prodotto interno lordo (PIL), è stato di 2,4 miliardi di franchi. Questo investimento rappresenta soltanto il 2% circa delle spese di R&D (Sviluppo e ricerca, NdT) in Svizzera. Se gli accordi bilaterali fossero denunciati definitivamente dall’UE per rappresaglia a una decisione popolare rescindente la libera circolazione delle persone (ciò che è molto poco probabile, visti i vantaggi che procurano in Europa), sarebbe solo il principio del finanziamento forfettario secondo il PIL che dovrebbe essere abbandonato.

Infine, l’accordo bilaterale sull’agricoltura, che s’aggiunge alle disposizioni dell’OMC sull’apertura dei mercati agricoli, è di fatto il solo i cui effetti sono tangibili e quantificabili. Import, export, gli scambi sono aumentati in parallelo. Sapendo che l’Unione europea esporta un valore di derrate verso la Svizzera tre volte maggiore di quello che ne importa, l’accordo va a beneficio dell’UE esattamente tre volte più di quanto vada a vantaggio della Svizzera. Per il resto, le proporzioni e i confronti sono difficili da stabilire, essendo il grado di trasformazione dei prodotti agricoli molto variabile. L’agricoltura svizzera esporta essenzialmente formaggio (che è un prodotto trasformato), segmento nel quale il bilancio commerciale è positivo. Attualmente, il valore delle esportazioni casearie svizzere nel mondo è di circa 420 milioni di franchi l’anno. Ossia, ca. lo 0,2% delle esportazioni svizzere nell’UE. E nel suo bilancio 2008 dei vantaggi generati dall’accordo bilaterale sull’agricoltura, il Dipartimento federale dell’economia insiste soprattutto sugli effetti benefici delle importazioni per il consumatore svizzero: la scelta di formaggi è più ampia, la concorrenza più viva, i prezzi più bassi…

Gli scenari d’attivazione della clausola ghigliottina

È ben poco probabile, in definitiva, che l’Unione europea attiverebbe la clausola ghigliottina se gli Svizzeri denunciassero l’accordo di libera circolazione delle persone. Farlo darebbe innanzitutto chiaramente l’impressione di esercitare delle misure di ritorsione (comportamento di carattere imperialistico difficilmente giustificabile da parte dell’UE vis-à-vis delle sue opinioni pubbliche).

Non sarebbe d’altronde facile per l’UE spiegare una decisione teoricamente destinata a penalizzare l’economia svizzera, mentre che l’Unione europea ha un bilancio molto vantaggioso con la Svizzera. Essa esporta verso la Svizzera molto più di quanto importa (il saldo era già di 20 miliardi nel 2012), ciò che rende l’economia europea dipendente da quella svizzera. Una parte dei beni esportati verso la Svizzera è integrata in prodotti finiti esportati a loro volta verso l’Europa, o verso la parte di economie non europee (ciò che fa della Svizzera una base di supporto importante per l’Europa nelle sue relazioni commerciali con le economie americana e altre in forte sviluppo).  In questo senso, minacciare d’indebolire le prestazioni dell’economia svizzera equivarrebbe a danneggiare indirettamente la competitività europea. Questa realtà, spesso ignorata dagli ambienti politici ed economici, significa anche che il rapporto di forza in questo settore è chiaramente a favore della Svizzera.

L’iniziativa popolare del partito SVP/UDC dà tre anni al Consiglio federale per denunciare l’accordo sulla libera circolazione. Salvo elementi nuovi che ne aumentino l’urgenza, questo termine molto ragionevole lascia del tempo per spiegare la posizione svizzera in Europa, e per cercare delle soluzioni da parte di Bruxelles prima d’agire e prendere il rischio (molto poco probabile) di misure di ritorsione.

Da parte sua, se l’UE volesse lo stesso attivare la clausola ghigliottina, avrebbe tutto l’interesse a concordare un timing che mantenesse transitoriamente le disposizioni degli accordi bilaterali attuali in attesa di averli rinegoziati. Ci si troverebbe dunque in una situazione abbastanza normale e classica di accordi denunciati, ma la cui applicazione non cesserebbe in attesa che siano rinegoziati e ratificati. Le due parti non hanno forse un grande interesse ad assicurare una certa continuità alle loro relazioni?

La reciprocità tocca meno di 1’000 impieghi l’anno

Uno dei grandi timori e paure degli adepti della libera circolazione dei salariati è che la rottura dell’accordo porrebbe fine alla possibilità per gli Svizzeri di andare a stabilirsi in Europa per lavorare.

Se la Svizzera non avesse stipulato un accordo di libera circolazione di salariati e indipendenti con l’Europa, limitandosi a continuare a “importare” unilateralmente e liberamente la manodopera europea di cui la sua economia aveva bisogno, gli Stati dell’Unione avrebbero potuto continuare a rifiutarsi di concedere dei permessi di lavoro agli Svizzeri desiderosi di stabilirsi in Europa (anche se nessuna domanda proveniente da Europei fosse stata rifiutata in Svizzera). I tassi di disoccupazione nella maggior parte degli Stati europei sarebbero stati un incentivo e una legittimazione per questo genere di restrizione. Le imprese svizzere temevano in particolare delle complicazioni quando si trattasse di espatriati svizzeri nelle loro filiali europee.

È anche per ottenere questa reciprocità che la Svizzera ha accettato di aprire il suo mercato del lavoro, rinunciando progressivamente a qualsiasi politica d’immigrazione vis-à-vis dell’Europa.  All’epoca dei dibattiti appassionati e molto irrazionali sullo Spazio economico europeo (SEE), al quale la Svizzera rinunciò ad aderire nel 1992 e che prevedeva già la libera circolazione, la possibilità per gli Svizzeri (per i giovani in particolare) d’emigrare in Europa fu sostenuta strenuamente dagli adesionisti (questa riforma non concerneva gli studenti, il cui libero insediamento va da sé). I salari di bassa scala praticati in Europa non facevano per nulla gola, ma non tutti sono motivati solo dal denaro. Era soprattutto previsto che i livelli salariali europei avrebbero progressivamente ma rapidamente raggiunto i livelli svizzeri (ma ancora una volta è successo il contrario).

Vent’anni dopo, il numero di salariati e di dipendenti europei che si stabiliscono annualmente in Svizzera è noto all’unità, ma continua ad essere impossibile ottenere le cifre dell’emigrazione svizzera attiva verso i paesi dell’Unione. Un’inchiesta recentemente effettuata da L’Agefi ha potuto stabilire, con un controllo incrociato, che questi emigrati svizzeri attivi in Europa (senza i doppi passaporti, beninteso) non raggiungevano il migliaio ogni anno (Mohammad Farrokh: “Ridicola reciprocità migratoria, 2 maggio 2013). Il rapporto è approssimativamente di 1 a 50: uno Svizzero che si stabilisce in Europa per lavorarvi contro 50 Europei in Svizzera. Per delle ragioni pratiche (le procedure di regolarizzazione sembrano sempre così complicate) e forse culturali, succede che le multinazionali inviino nelle loro filiali europee soprattutto delle persone di doppia nazionalità.

In queste condizioni si vede male come l’Unione e i suoi Stati membri potrebbero in buona fede bloccare la concessione di permessi di lavoro agli Svizzeri che ne facessero richiesta (se la Svizzera denunciasse l’accordo di libera circolazione senza diventare molto più restrittiva in materia d’immigrazione). Si tratterebbe poi di negoziare una nuova formula più equilibrata di reciprocità. Una certa logica vorrebbe che ogni parte s’impegnasse a concedere tanti permessi di lavoro quanto l’altra. Si possono anche immaginare delle quote annuali di reciprocità convenute fra le due parti a seconda delle circostanze. La simmetria non sarebbe d’altronde necessaria. La Svizzera potrebbe mostrarsi più generosa e impegnarsi, per esempio, a concedere almeno due o tre permessi per ogni cittadino svizzero regolarizzato nell’Unione l’anno precedente.

François Schaller, 9 dicembre 2013

 

Comments are closed.

« »