Anche il sipario può giovare agli spettacoli

Lug 22 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 533 Views • Commenti disabilitati su Anche il sipario può giovare agli spettacoli

Spazio musicale

 

La pausa estiva delle manifestazioni musicali e teatrali offre il tempo e lo spazio per dedicare alcune parole ad argomenti particolari solitamente trascurati.

 

In questo articolo mi occupo del sipario, in modo speciale del quando e come deve aprirsi e chiudersi. Il tema può sembrare privo di importanza se non addirittura sciocco. Ma non è così, tanto è vero che indicazioni precise al riguardo figurano spesso sulle partiture. Prendiamo “Cavalleria rusticana”. Dopo il preludio, la siciliana di Turiddu, le turbolenze orchestrali che la commentano e il loro estinguersi in un “pianissimo” l’atmosfera cambia, il movimento diventa “allegro giocoso”, suonano le campane e i violini, le viole, i primi violoncelli e gli oboi attaccano un motivo ampio, festoso e ridondante di luce. Qui e non altrove deve apparire al pubblico una piazza in un paese della Sicilia il giorno di Pasqua. Infatti la partitura prescrive “si alza la tela”. Come ho scritto sopra conta anche il modo in cui il sipario si apre e chiude. Per rimanere alla “Cavalleria rusticana”, dopo il convulso finale, con le donne che urlano “hanno ammazzato compare Turiddu”, Santuzza che cade priva di sensi e Lucia che sviene, ancora una volta il librettista e il compositore si occupano del sipario esigendo, a ragione, “cala precipitosamente il sipario”. A volte deve accadere l’opposto. Alla fine del primo atto dell’”Otello” di Verdi, dove gli amanti, “alzandosi e mirando il cielo” (come dice la didascalia), entrano nell’estasi, sillabano sulla medesima nota, Otello sale al la bemolle e lo produce cinque volte, la penultima tenendolo per due battute, e tutta la musica si stende in grandi linee orizzontali, il sipario deve chiudersi con grande lentezza, come se partecipasse al rapimento dei personaggi. Qui la partitura dice solo “cala la tela” ma il momento drammatico, la natura della musica e le indicazioni “dolcissimo”, “legatissimo” e “morendo” non lasciano dubbi su come devono comportarsi i tecnici del teatro. Un caso particolarmente interessante è quello del “Sansone e Dalila” di Saint-Saëns. L’opera si apre con una introduzione orchestrale sulla quale si innesta in “pianissimo” il coro “derrière le rideau”, come dice la partitura. Le voci, a parte qualche breve passaggio in “forte”, si mantengono su volumi moderati, le prescrizioni “sotto voce” (sic) ricorrono numerose volte e a un certo punto il coro si riduce a metà soprano e metà contralto. Su un “crescendo” dell’orchestra il sipario deve aprirsi (“lever du rideau”) e il coro, tornato al completo e ora visibile, canta a piena voce. Così quando il coro non si vede e canta sottovoce sembra lontano ma quando improvvisamente diventa visibile e canta con forza viene messa in risalto la sua presenza davanti a noi. La musica da un lato e l’uso accorto del sipario dall’altro lato producono un effetto di avvicinamento assai suggestivo, che chiamerei cinematografico avanti lettera. Naturalmente gli inquieti registi moderni trovano gusto a cambiare tutto quanto trovano e l’ultima volta che vidi l’opera non si operò come prescritto, sciupando un grande momento.

 

Una cattiva abitudine invalsa negli ultimi decenni consiste nell’aprire il sipario già durante la sinfonia o il preludio, ignorando che tali brani sono stati concepiti come puramente strumentali e vanno offerti al pubblico in tale veste. Ma molti registi del nostro tempo, la cui ambizione e presunzione non conosce limiti, sono impazienti di balzare in primo piano e di mettersi in mostra. Così con la loro incontinenza distraggono l’attenzione degli ascoltatori da valori musicali spesso importanti. Inoltre va osservato che in molti casi sinfonie e preludi anticipano motivi utilizzati nell’opera per personaggi e momenti drammatici completamenti diversi. Quei motivi, in tali brani, convivono con ottimi risultati obbedendo a una logica esclusivamente musicale; tradotti in termini visivi, però, danno origine a una accozzaglia di avvenimenti in conflitto e senza senso. Pertanto un regista, anche se si preoccupasse di aderire fedelmente ai contenuti delle sinfonie o dei preludi, incorrerebbe nelle incongruenze e nella frammentarietà. Una eccezione è quella del “Lago dei cigni”, il cui preludio descrive concisamente ma in modo preciso l’antefatto. È così possibile aprire il sipario subito e mostrare al pubblico l’antefatto stesso. Si consegue il vantaggio di rendere più chiara la vicenda. Vladimir Bourmeister, che nella sua coreografia per il balletto si pose come uno degli obiettivi quello di una maggior comprensibilità, seguì questa via.

 

Anche una buona gestione del sipario è dunque rilevante per la riuscita di uno spettacolo. Senza contare che molte volte nel nostro tempo il sipario viene benedetto dagli spettatori quando si chiude e toglie dalla loro vista certi scempi registici.

 

Montebello Festival

 

Mi avvicino sempre con una certa diffidenza a manifestazioni in cui si eseguono brani musicali assieme a estratti dai testi letterari ai quali i compositori si sono ispirati. Spesso viene a mancare l’equilibrio artistico, ad esempio quando un operista, partendo da un dramma mediocre ma giudicato buono per ricavare il libretto di un melodramma, scrive musica eccellente, che infonde nuova vita in certi episodi e mette in ombra i momenti corrispondenti del lavoro originale. Chi prende in mano il dramma di Belasco dal quale venne tratto il soggetto di “Madama Butterfly” e va a leggere la scena per la quale Puccini, con “Un bel dì, vedremo”, scrisse una delle sue arie più belle e toccanti, non può non rimanere deluso dalla povertà delle parole. Sorprese negative non mancano neppure in senso opposto, quando un testo sublime trova riscontro in note musicali insignificanti.

 

Delusioni e sorprese di questo genere non ce ne sono state assolutamente nella serata del 5 luglio al Castello di Montebello a Bellinzona. Il programma ha accostato la recitazione di alcuni episodi dal “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare all’esecuzione di brani composti da Mendelssohn sul medesimo soggetto nella trascrizione per pianoforte a quattro mani effettuata da lui medesimo. Con due geni di tal calibro quello che sopra ho chiamato equilibrio artistico non si è mai rotto e la manifestazione ha procurato al pubblico, presente in gran numero, ampia soddisfazione. Il merito ovviamente spetta anche agli interpreti, la voce recitante Pietro Ghislandi, autore di una prestazione assai vivace e colorita come Puck, e i pianisti Alessandra Ammara e Roberto Prosseda, che della partitura hanno dato una versione splendida per la chiarezza, la trasparenza, l’attenzione quasi analitica a ogni particolare e non da ultimo per l’aderenza al meraviglioso senso di magia che emana tanto dai valori musicali quanto da quelli letterari.

 

La manifestazione di cui ho parlato, sostenuta da Banca Stato e dalla RSI/Rete Due, rientrava nel cartellone del Montebello Festival, una rassegna che sin dagli inizi, nel 2005, si è distinta non solo per i programmi particolari e la qualità degli interpreti, ma anche per la cornice suggestiva del castello. Nell’edizione di quest’anno il Festival ha prestato una attenzione speciale a Shakespeare, del quale ricorrono quattrocento anni dalla morte.

 

Carlo Rezzonico

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