Anche degli autorevoli economisti contro l’immigrazione di massa

Gen 12 • Dalla Svizzera, In terza • 1237 Visite • Commenti disabilitati su Anche degli autorevoli economisti contro l’immigrazione di massa

Dr. Gianfranco Soldati Presidente onorario UDC Ticino

Dr. Gianfranco Soldati
Presidente onorario UDC Ticino

La matematica in genere e l’aritmetica in particolare non sono opinioni. Ho sentito un professore universitario di matematica affermare che le sole verità accessibili alla mente umana sono le equazioni. Comunque sia, mi sembra che anche le nude cifre possano avere una loro consistenza veritiera e irrefutabile. Ascoltiamo quindi uno dei nostri oracoli dei tempi moderni, l’Ufficio federale di statistica.

Attualmente la Svizzera conta poco più di 8 mio di abitanti. A fine 2012 eravamo in 7,997 mio. Secondo gli ultimi dati arrivati da Berna, a fine novembre 2013 i residenti stranieri erano 1’886’441. Dall’UE ne provenivano 1’247’837, di cui oltre 1,17 mio dai primi 15 stati dell’UE. Dal resto del mondo ne abbiamo accolti, o ricevuti o, non osiamo dirlo ma lo scriviamo, imbarcati 638’854.

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1’886’441 stranieri su una popolazione di 8 mio (tra cui alcune centinaia di migliaia di cittadini svizzeri appena naturalizzati, con la firma ancora bagnata, si diceva una volta con pittoresca locuzione, e altri “bi- o tripassaportati” per propria convenienza) per i sostenitori dell’iniziativa di cui dirò qui di seguito fanno esattamente il 23,5805125%. Decisamente troppi, e la xenofobia c’entra come i cavoli a merenda. Sono troppi e basta. Per gli avversari dell’iniziativa questa percentuale è solo approssimativa e quindi  irrilevante come obiezione alle loro tesi in favore del no. Questione di punti di vista.

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Kurt Schiltknecht è un autorevole economista che è stato a capo del servizio economico della BNS (Banca Nazionale Svizzera). Gode di particolare prestigio nel campo monetario. Da qualche anno conduce, in alternanza con Silvio Borner, professore ordinario di economia a Basilea, emerito dal 2009, una rubrica economica della “Weltwoche”. Tutti e due si schierano decisamente nel campo dei sostenitori del libero mercato. Tendenzialmente difendono quindi la causa degli industriali e dei dirigenti del mondo bancario e assicurativo.

Sull’ultimo numero del 2013 del settimanale Schiltknecht si è espresso su uno degli oggetti che saremo chiamati a votare il prossimo 9 febbraio 2014: l’iniziativa UDC che vuole porre un freno alla libera circolazione delle persone. Una presa di posizione che condivido senza riserve e che non mi aspettavo da un liberista convinto. Cercherò qui di seguito di riprenderne gli argomenti con la massima fedeltà, completandoli però con mie considerazioni.

In una società libera ognuno ha il diritto di impegnarsi in difesa dei suoi interessi. Così i contadini hanno tutte le ragioni di difendere la libera circolazione che permette loro di procurarsi forze lavorative a buon mercato. L’associazione che li rappresenta dovrebbe però rendersi conto del fatto che ci sono sempre più persone che reclamano l’estensione della libertà di circolazione anche ai prodotti agricoli. Questi ambienti addirittura richiedono l’abolizione delle sovvenzioni statali e la riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli svizzeri al livello europeo, se non mondiale.

Anche agli imprenditori non si può rimproverare l’impegno in difesa della libera circolazione delle persone. Nessuno contesta il fatto che così la ricerca di personale qualificato e meno costoso di quello indigeno risulta facilitata. Ma che a lungo termine questo vantaggio imprenditoriale abbia effetti positivi per la comunità è ancora da dimostrare. Le distorsioni nella struttura economica e i costi derivanti dall’immigrazione massiccia (strade, affitti, ospedali, scuole e così via) finiscono coll’incidere pesantemente sulla crescita per sfociare poi inevitabilmente in una stretta del torchio fiscale.

Il Consiglio federale ha purtroppo dimostrato, con le informazioni fornite quando si trattò di far accettare al popolo i trattati bilaterali, di non essersi occupato seriamente del problema. Avrebbe dovuto capire e sapere che la quantità di immigrati sarebbe dipesa da due fattori: la domanda del mercato interno e la disponibilità nell’UE di lavoratori in cerca di occupazione. Con una Svizzera isola (relativamente) felice in un coacervo di disoccupazione come quello dell’UE, l’afflusso poteva solo essere massiccio con tendenza alla crescita continua e non esiguo e contenuto come ci avevano assicurato i signori consiglieri federali, con una loro minoranza costretta al silenzio da una collegialità che è tra le cose più disoneste e fuorviante che io conosca. Le continue collegiali minacce del Consiglio federale alla vigilia di votazioni dibattute e combattute le conosciamo e sperimentiamo fin dall’autunno del 1992. Così come conosciamo la cronica incapacità del nostro Governo ad applicare con la dovuta severità quelle misure di accompagnamento che ci vengono propagandate e ammannite al momento del voto come panacea di tutte le possibili e probabili conseguenze negative dei trattati in votazione.

I pronostici degli esperti danno per acquisito che nei prossimi due anni (2014 e 15) la Svizzera conoscerà una crescita nettamente superiore a quella degli stati UE. Anche i diversamente intelligenti dovrebbero, o almeno potrebbero, capire che questa crescita coinciderà con pratica certezza con un’ulteriore “esplosione immigrante”.

I tentativi fatti dagli oppositori all’iniziativa di paragonare lo scarso aumento di crescita degli anni ‘90 con quello registrato dopo l’introduzione della libera circolazione sono in realtà un maldestro tentativo di disinformare. Negli anni ‘90 il paese dovette riassorbire gli effetti nefasti dello scoppio di una bolla immobiliare che non aveva nulla da invidiare a quella degli USA del 2007-2008. Risolta quella crisi il paese ritrovò la sua normale crescita grazie alla propria forza lavoro e malgrado il fatto che molti, troppi imprenditori avevano trasferito la loro produzione all’Est e più in là, fino in India e più ancora in Cina.

Tra gli argomenti fasulli addotti per il no vi è quello patrocinato nientepopodimeno che dalla NZZ in edizione domenicale. Grazie all’immigrazione di 3’500 medici tedeschi avremmo risparmiato costi di formazione per 3 mrd. La NZZ della domenica si è però dimenticata, non so se in buona fede, di calcolare quanti medici in meno ci sarebbero occorsi senza l’immigrazione di circa 1 mio di persone, potenziali pazienti, tutti lavoratori quando non sono ammalati più degli svizzeri, probabilmente per lo stress dovuto all’abbandono del patrio suolo. I 3’500 medici tedeschi in realtà non bastano neppure per garantire al milione di immigrati le stesse prestazioni sanitarie di cui gode la popolazione autoctona.

Le stesse argomentazioni  improprie, volutamente improprie, le abbiamo sentite per un presunto sostegno da parte delle persone liberamente circolanti (ma in attesa di collocazione stabile) alle nostre assicurazioni sociali. È vero che se lavorano versano i contributi, ma ancora più vero è che, venuto il momento, reclamano giustamente la loro pensione che con il ritorno in patria li fa se non ricchi almeno agiati.

Associazioni (deleterie) come “economiesuisse”, in crisi perenne da vario tempo, invece di investire milioni nella propaganda farebbero meglio – e qui è Schiltknecht che scrive – a studiare il modo migliore per assegnare ai vari comparti economici il limitato numero di immigranti su cui si potrà eventualmente ancora contare dopo la votazione. Propone, l’economista, di mettere all’asta i contingenti.

A me sembra che nei cantoni di confine, con Ginevra e Ticino in testa, lo scontento per l’eccessiva immigrazione e per il chiaro fallimento delle misure di contenimento sia oramai così diffuso da garantire il successo dell’iniziativa. Problematico resta invece il voto dei cantoni centrali non ancora sensibilmente danneggiati dagli effetti collaterali nocivi della libera circolazione. Non avendo ancora sperimentato a sufficienza sulla propria pelle l’invasione di padroncini e le continue razzie dei pendolari del furto, potrebbero lasciarsi indurre in errore dal timore di dure reazioni europee. Ai nostri consiglieri federali si dovrebbe consigliare di far notare agli amici di Bruxelles che noi acquistiamo da loro il doppio delle merci che vendiamo in Europa. Spiegando anche che siamo più che disposti a riprendere le trattative quando anche i paesi dell’UE si troveranno in casa più del 20% di immigrati. A porre il limite al 23,5805125% rinunciamo spontaneamente.

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