Alla Scala vivo successo di due balletti in prima assoluta

Mag 9 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 155 Visite • Commenti disabilitati su Alla Scala vivo successo di due balletti in prima assoluta

Spazio musicale

Nel trittico di balletti dato alla Scala tra aprile e maggio figuravano, oltre a “Sinfonia in do” di Balanchine, sulla composizione di Bizet da cui prende il nome, due prime assolute di autori italiani: “La valse”, sulla musica di Ravel, nella quale tre membri della compagnia milanese si sono presentati in veste di coreografi, e “Shéhérazade” di Eugenio Scigliano, sulla musica di Rimskij-Korsakov.

Chi, ingannato dal titolo, andasse a cercare nella “Valse” di Ravel valori tradizionali rimarrebbe deluso. Troverebbe invece reminiscenze di valzer che assumono contenuti foschi e tormentati. La gioia e la spensieratezza originali sembrano lontane e ormai irraggiungibili. Stefania Ballone, Matteo Gavazzi e Marco Messina hanno avuto il merito di creare una coreografia rispecchiante le caratteristiche della musica. Non appena passi e pose sembrano volersi avvicinare allo spirito del vecchio valzer subentra subito qualche alterazione o deformazione che ne distorce il significato, come se un veleno corrodesse la danza dall’interno. Le idee non mancano e il balletto, che considero riuscito, anche se ulteriormente perfezionabile, mantiene un ritmo intenso per tutta la durata.

Passo all’altra “prima assoluta”. Molti elementi indurrebbero a pensare che alla base della suite sinfonia “Shéhérazade” di Rimskij-Korsakov esista un programma. Il titolo stesso, riprendendo il nome della protagonista di “Mille e una notte”, che salva la vita raccontando storie a un sultano efferato, sembra annunciare contenuti narrativi. Anche la musica mette le attese dell’ascoltatore sulla medesima strada. Il motivo di apertura, affidato agli archi, ai legni bassi, ai tromboni e alla tuba, con il suo andamento burbero e autoritario, si addice perfettamente alla figura del tronfio e crudele sultano Shariar. Subito dopo appare un tema, quasi un recitativo, di carattere opposto: viene eseguito dal violino solo su rintocchi di arpa, è leggero, vago, delicato e pervaso da trepidazione, per cui non può riferirsi che a Shéhérazade. Eppure, nonostante questi aspetti e altri che si potrebbero elencare, il compositore negò di aver creato musica a programma, sostenendo invece che la sua intenzione fu semplicemente di suscitare nell’ascoltatore lo spirito dei racconti orientali. A scanso di ogni equivoco eliminò, in una edizione successiva della partitura, gli accenni a passaggi di “Mille e una notte” posti in testa a ogni tempo (sia detto però che i contenuti delle quattro parti della “Suite sinfonica” corrispondono abbastanza fedelmente, in linea generale, a quelle indicazioni). Sul piano formale Rimskij-Korsakov usa pochi temi, forse troppo pochi, però assai belli e variati con maestria, soprattutto per quanto concerne i timbri.

Non il presunto programma al quale il compositore aveva accennato inizialmente e neppure il colore orientale è stato conservato da Eugenio Scigliano per la sua versione vista alla Scala. Il nome di Shéhérazade è rimasto nel titolo ma il personaggio si è ridotto a un’ombra inquietante. Come nella prima utilizzazione coreografica della partitura musicale, effettuata da Fokin nel 1910, la vicenda si limita a quello che potremmo chiamare l’antefatto e protagonista diventa Zobeide, che tradisce il sultano, scatenandone le ire e dando l’avvio alla storia di Shéhérazade. Ma lo Scigliano si è spinto molto oltre, intendendo le disavventure di Zobeide “come esempio di violenza sulle donne e di quello che devono subire ancora oggi, persino in Italia, com’è dimostrato dalla tragica percentuale di femminicidi. Donne costrette a vivere chiuse fra quattro mura, dove poi succede quel che succede.” Così ha dichiarato in una intervista pubblicata sul programma di sala. Lo scopo è stato in buona parte raggiunto e il balletto ha convinto grazie a una coreografia assai forte e intensa. L’unica riserva importante riguarda il rapporto con la musica e l’impressione di forzatura nella sovrapposizione di una danza avente peculiarità diverse. Perché, volendo trattare un problema sociale trasferito in tempi relativamente vicini (gli anni Venti del Novecento), non si è fatto ricorso a una partitura moderna, magari scritta per l’occasione, invece che a una musica strettamente legata a un mondo fantastico e lontano?

Al successo del balletto ha sicuramente contribuito la superba prestazione di Virna Toppi, calatasi con straordinaria energia e passione nel personaggio di Zobeide. All’altezza delle rispettive parti sono stati Nicola Del Freo (Schiavo d’oro) e Gioacchino Starace (Shariar). Ha diretto l’orchestra Paavo Järvi con cura, ma dando un risalto eccessivo agli ottoni rispetto alle altre sezioni.

Ho dedicato molto spazio, come era logico, alle novità assolute e ne rimane poco per “Sinfonia in do” di Balanchine: un capolavoro coreografico che la compagnia milanese ha danzato in modo splendido, con una precisione e una scioltezza davvero balanchiniane.

“Madama Butterfly” a Chiasso

In un’epoca di acribia filologica come la nostra, in cui si moltiplicano le edizioni critiche dei melodrammi e si vogliono eliminare tutti gli acuti introdotti dai cantanti ma non scritti (anche se tollerati) dai compositori, salvo però effettuare ogni genere di stravolgimenti e assurdità sull’apparato visivo, in un’epoca come la nostra, dicevo, allestire un’opera con un’orchestra comprendente una quindicina di musicisti e un coro minuscolo, come da alcuni anni fa l’AsLiCo, potrebbe sembrare a certi puristi un fatto di gretta arretratezza. Ma è un’idea sbagliata, non soltanto perché esecuzioni di questo formato consentono di portare melodrammi in teatri piccoli e quindi di avvicinare una nuova fascia di pubblico, ma anche perché, a fronte della perdita di certi valori sta il guadagno di altri. Esistono precedenti illustri, ad esempio la versione per orchestra ridotta del “Cavaliere della rosa”, autorizzata da Richard Strauss: l’ascoltai alcuni anni fa a San Gallo e trovai che il numero esiguo di strumentisti non compromise il godimento della musica, anzi in certi punti l’aumentò, rendendo più intimo un lavoro che presenta aspetti di opera da camera. Un altro bell’esempio è stato dato dalla “Madama Butterfly” rappresentata il 22 aprile al Cinema Teatro di Chiasso. L’ambiente relativamente piccolo, oltre alla buona acustica, ha permesso di percepire chiaramente anche quei passaggi sussurrati che di solito in una sala molto grande vanno persi, come nel momento cruciale in cui il console americano domanda a Butterfly che cosa farebbe se Pinkerton non tornasse più e lei dice a fior di labbra “Due cose potrei far:/ tornar….a divertir/ la gente col cantar…./oppur….meglio, morire.” Ma anche in ambito strumentale sono sorti vantaggi perché parecchie melodie, ascoltate senza il contorno e il peso di una orchestrazione ricca, si sono potute apprezzare meglio in tutta la loro intensità espressiva; qui sia detto subito un elogio al direttore Alessandro Palumbo e ai membri dell’orchestra, che si sono prodigati con grande impegno e buoni risultati. In palcoscenico c’erano Angelo Fiore (Pinkerton), Anna Alexeeva (Suzuki), Matteo Mollica (console), Mattia Muzio (Goro), Filippo Rotondo (Yamadori), Shi Zong (zio Bonzo) e Selena Bellomi (Kate). Naturalmente l’attenzione si è appuntata particolarmente su Sara Tisba, la protagonista. Possiede una voce pregevole per timbro, volume ed estensione e ne ha fatto uso con intelligenza. Ha vissuto le vicissitudini del suo personaggio, anche nell’azione scenica, con intensissima partecipazione ma senza eccessi: si è avuta l’impressione di trovarsi di fronte, non a una soprano alle prime armi, ma a un’artista di ampia esperienza. Il regista Roberto Catalano ha svolto un buon lavoro, soprattutto per quanto attiene alla protagonista. Belli i costumi di Ilaria Ariemme.

Cantori della Turrita

“La serva padrona” di Pergolesi è un’opera breve e semplice, avente solo due personaggi più uno muto. È un gioiello di freschissima inventiva melodica e induce a rammaricarsi che il compositore sia morto a ventisei anni. Ma la tristezza diventa ancora più acuta quando si ascolta lo “Stabat mater”, sua ultima fatica prima di abbandonare questo mondo. Qui ci sono arditezze armoniche e cromatismi eccezionali per quei tempi e ci si domanda quanti e quali capolavori sarebbero nati se la tisi non avesse stroncato anzitempo la sua vita.

Ho dunque apprezzato l’iniziativa di eseguire lo “Stabat mater” l’8 aprile nella Collegiata di San Vittore Martire a Balerna (dove ero presente) e il 9 aprile nella Chiesa Parrocchiale S. Maria Assunta a Giubiasco. Tutti gli interpreti si sono rivelati validi: i “Cantori della Turrita” e il Coro Polifonico del Moesano per le emissioni precise e purissime, la soprano Daniela Beltraminelli (che è anche direttrice dei “Cantori della Turrita”) per la voce limpida, estesa, penetrante e particolarmente adatta a questo genere di musica, la mezzosoprano Marta Fumagalli per i mezzi corposi e ben calibrati, il direttore Vanni Moretto per l’accuratezza dell’interpretazione e la puntigliosa attenzione dedicata a ogni particolare (forse però con una certa esagerazione nello sfumare e nel cercare sempre la massima raffinatezza) e il complesso “Atalanta Fugiens” (cinque violini, una viola, un violoncello, un contrabbasso e il clavicembalo) per la sua capacità di seguire il direttore e attuarne le intenzioni con grande bravura.

Pubblico folto nonostante coincidenze con altre manifestazioni, applausi convinti.

 

Carlo Rezzonico

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