Alla Scala “La bella addormentata” vicina alla perfezione

Lug 12 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 71 Views • Commenti disabilitati su Alla Scala “La bella addormentata” vicina alla perfezione

Spazio musicale

Poiché le rappresentazioni della “Bella addormentata” alla Scala, tra giugno e luglio, hanno costituito un esempio vicino alla perfezione di come un balletto tradizionale deve essere allestito, ne approfitto per esporre alcune considerazioni su questo genere di spettacolo. Al suo indirizzo non sono mai mancate critiche, sia per quella che viene considerata la futilità dei soggetti, solitamente derivati da fiabe infantili, sia per la presenza di tanti numeri privi di rapporti con la vicenda e aventi lo scopo di appagare l’occhio o di stupire mediante esibizioni virtuosistiche più pertinenti all’acrobazia che all’arte. Con giudizi del genere ci si ferma però alla superficie. Così, ad esempio, nell’argomento di “Giselle” musica e coreografia diventano l’esaltazione di un amore così intenso che supera perfino i confini dell’esistenza terrena e si mantiene eroicamente inalterato oltre la morte. Nel “Lago dei cigni” i protagonisti si dibattono in una relazione impossibile che porta alla tragedia. Quanto alla “Bella addormentata” il personaggio di Aurora rappresenta il tipo di donna tardo ad aprirsi agli affetti (nel primo atto la coreografia dell’adagio della rosa ci fa vedere una persona totalmente indifferente nei confronti dei quattro pretendenti, salvo poi, però solo nel terzo atto, dar corso a sentimenti ardenti, tra l’altro con i famosi “tuffi”, belli da vedere, ma anche significativi per la loro passionalità). Insomma, molti numeri considerati esclusivamente edonistici, guardati con occhio attento, rivelano importanti elementi drammatici o caratterizzanti. Ma anche dove manca un rapporto preciso con la vicenda altri valori emergono, come l’eleganza, la grazia, la delicatezza, l’arguzia, l’ironia, la forza d’animo oppure una dolcezza che rammenta le figure femminili di un Raffaello mentre d’altro lato il vigore di una variazione maschile conduce il pensiero a Michelangelo. Probabilmente gli accostamenti che mi sono permesso di fare susciteranno critiche o addirittura sdegno eppure certi fatti sembrano confortare la mia opinione; ad esempio il comportamento di Cajkovskij.

Il compositore russo per la “Bella addormentata” ricevette da Petipa, il coreografo, istruzioni che si spingevano al punto di prescrivere, per ogni episodio, il numero delle battute e il tempo. Cajkovskij, che godeva di stima e fama, avrebbe potuto ribellarsi, ma non lo fece e possiamo immaginare facilmente le ragioni della sua remissività. In primo luogo, seppe accettare le imposizioni, non come fastidiose limitazioni alla libertà, ma come stimolo. In secondo luogo, gli piacque la storia. In terzo luogo, e qui giungiamo al punto fondamentale, gradì la possibilità di manifestare, componendo la musica, il suo sconfinato amore per la danza, vista come un genere d’arte a pieno titolo e non come frivolo piacere per gli occhi. Tutto ciò gli rese lievi i notevoli e quasi umilianti sacrifici voluti da Petipa e lo indusse, nonostante tutto, a scrivere partiture musicali aventi spessore e contenuti molto superiori alle fragilità delle favole.

Vengo ora allo spettacolo scaligero, che ha fatto capo alla coreografia di Nureyev, ripresa da Florence Clerc. Alla personalità di Nureyev si riconoscono quasi unanimemente straordinarie doti di interprete mentre più discussa è la sua attività di coreografo. Infatti, alcuni sostengono che non ha portato vere novità nel campo della danza, limitandosi ad ampliare i balletti, tutti ricalcanti fedelmente il linguaggio accademico, mediante molti numeri di danza maschile, con lo scopo evidente di creare occasioni per esibire le sue capacità di ballerino. Una opinione del genere mi sembra troppo riduttiva perché, nelle creazioni di Nureyev, elementi inconsueti e speciali non fanno difetto (quasi tutte le danze di gruppo per “La bella addormentata” mostrano una straordinaria abbondanza di idee originali). Piuttosto, parlerei di aspetti nuovi inseriti nella tradizione con moderazione e senza il proposito di sconvolgerla. Inoltre, il maggior peso conferito al protagonista maschile deriva certo da un interesse personale, ma costituisce anche un arricchimento, spesso prezioso, dello spettacolo. In questa “Bella addormentata”, dove il Principe appare tardissimo, solo nel secondo atto, Nureyev, come se fosse impaziente di metterlo al lavoro, gli assegna subito due brani, una breve variazione convenzionale il primo, una danza molto estesa ed elaborata il secondo. Qui si manifesta il sentimento di insoddisfazione e inquietudine di un giovane desideroso di vivere intensamente e di amare, ma ancora incerto e confuso. Alla Scala, nell’interpretazione di questa non facile scena, Timofej Andrijashenko ha fornito una prova assai positiva e ha ricevuto l’applauso a scena aperta più lungo della serata (ho visto la prima, il 26 giugno). Dirò di lui semplicemente che ha danzato la coreografia di Nureyev senza far rimpiangere il Nureyev interprete: e non è poco. La ballerina russa Polina Semionova è stata la Principessa Aurora: deliziosa alla sortita, dove ha tradotto perfettamente in danza il senso della musica di Cajkovskij, ossia l’espressione di tutta la vivacità, ma anche l’emozione di una ragazza il giorno in cui si festeggia il suo sedicesimo compleanno; ottima nel passo a due del terzo atto, grazie a una prestazione limpida e dalle linee purissime; non completamente in forma tecnicamente nell’adagio della rosa. Una ballerina di classe in ogni caso. Il numero altissimo di parti solistiche non mi consente di dedicare a ogni interprete lo spazio che meriterebbe: li accomuno tutti in un grande incondizionato elogio. Un elogio non meno caldo va espresso all’intera compagnia, diretta da Frédéric Olivieri, che ha messo in luce una disciplina fuori del comune in una coreografia che, di disciplina, ne esige proprio tanta. Splendidi i costumi e le scene di Franca Squarciapino.

Resta da dire della parte musicale. Felix Korobov, dal podio, non ha mai forzato l’esecuzione e non ha tentato, come altri fanno, di spingere la partitura a tutti i costi nella modernità (la tentazione, vista la straordinaria varietà ritmica, timbrica e armonica della musica di Cajkovskij, esiste). Gran cura hanno ricevuto le melodie, non soltanto quando si abbandonano al lirismo, ma anche quando assumono più profonde funzioni, ad esempio quando diventano, per così dire, foriere di grandi avvenimenti: così quella che si leva dagli archi poco prima che la Principessa si punga con lo spillo, va oltre una generica piacevolezza ma sotto sotto fa sentire il maturare di un brutto incidente. Dalle mani del Korobov è uscita mirabilmente, per fare un altro esempio, la musica che accompagna il viaggio del Principe verso la bella addormentata, nella quale aleggia tutta la trepidazione dell’uomo ormai vicino al fatto risolutivo della vicenda.

 

Carlo Rezzonico

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