Alla Scala “Don Chisciotte” in attesa del “Lago”

Mar 19 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 535 Visite • Commenti disabilitati su Alla Scala “Don Chisciotte” in attesa del “Lago”

Spazio musicale

 

Esiste una tendenza a considerare il “Don Chisciotte”, specialmente quello con la coreografia di Nureyev, in modo unilaterale. Sicuramente splende su questo balletto una luce mediterranea e vi si possono ravvisare alcuni lati in comune con la commedia dell’arte (Nureyev stesso si espresse in questo senso). E magari qualche spettatore si reca in teatro aspettandosi una specie di “matta risata”, per usare le parole che Riccardo Bacchelli, nella sua biografia di Rossini, usò a proposito dell’”Italiana in Algeri”. Nei fatti lo spettacolo offre invece una grande varietà di aspetti assai ben equilibrati. Per il personaggio eponimo non si fanno approfondimenti filosofici, ma una certa attenzione alla sua contorta psicologia esiste, e non è trascurabile, non solo nel prologo. Nell’atto degli zingari appare il grottesco, ma senza esagerazioni né cadute del gusto. Non mancano momenti lirici, in cui la relazione tra Kitri e Basilio assume l’intensità di un autentico amore. E c’è, ovviamente, l’elemento gioioso, spensierato, vivacissimo e comico, però come uno tra parecchi altri, senza pretese di esclusività.  Le considerazioni suesposte mi sono state suggerite dalla recente ripresa del “Don Chisciotte” alla Scala. Per la rappresentazione che ho visto (quella dell’8 marzo) la parte di Kitri è stata affidata alla giovane scaligera Nicoletta Manni. Questa ballerina possiede una tecnica ottima, anche se negli ultimi giri “fouetté” del terzo atto ha dovuto spostarsi alquanto. Sempre nel terzo atto ha superato bene le difficoltà poste dai numerosi delicati equilibri. I suoi salti hanno notevole elevazione e si distinguono per l’accattivante eleganza. Ma soprattutto ho ammirato in lei la scioltezza, la leggerezza e l’ariosità della danza, favorita dalla statura alta e dalla bella e slanciata figura. Sul piano interpretativo la Manni non è stata la Kitri ultrabriosa e indiavolata che siamo abituati a vedere. Ha trovato però eccellenti momenti di espressione lirica. E qui sono giunto al punto: la ballerina ha avuto il merito di far emergere un aspetto solitamente relegato in secondo piano e tuttavia importante, contribuendo a  quella varietà e quegli equilibri ai quali ho accennato in principio. Le è stato accanto un Leonid Sarafanov corretto ma non irresistibile. Di alto livello le prestazioni dei solisti e del corpo di ballo. Per le scene e i costumi si è fatto ricorso ancora una volta a quelli – bellissimi – di Raffaele Del Savio rispettivamente Anna Anni. Sul podio c’era un impeccabile David Coleman.

                   

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L’Opernhaus di Zurigo e la Scala hanno affidato a Alexei Ratmansky il compito di allestire una edizione del “Lago dei cigni” per quanto possibile fedele a quella rappresentata a San Pietroburgo nel 1895. Lo spettacolo è già andato in scena nella città della Limmat; ne ho riferito ampiamente su questo giornale. Alla Scala arriverà nei prossimi mesi. Il lavoro del Ratmansky e i principi da lui seguiti offrono l’occasione per approfondire i problemi che sorgono quando si vuole riportare alla luce la forma originale di un balletto.

 

La prima questione da risolvere consiste nello stabilire che cosa si debba intendere per originale. Parrebbe giusto dire che l’originale è la versione della prima assoluta. Ma se in quella occasione il coreografo ha dovuto scendere a compromessi, ad esempio perché il teatro gli ha messo a disposizione interpreti non idonei, e poi, nelle repliche o in allestimenti successivi, ha effettuato correzioni e miglioramenti? Ci si può porre la medesima domanda in campo musicale, particolarmente per quanto attiene al teatro d’opera, poiché nell’Ottocento i compositori non esitavano a metter mano ai propri lavori per adeguarli alle capacità di nuove compagnie di canto. Nel caso del “Lago dei cigni” le cose si complicano ulteriormente in quanto la prima versione, quella di Mosca, fu affidata a un coreografo mediocre e solo la ripresa a San Pietroburgo, con una coreografia completamente nuova, rese famoso il balletto. Di solito, quando si parla di originale, si intende l’edizione di San Pietroburgo.

 

Un secondo problema emerge se la notazione di ciò che si è scelto come originale presenta imprecisioni o lacune. Di regola si cerca di rimediare creando, per i pezzi non tramandati o tramandati male, una coreografia nuova, però nello stile dell’epoca, in modo che possa inserirsi senza rotture nel balletto. Vuoti non mancano nel “Lago” così come è stato ereditato da San Pietroburgo e Ratmansky ha dovuto colmarli.

 

Ammesso che nonostante le difficoltà si riesca a ricreare uno spettacolo presumibilmente molto simile, se non identico, a quello scelto come originale ci si può interrogare se ritocchi effettuati in epoche successive da altri coreografi o da interpreti siano da considerare per principio interventi inopportuni, quindi da eliminare senza discussione, oppure contributi da non scartare a priori ma sui quali conviene riflettere, ammettendo l’eventualità che alcuni di essi potrebbero rappresentare veri e propri miglioramenti.

 

Cominciamo dal caso in cui vengono attuate modifiche per tener conto del gusto del pubblico moderno. Ad esempio oggi si tende a ridurre le parti mimate a vantaggio di quelle danzate. Per conto mio sottoscrivo questa tendenza poiché le parti mimate, che non costituiscono danza, rompono la continuità dello spettacolo e lo rendono eterogeneo.

 

Poi c’è il progresso tecnico. In ambito musicale un mio chiodo fisso è costituito dalle riserve che faccio nei confronti degli strumenti d’epoca. Certamente tali strumenti possono produrre effetti assai belli e speciali, però mi sembra un peccato non permettere alle composizioni del passato di trarre profitto dall’estensione, dall’agilità e dallo splendore timbrico degli strumenti moderni. Nel campo della danza menziono le punte. Spesso si dice che, nella prima metà dell’Ottocento, la Taglioni per prima fece un uso sistematico di quella risorsa. Senza dubbio la famosa ballerina danzò molto sulle punte ma si stenta a credere, considerato come erano fatte le calzature ai suoi tempi, che le praticasse in modo davvero sistematico. Solo il progresso nella confezione delle calzature cambiò le cose. E allora: se nei documenti del passato troviamo raffigurate delle mezze punte, non sarebbe il caso di pensare che coreografo e interpreti avrebbero fatto ricorso volentieri a punte intere, se ne avessero avuto la possibilità, tanto più che queste sarebbero state perfettamente in armonia con le aspirazioni romantiche dell’epoca? E non sarebbe opportuno, riesumando le danze di quei tempi, mettere punte intere al posto di alcune mezze punte?

 

Molte volte le aggiunte alle coreografie originali rappresentano un arricchimento. I trentadue giri fouettès eseguiti da Odile nella coda del passo a due del cigno nero vennero inserite dalla prima interprete del “Lago”, la mitica Pierina Legnani: vi stanno benissimo, poiché manifestano l’esultanza della perfida seduttrice per aver raggiunto lo scopo di ingannare il Principe, impedendo il riscatto di Odette e degli altri cigni bianchi. Non sono solo una esibizione di virtuosismo (e se lo fossero non avrei da ridire, poiché anche il virtuosismo, fatto in un certo modo, assurge a fatto artistico).

 

La sintesi del discorso potrebbe essere questa. È giusto eseguire i balletti (ma lo stesso varrebbe per le composizioni musicali) in modo conforme all’originale. Tuttavia può essere utile consentire eccezioni, purchè si tratti solo di ritocchi che non contraddicono lo spirito del lavoro e che vengono giustificati con argomenti validi. Ad esempio la riduzione delle parti mimate, di cui ho parlato sopra, non toglie niente di essenziale, anzi conferisce più coerenza allo spettacolo.

 

Detto questo esprimo rispetto e ammirazione per il lavoro svolto con assoluto rigore dal Ratmansky. Ha rinunciato a quanto di bello è stato portato nel “Lago” dopo il 1895 però ha appagato la curiosità storica di conoscere che cosa avvenne in quell’anno sulla scena del teatro Mariinskij di San Pietroburgo. Anche questo è stato un servizio notevole per chi ama la danza.

 

Carlo Rezzonico

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