Alfredo Catalani compositore che merita una rivalutazione

Lug 14 • Prima Pagina • 42 Visite • Commenti disabilitati su Alfredo Catalani compositore che merita una rivalutazione

Ci sono operisti caduti in quello che si potrebbe chiamare un “quasi oblio”. Raramente ci si ricorda di loro e le poche volte che ciò accade non si fa altro che rappresentare il loro melodramma giudicato meglio riuscito; il resto della produzione non conta. Così quando torna in cartellone Pochielli è per “La Gioconda”, quando torna Zandonai è per la “Francesca da Rimini” e quando torna Catalani è per “La Wally”. I St. Galler Festspiele nell’edizione 2017 hanno rotto il cerchio mettendo in scena, di Catalani, “Loreley”, dopo che alcuni anni fa il teatro cittadino aveva già allestito “La Wally”.

Come sempre, quando si scrive di un’opera nuova o poco conosciuta, conviene per prima cosa riassumere la vicenda. Walter, sire di Oberwesel, sta per sposare Anna di Rehberg, nipote di Rudolfo, margravio di Biberich. Si innamora però di Loreley, un’umile ma affascinante orfanella. Nel dilemma chiede consiglio al barone Herrmann, suo amico. Questi, benchè ami intensamente Anna, esorta Walter a mantenere gli impegni presi precedentemente con lei. La trama si sviluppa presentando un Walter oscillante tra amore e dovere. Una parte notevole svolge poi Herrmann il quale, dopo aver dato un consiglio saggio all’amico, cambia atteggiamento, tenta inutilmente di conquistare all’ultimo momento i favori di Anna e auspica una vendetta di Loreley contro Walter. Questa, a sua volta decisa a vendicarsi, chiede al Reno di darle, in cambio della vita, una bellezza irresistibile con cui tormentare l’uomo infedele. Alla fine Anna muore di dolore e Walter vorrebbe riallacciare i nodi con Loreley; la donna, tuttora innamorata nonostante i propositi di rivincita, acconsentirebbe ma è vincolata dall’impegno assunto con il Reno. Walter disperato si getta tra i flutti.

Alle prese con una vicenda ridondante di contrasti violenti e momenti drammatici Catalani si rivela compositore all’altezza dell’assunto. Nei punti salienti crea forti tensioni soprattutto mediante recitativi aventi una grande incisività grazie sia alle inflessioni del canto sia agli interventi strumentali. Al riguardo si possono citare molte scene. Di valore notevole è l’episodio in cui Herrmann si pente di aver consigliato a Walter il rispetto dei suoi obblighi e vuol passare al contrattacco sottraendogli la sposa. Non meno intensi sono i recitativi di Walter: cito come esempio assai significativo il delirio del personaggio dopo aver saputo della morte di Anna.

Ammirazione destano anche i pezzi d’insieme. Dopo l’epitalamio l’improvvisa e inattesa apparizione di Loreley, che fa allibire tutti i presenti, avrebbe generato in un melodramma tradizionale un pezzo concertato; qui invece personaggi e coro si intrecciano, al di fuori delle regole formali, in un viluppo musicale grandioso e sconvolgente. Sempre nel campo dei pezzi d’insieme il corteo funebre del terzo atto è accompagnato da una musica opprimente e cupa che si distingue per la sua originalità.

Ci sono ancora almeno due aspetti degni di attenzione. Il primo è costituito dalle scene, una posta all’inizio dell’opera e l’altra all’inizio del terzo atto, nelle quali boscaiuoli e pescatori danno corso ai loro commenti e alle loro superstizioni. Ancora una volta lo strumentale brilla per la ricchezza delle idee, spesso ficcanti e taglienti. Il secondo aspetto di cui dicevo è la capacità del compositore di creare musica funzionale alla danza, che emerge in modo assai bello soprattutto nella scena delle ondine, evocante felicemente le acque del fiume e i movimenti fluidi ed eleganti di quelle creature fatate.

Torno sullo strumentale per dire che Catalani si rivela su tutto l’arco dell’opera un orchestratore esperto e qualche volta geniale. Costante è l’estrema accuratezza e l’aderenza puntigliosa al testo. Certamente qualche volta il compositore si lascia prendere la mano dal gusto per l’imponenza e lo spessore sonoro; lo fa peraltro solo dove le circostanze ne danno una giustificazione, almeno parziale, e non sconfina mai nella magniloquenza vuota. Catalani qua e là attinge anche a stilemi wagneriani, ma non è mai pedissequo e, ancora una volta, ricorre a mezzi di tal genere solo dove esiste un motivo preciso. In ogni caso parlare di un epigono del grande operista tedesco sarebbe assolutamente fuori luogo.

Tutto bello e perfetto dunque? Evidentemente no. Nei passaggi lirici Catalani non va oltre un onesto mestiere. La sua vena melodica mostra limiti. I momenti del terzo atto in cui Loreley e Walter rievocano il primo incontro (“Deh! Ti rammenti”) danno origine a melodie sciolte e teneramente espressive ma non superano il livello di una generica piacevolezza. Delude, nel primo atto, la sortita della protagonista. Il canto è semplice, dolce e lieve, come si conviene a una fragile orfanella. Ma per il personaggio eponimo mi sarei aspettato qualcosa in più, un fascino speciale, una atmosfera d’incanto e magari anche qualche allusione soprannaturale, intesa ad anticipare il senso di episodi come la misteriosa apparizione alla festa per le nozze di Anna e Walter oppure il patto fatale con il Reno.

L’edizione sangallese della “Loreley”, data all’aperto davanti alle torri della Cattedrale, ha avuto un senso solo se intesa come parodia dell’opera, destinata a un pubblico desideroso di divertirsi guardando cose inconsuete. E di cose inconsuete, il cui significato in molti casi era difficilmente decifrabile (ammesso che ne avessero uno), se ne sono viste parecchie, cominciando da quei cupi signori in abito nero e cilindro che a uno a uno sono arrivati in scena durante il preludio; a loro si sono poi mescolate donne discinte e ridanciane in grande agitazione. Il corteo nuziale, per dirne un’altra, è giunto su una specie di ferrovia simile a quelle in uso nei parchi di divertimento; in seguito è diventato una gran festa con maschere, figure grottesche, luci e colori disparati. Al massimo si è arrivati nel terzo atto, quando Loreley, fatta bellissima e irresistibile dal Reno, è apparsa in un abbagliante costume rosso con una coda lunga una buona decina di metri, manovrata da un gran numero di inservienti, che poi l’hanno allargata fino a coprire gran parte del palcoscenico. Nulla da eccepire sul piano tecnico, tuttavia sul piano artistico il discorso sarebbe evidentemente un altro.

Vengo alla musica, ma solo per quanto possibile, visto che l’impianto sonoro ha privilegiato i cantanti e messo in ombra l’orchestra, facendola diventare ovattata e lontana. In ogni caso Stefan Blunier ha diretto con mano sicura e il Sinfonieorchester St. Gallen l’ha seguito a dovere. La soprano Ausrine Stundyte (Loreley) possiede una voce limpida e morbida, però stretta sugli acuti. Mezzi di buona qualità ha messo in luce anche Tatjana Schneider (Anna). In “Amor, celeste” ha cantato con emissioni assai belle e molto sentimento; si è potuto goder bene la sua prestazione perché in quel punto il regista, bontà sua, ha concesso un momento di calma. Mi piacerebbe riascoltare queste due cantanti in teatro, al naturale, ossia senza impianti di amplificazione. Bene si è disimpegnato il baritono Giuseppe Altomaro (Hermann) mentre il tenore Timothy Richards (Walter) ha sfoggiato una voce piuttosto rozza e selvaggia ma in fondo adatta al suo focoso personaggio. Molto lodevole è stato il Chor des Theaters St. Gallen, che si è distinto per particolare bravura nell’episodio della marcia funebre.

La sera alla quale ero presente (il 27 giugno), benedetta dal bel tempo e dalla temperatura mite, gli spalti erano quasi completi e il pubblico ha applaudito generosamente.

 

Carlo Rezzonico

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