Al Sociale di Como una “Bohème” ambientata nel sessantotto

Feb 5 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 624 Visite • Commenti disabilitati su Al Sociale di Como una “Bohème” ambientata nel sessantotto

Spazio musicale

 “La Bohème” ha concluso il 22 gennaio (con replica il 24) la stagione d’opera 2015/2016 del Teatro Sociale di Como. Sul piano musicale questa edizione del melodramma pucciniano ha dato ampia soddisfazione. Il merito maggiore va attribuito al direttore Carlo Goldstein. La sua lettura dello spartito è stata precisa, accuratissima e trasparente come raramente capita di ascoltare. Anche chi nella sua vita ha visto decine di “Bohème” ha potuto trovarvi e apprezzare aspetti inattesi. Lo spunto iniziale e le sue imitazioni, seguiti dall’ascesa e dalla ricaduta dei legni e dei violini, hanno suggerito in me   l’immagine di uno splendido fiore che sboccia. Nel primo atto, quando comincia il duetto tra i protagonisti, corni e trombe si sono fusi in sonorità rotonde e calde, riflettendo con straordinaria intensità il sorgere ormai inarrestabile dei sensi amorosi. Nel valzer di Musetta – salto a un esempio di carattere opposto preso a caso – la felice scelta del tempo, relativamente lento, e la perfida soavità dell’accompagnamento orchestrale hanno insinuato una sensualità davvero seducente. Per tutta la durata dell’opera sono stati accattivanti lo scintillio dei ritmi e dei colori come pure l’emergere delle più raffinate sottigliezze espressive.

 

Il tenore Matteo Falcier (Rodolfo) possiede una voce agile, che svetta con grande facilità sugli acuti; ma il volume è scarso e il timbro esile. Purtroppo non basta un paio di bellissimi do4 per dar vita a un grande personaggio. Bene ha cantato Maria Teresa Leva (Mimì), capace di produrre pregevoli note a fior di labbro, ma anche di espandere la voce in emissioni consistenti e vibranti. Sergio Vitale (Marcello) è un baritono con tutte le carte in regola; mi sembra destinato ad ampliare ulteriormente la sua già notevole carriera. Ideale per la sua parte, grazie alla voce e al temperamento, è stata Francesca Sassu (Musetta). Alessandro Spina (Colline) ha cantato “Vecchia zimarra” con accenti toccanti e anche Paolo Ingrasciotta (Schaunard) si è disimpegnato più che lodevolmente. Pieni voti vanno assegnati all’Orchestra I Pomeriggi Musicali, al Coro Opera Lombardia (istruito da Antonio Greco), al Coro di voci bianche dell’Istituto Monteverdi di Cremona – Progetto Mousiké (istruito da Hector Raul Dominguez) e infine alla Banda di palcoscenico “Isidoro Capitanio” di Brescia. Insomma un’ottima “Bohème” per l’ascolto.

 

Per la vista purtroppo il discorso cambia in quanto Leo Muscato (regista), Federica Parolini (scenografa), Silvia Aymonino (figurinista) e Alessandro Verazzi (responsabile delle luci) hanno trasferito l’epoca della vicenda agli anni sessanta del secolo scorso e si sono ispirati al movimento del sessantotto. L’idea, già balzana in sé, è stata attuata in modo ancor più balzano. Dopo un primo atto caratterizzato da una farragine di cianfrusaglie è venuto un secondo atto animato da bambini che agitavano palloncini. Nel terzo atto la scena era coperta da frasi e figure inneggianti a lotte sociali (già, il sessantotto……) e lo spazio ingombro di personaggi affastellati e inutili; alla fine, dopo lo scambio di insulti, Musetta e Marcello, invece di separarsi, si abbracciano e poi si ritirano sotto una tenda, presumibilmente per fare l’amore. Quanto al quarto atto, nel punto in cui i violini annunciano con una grande discesa in fortissimo (eseguita mirabilmente) l’arrivo di Mimì e questa dovrebbe entrare in scena sostenuta da Rodolfo e Marcello, viene portato un letto da ospedale, con Mimì sopra, tra un grande indaffararsi di medico e infermiere. E così siamo al discorso di tante altre volte: prestazioni musicali di primo ordine e aspetti visivi che ne disturbano il godimento.

 

Pubblico foltissimo, applausi assai calorosi.

 

I Virtuosi italiani a Chiasso

 

Il programma del concerto tenuto il 15 gennaio al Cinema Teatro di Chiasso dal complesso d’archi “I virtuosi italiani” con la partecipazione del violinista Stefan Milenkovich, intitolato “Paganiniana”, ha allineato composizioni di Rossini e di Paganini: accostamento sensato poiché i due musicisti hanno in comune vivacità, estro e, almeno nelle apparenze, spensieratezza e spregiudicatezza. Ma esistono anche diversità. La Sonata per archi numero 1 del Pesarese non va oltre una generica piacevolezza. Invece la Sonata per archi numero 3 possiede valori più importanti, specialmente nel tempo di mezzo, in cui l’espressione si addensa e la melodia spicca il volo. Trascina, nel medesimo lavoro, la stringatezza elettrizzante della conclusione. Di Paganini sono stati presentati i concerti 1 e 2 per violino e orchestra. Qui, come del resto in gran parte della produzione di questo famosissimo e leggendario compositore-esecutore, convivono melodie suadenti aventi un respiro abbastanza ampio e passaggi di scatenato e iperbolico virtuosismo. Come Paganini sia riuscito a conciliarli  e a rendere accettabile l’alternanza di elementi così disparati è un segreto tutto suo. Peraltro i pregi non si esauriscono in questo: valga come esempio, nel secondo tempo del primo concerto, il recitativo del violino solista su tremoli dell’orchestra, dove la musica viene pervasa da trepidazione e inquietudine, con effetto intensamente drammatico (forse parecchi operisti italiani dell’Ottocento hanno imparato da Paganini l’uso di questa risorsa).

 

Delle esecuzioni ascoltate a Chiasso sia detto ogni bene. I  Virtuosi italiani hanno fatto onore al loro nome. Quanto al Milenkovich si può affermare che ha impressionato per la disinvoltura e la sicurezza con cui ha affrontato e superato le insidie tecniche di cui ridondano i due concerti paganiniani. Dal canto loro le frasi melodiche sono state suonate con partecipazione ma anche con gusto (le sbavature sono sempre in agguato, tuttavia nelle interpretazioni del Milenkovich non vi è stata traccia di leziosità). E per finire il violinista, probabilmente volendo mostrare di saper eseguire egregiamente anche composizioni d’altro genere, ha offerto fuori programma lavori di Bach.

 

Pubblico relativamente numeroso (volti chiassesi però se ne sono visti pochi, purtroppo) e applausi molto convinti.

 

Carlo Rezzonico

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