Al LAC splendido “Lago dei cigni” da San Pietroburgo

Dic 15 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 275 Views • Commenti disabilitati su Al LAC splendido “Lago dei cigni” da San Pietroburgo

Spazio musicale

Per i teatri russi, dopo aver conseguito, con il crollo del regime comunista, la piena libertà nella scelta dei programmi, si è posto il problema di decidere se continuare senza compromessi nel solco della tradizione oppure allargare il repertorio con lavori nuovi, come si è fatto largamente in Occidente, correndo però il rischio di perdere slancio nella danza accademica e di ridurla a una stanca e mediocre imitazione delle glorie passate. Il Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, pur aprendo le porte ad alcune novità e probabilmente mirando a compiere qualche altro passo in questa direzione, ha optato per la prima possibilità. È stata una decisione logica e naturale se si pensa che proprio nella città della Neva la danza accademica ebbe la sua fase storica più splendida, grazie alla confluenza di almeno tre fattori: la brillantezza francese, portata dal marsigliese Marius Petipa, che a San Pietroburgo in fatto di balletto faceva il bello e brutto tempo, il virtuosismo di una larga schiera di ballerine italiane e infine la sensibilità slava, di cui fu grande esponente Lev Ivanov, l’autore della geniale coreografia per il secondo e il quarto atto del “Lago dei cigni”.

Lo spettacolo portato a Lugano il 9 dicembre dalla compagnia del Mariinskij ha mostrato la capacità di fare del “Lago” un balletto fortemente sentito e tale da suscitare anche presso il pubblico dei nostri tempi un entusiasmo incandescente. La protagonista Oxana Skorik ha saputo esprimere con grande intensità sia il toccante lirismo di Odette nel secondo atto (seconda scena del primo atto, stando al programma di sala) sia la perfida seduzione di Odile nel terzo. Molto composta è stata invece la sua interpretazione dei momenti drammatici, ad esempio quello del concitato ritorno di Odette tra le sue compagne prima della tragedia finale. Sul piano tecnico la Skorik ha svolto un lavoro di gambe eccezionale e un lavoro di braccia e mani notevole, anche se non altrettanto eccellente. Nella coda del passo a due del cigno nero è stata brillantissima, non limitandosi ai “fouettés” abituali ma inserendovi giri doppi, il tutto ad una velocità vertiginosa. Di Xander Parish come principe direi che sia stato corretto. Generalmente assai alto il livello delle soliste e dei solisti: nel passo a tre del primo atto la ballerina della prima variazione si è distinta con una batteria perfetta mentre la ballerina della seconda variazione ha svolto una danza meravigliosamente leggera e ariosa. L’onnipresente Yaroslav Baibordin come giullare ha sfoggiato molto virtuosismo, non sempre calibratissimo ma talvolta con una bravura mozzafiato, per esempio nella lunga serie di “tours à la seconde” nel primo atto. Un’ottima caratterizzazione del maligno Rothbart ha dato, fin dalla sortita, Konstantin Zverev. Molto bene va detto anche del numeroso corpo di ballo (ventiquattro ballerine di fila più otto soliste), impegnatissimo in questo “Lago” (ma perché il quarto atto è stato “inquinato” da cigni neri, mentre doveva essere, come il secondo, un puro “atto bianco”?).

Delle scene, dipinte, tradizionalissime e sfarzose, così come dei costumi, a loro volta sontuosi, si fa in fretta a dire che non sono al passo con i tempi, che appartengono a un gusto superato e che non corrispondono alle aspettative del pubblico d’oggi. Tuttavia non si può negare che riflettono fedelmente la straordinaria abbondanza di valori melodici, ritmici, coloristici ed armonici della musica di Cajkovskij; chi scrive li ha pertanto apprezzati.

Sul piano musicale il direttore Gavriel Heine e l’Orchestra della Svizzera italiana hanno fatto complessivamente un buon servizio; qualche prova in più però avrebbe giovato, specialmente con riguardo al primo atto.

Sala esaurita, subisso di applausi.

“Rigoletto” a Como

L’edizione del “Rigoletto” andata in scena il 23 novembre al Teatro Sociale di Como è stata notevole soprattutto grazie al lavoro di due interpreti: Pietro Rizzo sul podio e Angelo Veccia nei panni del protagonista.

Il primo ha diretto con la massima accuratezza e con grande acume, giovandosi di un’”Orchestra I Pomeriggi musicali” in ottima forma. Ad esempio nel primo atto il tenebroso duetto tra Rigoletto e Sparafucile è stato svolto, tanto dai due cantanti quanto dal violoncello e dal contrabbasso, con impeccabile aderenza al fosco momento drammatico, dove si contrappongono il cinismo del sicario e le inquietudini del buffone, sempre più turbato e incline ormai a far uso dei servizi di quello. La transizione dalle effusioni amorose dell’ingenua Gilda alla scena del rapimento, per fare un altro esempio, è stata condotta dal Rizzo in modo esemplare e ha tenuto gli spettatori con il fiato sospeso. D’altro lato va detto che in qualche punto il direttore ha concesso troppo al gusto per le finezze, le filigrane e la leggerezza, con effetti preziosi nel profilo musicale ma non completamente adeguati alle loro funzioni drammatiche. Così nel secondo atto il motivo dei primi violini accompagnante l’arrivo di Rigoletto, che traduce genialmente lo stato d’animo sconvolto e l’aggirarsi sospettoso del personaggio, è stato assottigliato oltre il “piano” che trovo segnato sulla partiture Ricordi ed è passato quasi inosservato. Costatazioni analoghe si potrebbero fare per buona parte del terzo atto.

Quanto ai cantanti sia detto innanzitutto ogni bene del Veccia, il cui timbro è quanto di meglio si possa desiderare per Rigoletto. La sua interpretazione ha rivelato in ogni particolare, ogni sillaba e ogni inflessione della voce una conoscenza approfondita del personaggio. Lucrezia Drei come Gilda ha mostrato buoni mezzi (a parte qualche difficoltà sugli acuti), impegno e fine sensibilità. Il tenore Matteo Falcier, nei panni del Duca, non sempre ha potuto supplire con lo slancio ai limiti di una voce stretta e schiacciata. Alessio Cacciamani ha dato soddisfazione come Sparafucile e Katarina Giotas come Maddalena.

In un impianto scenico decisamente brutto, dovuto a Tommaso Lagattolla, Elena Barbalich, in qualità di regista, da un lato ha conferito risalto insufficiente ad alcuni grandi momenti drammatici (ad esempio la scena della maledizione) e dall’altro ha preso alcune iniziative discutibili (i cortigiani che scaraventano Rigoletto da una parte e dall’altra nel primo quadro del primo atto, Gilda che entra nella casa di Sparafucile durante il quartetto del terzo atto, la riapparizione alla fine dell’opera delle donne depravate che avevano “decorato” la festa del primo atto).

Maurice Steger trionfa all’Auditorio

Se prima di entrare nell’Auditorio Stelio Molo di Lugano il 1. dicembre per ascoltare un concerto della serie “Play and Conduct” pensavo che la qualifica di “Paganini del flauto dolce” attribuita a Maurice Steger potesse essere esagerata, quando ne sono uscito concordavo pienamente con quelle parole. Veramente lo Steger ha stupito e affascinato il pubblico, assai numeroso, con la sua prestazione.

La serata ha preso però avvio con l’artista ospite nella veste esclusiva di direttore, offrendo l’occasione di sentire la sinfonia 39 del quasi sconosciuto Antonio Rosetti. Una gradevole sorpresa. Ad esempio il primo tempo, basato su motivi brevi e semplici, ma utilizzati abilmente in innumerevoli varianti, con grande vivacità ritmica e dinamica, è un pezzo di piacevole ascolto, fresco, effervescente, che rivela un’ottima tecnica compositiva e un temperamento esuberante. Temperamento esuberante abbondantemente riscontrato anche nello Steger, il quale ne ha dato una lettura più che convincente. Meno interessante è il concerto per flauto dolce, archi e basso continuo in do maggiore del più celebre Telemann, dove il discorso del solista è inframezzato da brevi interventi dell’orchestra; solo il tempo lento offre qualche momento pregevole ispirato a un tenue lirismo. Ma qui ha avuto inizio la prestazione tecnicamente straordinaria dello Steger, che poi è continuata in modo ancora più stupefacente nel concerto per flauto dolce, archi e basso continuo in fa maggiore di Giuseppe Sammartini. Questo lavoro, sostenuto da una inventiva assai felice, si distingue per una costruzione particolare, nella quale trovano posto qua e là anche recitativi o brevi cadenze del solista, e per un uso originale e intelligente del virtuosismo, ricco di svolte impreviste, guizzi e puntate verso l’acuto. Ovviamente il solista è stato festeggiatissimo dal pubblico.

Ha concluso il concerto una esecuzione complessivamente dignitosa della sinfonia 94 di Haydn.

 

Carlo Rezzonico

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