Al LAC grande Sol Gabetta nel concerto di Martinu

Feb 7 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 79 Views • Commenti disabilitati su Al LAC grande Sol Gabetta nel concerto di Martinu

Spazio musicale

Nel mese di gennaio una notizia ha rallegrato particolarmente gli ambienti musicali ticinesi: al cofanetto “Rileggendo Brahms” con l’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Markus Poschner, pubblicato da Sony Classical, è stato attribuito il premio degli International Classical Music Awards per la categoria “DVD Performace”. Il riconoscimento è giunto poco dopo che i problemi concernenti il finanziamento del complesso ticinese sono stati felicemente risolti, quasi a coronare il lieto fine di una vicenda che ha tenuto con il fiato sospeso per alcuni anni. E i sostenitori dell’Orchestra potrebbero approfittarne per dire: avete visto, ancora una volta, che abbiamo lavorato per una buona causa e che l’OSI dà contributi sostanziali al prestigio del Ticino? Naturalmente i premi fanno piacere ma rappresentano anche un onere: dopo la loro attribuzione il pubblico si presenta negli auditori con aspettative elevate e molte esigenze.

Esigenze che, la sera del 1. febbraio al LAC, sono state in larga misura soddisfatte. Si è cominciato con l’Adagio per archi di Barber. Il breve brano (otto minuti) è molto contrappuntistico e possiede un carattere grave, severo. Il direttore Pablo Gonzalez ha saputo penetrare a fondo nel suo spirito, mentre la sezione archi dell’orchestra ha dato una prova notevole del suo valore.

Ha fatto seguito il concerto per violoncello e orchestra numero 1 di Martinu. La composizione presenta parecchi pregi, innanzitutto un uso intelligente delle risorse del violoncello, che svolge una funzione nettamente dominante, poi alcuni passaggi di buona levatura artistica, a volte meditativi oppure lirici oppure di rapida e intensa ritmatura. Si apprezza inoltre, in ogni circostanza, l’esclusione di eccessi. D’altra parte il concerto viene indebolito da qualche lungaggine (penso soprattutto al secondo tempo), da rapporti tra solita e “tutti” non sempre ideali (non si capisce il senso di certe improvvise e brevissime esclamazioni orchestrali inserite nel discorso solistico) e una architettura generale dai contorni non sempre ben calibrati. Lavori siffatti richiedono, per convincere il pubblico e mantenerne vivo l’interesse su tutto l’arco della loro durata, un forte aiuto da parte degli esecutori. Tale aiuto il 1. febbraio a Lugano c’è stato ampiamente. Sol Gabetta, una violoncellista argentina  che attualmente occupa un posto di primo piano nel concertismo internazionale, ha suonato magistralmente dalla prima all’ultima nota. Un aspetto della sua interpretazione merita speciale rilievo: in tutti i passaggi, comprese le corse vertiginose che di quando in quando appaiono nella composizione, ha saputo produrre ogni suono in modo netto, tuttavia – e qui sta la sua singolare bravura – usando una mano delicata, rinunciando a qualsiasi forzatura o manifestazione di aggressività e mostrando quindi, anche per tale via, la sua piena comprensione delle peculiarità che caratterizzano la produzione di Martinu in generale e questo lavoro in modo particolare. D’altro lato il Gonzalez e l’orchestra si sono prodigati per stabilire un’ottima intesa con la Gabetta. Nell’accompagnamento hanno avuto cura di mantenere volumi sobri in modo da non disturbare la solista (un riguardo che molti direttori trascurano).

La seconda parte è stata dedicata alla quinta sinfonia di Mendelssohn, della quale il Gonzalez ha dato una lettura complessivamente abbastanza valida. Ma non mi sono piaciuti gli interventi troppo marcati e invadenti, quasi gridati, degli ottoni, soprattutto nel primo tempo.

Pubblico foltissimo e successo vibrante, in modo speciale per Sol Gabetta.

“Carmen” a Como

Il Teatro Sociale di Como ha concluso la stagione d’opera 2017/2018 con una edizione della “Carmen” assai interessante e per molti aspetti pregevole. L’allestimento, contrariamente a quanto si fa abitualmente in Italia, ha utilizzato la versione con i dialoghi parlati. È stato un bene o un male? Un bene in quanto ha offerto la possibilità di conoscere il capolavoro di Bizet nella forma originale (i dialoghi vennero musicati in un secondo tempo da Ernest Guiraud). Un bene anche nel senso che i dialoghi parlati, essendo più ricchi di particolari rispetto a quelli musicati, permettono di capire meglio certi episodi. Un male invece se si pensa che l’alternanza di parti musicate e parti recitate crea continuamente inopportune rotture, tollerabili in un lavoro di sciolta e leggera comicità, in cui abbondano battute rapide e spiritose, meno quando ci si trova in presenza di svolgimenti fortemente drammatici. Senza dubbio anche in “Carmen” esistono episodi vivacissimi, festosi e coloriti, ma intrecciati con avvenimenti cupi e tesi fino all’esasperazione. Nel contrasto questi diventano ancor più terrificanti mentre quelli, dietro le apparenze liete, assumono a loro volta connotazioni tragiche. Menziono in modo speciale la scena delle carte, dove ai garruli sogni di Mercedes e Frasquita si contrappone in Carmen il presentimento della morte. Menziono pure il duetto finale, in cui lo sconvolto Don José uccide la protagonista mentre la folla fuori scena esulta per le prodezze del torero suo rivale in amore. Fatte le somme, le mie preferenze vanno ai dialoghi musicati.

A Como ha diretto l’opera Carlo Goldstein, in certi momenti con encomiabile diligenza ed esiti buoni, in altri con mano meno felice. Ho notato in lui la tendenza a dare forte rilievo alle idee secondarie, il che può essere utile quando crea prospettive nuove e fa apprezzare valori solitamente inosservati, ma alla condizione che le idee principali restino tali e non vengano sminuite. Ad esempio, dopo che Carmen ha scagliato il fiore contro Don José e dopo che le sigaraie hanno riecheggiato il motivo di “L’amour est enfant de Bohème”, dall’orchestra si innalza una melodia bellissima, assolutamente pertinente alla situazione drammatica, che meriterebbe evidenza e che invece non ha ricevuto particolare attenzione, anzi nella parte finale è stata soffocata dalla fanfara dei fiati. In altri punti avrei desiderato dal direttore più polso, più forza, più perentorietà, come nelle staffilate degli archi che rendono così terribile il responso delle carte a Carmen. Ottime sono state invece, per fare un esempio positivo, le prestazioni del Goldstein e dell’orchestra, dei fiati in modo speciale, accompagnando la romanza del fiore.

Alla mezzosoprano Na’ama Goldman era affidato il difficile compito di sostenere la parte della protagonista: l’ha svolto con impegno e intelligenza, avvalendosi di una voce bella, anche se molto chiara e quasi sopranile; forse l’avanzare dell’età potrà scurirla e darle più consistenza, facendone una vera mezzosoprano. Il tenore Luciano Ganci ha messo in luce mezzi di buon timbro, squillanti, omogenei su tutta l’estensione e capaci di svettare senza problemi sugli acuti; nella scena finale ha mostrato anche buone qualità di attore impersonando l’innamorato moralmente e fisicamente distrutto. Del baritono Zoltan Nagy si può dire che possiede qualità interessanti; non lo vedrei come cantante verdiano ma per fare il torero della “Carmen” la sua voce è pressochè ideale. Emissioni robuste e corpose (fin troppo per la delicata Micaela) nonché una piena dedizione al personaggio hanno caratterizzato le prestazioni di Maria Teresa Leva. Lodevoli quasi tutti i comprimari e il coro, istruito da Diego Maccagnola.

La regia di Frédéric Roels, piuttosto spenta nel primo atto, ha poi effettuato un lavoro apprezzabile, specialmente nella conduzione dei personaggi, svolta con sobrietà ma anche con efficacia: inappuntabile la scena finale con la conclusione tragica. Quanto alle scene, se di scene si può parlare, sono stati eretti enormi parallelepipedi rettangoli, che di atto in atto venivano spostati.

Teatro stracolmo e successo assai caldo.

 

Carlo Rezzonico

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