Agricoltura tra forze contrastanti

Mag 6 • L'opinione, Prima Pagina • 52 Views • Commenti disabilitati su Agricoltura tra forze contrastanti

Cleto Ferrari,
Deputato in Gran Consiglio

L’Agricoltura ha conosciuto e capitalizzato un ritmo di riforme impressionanti in questi ultimi trent’anni, ma mai come in questo momento si è trovata a un bivio estremamente insidioso.

Le forze che hanno agito sul settore sono perlopiù le stesse. Da un lato apertura dei mercati e dall’altro le emozioni delle città, riassunte in maggiore ecologia, rispetto degli animali e paesaggio strutturato. Il tutto poi delegato nell’applicazione a una estrema presenza burocratica dello Stato. Sulle spalle delle famiglie contadine sono arrivate onerose regolamentazioni del lavoro che avevano da sempre svolto onorevolmente, tramandando capacità, un territorio curato e un’ampia paletta di prodotti alimentari, senza doverlo documentare minuziosamente.

Sì, questa società ha il grosso difetto di non più fidarsi di chi lavora, è al fronte e dimostra costanza e risultati. Società in balia di emozioni costruite ad arte da organizzazioni portatrici di interessi di tutti i tipi forzano il rispetto nei confronti di chi lavora la terra da generazioni. Per carità, il dibattito ben venga, ma fondato anche su di un minimo di rispetto e competenza e non solo su emozioni. La maggioranza di chi si esprime non ha mai trascorso un giorno in una azienda agricola. È dura per le associazioni agricole, che rappresentano una minoranza a livello di numeri in campo, potersi fare ascoltare.

Questo contesto ha portato all’assetto attuale della nostra agricoltura, molto cara rispetto a situazioni estere. Sì, cara già per il fatto che il costo della vita nel nostro paese è estremamente elevato. La cassa malati la pagano anche gli agricoltori. L’energia stracolma di tasse ambientali la usano parecchio le nostre aziende. Le strutture con spazi notevoli per gli animali costano parecchio di più che all’estero. L’ecologia comporta costi elevatissimi per strutture e macchinari necessari alla protezione delle acque e della terra. Le elevate garanzie per la manodopera. Il tutto ha anche generato importanti e costosi carichi amministrativi. Addirittura siamo arrivati all’eccesso che l’amministrazione ti valuta per il vaso di fiori o la panchina posata al posto “giusto”. Ricordiamo che dietro alle nostre aziende ci sono semplici famiglie che dovrebbero trovare il tempo anche per dedicarsi ai loro figli e alla casa.

Con un’agricoltura resa cara per le innumerevoli regolamentazioni e oneri richiesti, all’indomani di una votazione popolare che ha sancito a grande maggioranza la richiesta della sicurezza alimentare nazionale, ossia la garanzia di una nostra produzione, ora il Consiglio federale esce innocentemente e spudoratamente con un’ulteriore richiesta d’apertura delle frontiere, giustificandola con:

“… in futuro non sarà praticamente più possibile concludere accordi vantaggiosi dal profilo macroeconomico senza fare considerevoli concessioni, soprattutto in ambito agricolo… Una riduzione della dipendenza del settore dalla protezione doganale consente di preservare la flessibilità per la conclusione di accordi di libero scambio vantaggiosi per l’economia della Svizzera.”

Espresso in altre parole significa sacrificare l’agricoltura svizzera sull’altare di altri interessi economici legati all’apertura delle frontiere. Sì, sacrificarla, in quanto la nostra agricoltura la si è voluta di estrema qualità e quindi costosa. Aprire a questo punto ulteriormente le frontiere diminuendo i dazi a protezione della produzione indigena, a fronte di un potere di acquisto dei cittadini stagnante, avrebbe conseguenze devastanti per le famiglie contadine. Con l’evidente pericolo di renderle totalmente dipendenti da pagamenti diretti statali e non più interessate al reddito generato dal valore della produzione, annullato da una concorrenza estera a basso prezzo. Si trasformerebbe il settore agricolo in un parastato, demotivato, incentrato sull’accedere al sostegno statale, costoso in burocrazia. Insomma, altra inefficienza e lontananza da spirito imprenditoriale, il tutto farcito da burocrazia e coperto poi dalle imposte dei cittadini.

L’UDC, cosciente di questi preoccupanti scenari, a livello federale e cantonale si è opposta alla direzione presa dal Consiglio federale in politica agricola, ritenendola inaccettabile. Con una serie di richieste chiare e puntuali porterà ora il dibattito a livello di parlamento. À suivre.

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