A Zurigo un’opera di Trojahn sul mito di Oreste

Mar 24 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 175 Visite • Commenti disabilitati su A Zurigo un’opera di Trojahn sul mito di Oreste

Spazio musicale

 

Manfred Trojahn, un compositore tedesco nato nel 1949, si è fatto notare, oltre che con una vasta produzione di musica sinfonica, da camera e vocale, grazie a cinque opere, in particolare “Orest”, su libretto proprio, rappresentata in prima assoluta nel 2011 ad Amsterdam e ora messa in cartellone all’Opernhaus di Zurigo.

Nel trattare il mito dello sconvolto personaggio il Trojahn ha ripreso la narrazione dal punto in cui Hofmannsthal e Strauss nell’opera “Elettra” l’avevano interrotta. Riassumo gli avvenimenti. Durante l’assenza di Agamennone, partito per la guerra di Troia, la moglie Clitennestra diventa l’amante di Egisto. Quando Agamennone ritorna Clitennestra ed Egisto lo uccidono. Elettra, figlia di Agamennone e Clitennestra, non perdona alla madre il delitto e incita il fratello Oreste ad assassinare lei e l’amante. Oreste esegue. Fin qui giunsero Hofmannsthal e Strauss; ora comincia Trojahn. Oreste è sconvolto a causa del matricidio di cui si è macchiato. Elena, sorella di Clitennestra, è tornata da Troia. Elettra la detesta poiché ha scatenato una guerra che è costata molte vite alla Grecia. Elena vorrebbe portare un dono sacrificale sulla tomba di Clitennestra ma, sentendosi odiata dalla gente, è presa da paura e prega Elettra di provvedere in sua vece; Elettra naturalmente rifiuta e le consiglia di affidare l’incarico a Ermione, figlia di Elena stessa. Ermione acconsente e parte. Oreste ed Elettra sono condannati a morte. Oreste chiede aiuto a Menelao, fratello di suo padre, ma questi, per non compromettere i suoi disegni politici, si limita a consigliare la fuga. Elettra cerca di convincere il fratello ad uccidere Elena ed Ermione; Oreste uccide la prima me non ha il coraggio di fare altrettanto con la seconda, con la quale aveva intrecciato gli sguardi. Giunge Apollo, prende con sé Elena, di cui era innamorato, e la porta tra gli immortali mentre Oreste, contrariamente al desiderio del dio, si avvia con Ermione verso luoghi ignoti, dove presumibilmente vendette e omicidi sono banditi.

Il libretto è breve e conciso, la drammaturgia stringata ed essenziale. Il Trojahn concentra l’attenzione su Oreste. Il personaggio ha ucciso la madre per vendicare il padre, eseguendo un ordine di Apollo, tuttavia non può dimenticare che Clitennestra gli ha dato la vita e non riesce a sopprimere un sentimento di amore per lei. Crede di trovare una via d’uscita al tormento che lo dilania nell’affetto per Ermione. Elettra presenta una psicologia complessa poiché, mentre da un lato manifesta inflessibilità, brutalità e determinazione nel perseguire i suoi scopi, anche quando consistono in omicidi, dall’altro prorompe nella quarta scena dell’opera in accenti e rimpianti umani che la avvicinano stranamente al personaggio di Crisotemide dell’opera di Strauss (mancante nell’”Orest” di Trojahn). Elena è donna mediocre, bellissima e contesissima ma null’altro, così ottusa da non capire per qual motivo il popolo la sprezza. Diversa dalla madre è Ermione, creatura dolce che affascina Oreste e viene ammirata perfino da Elettra. Una gran figura non fa Apollo, incapace di aiutare Oreste a uscire dalle angustie nelle quali lui medesimo lo ha messo e infatuato di Elena. Men che mediocre è Menelao.

E la musica? Trojahn usa un recitativo ridotto a poche formule che puntano continuamente, quasi ossessivamente, verso l’acuto. Quando Elena appare per la prima volta e manifesta desolazione per il fatto che trova tutte le porte chiuse, il canto produce un acuto dopo l’altro. Nella quinta scena Ermione fa la stessa cosa. Quando giunge Elena, ancora. Quando il canto passa di nuovo a Ermione, ancora. L’orchestra pullula di spunti e annotazioni varie, alcune delle quali interessanti, soprattutto nel colore, tuttavia senza far emergere elementi precisi riguardanti il carattere dei personaggi e gli avvenimenti. A volte gli strumenti sembrano volontariamente rinunciare a svolgere una parte importante. Così dopo l’uccisione di Elena producono solo un lungo indugio sulla medesima nota e nella scena finale, quando Ermione e Oreste si allontanano insieme alla ricerca di un mondo migliore, lo strumentale diventa rarefatto come se volesse assentarsi. Anche i passaggi d’insieme – il terzetto e il madrigale – non si espandono in sviluppi musicali di una certa importanza. Se questo “Orest” riesce ugualmente a interessare intensamente il pubblico, il merito va ascritto ai pregi della drammaturgia e al valore letterario del libretto. In fondo, più che un’opera, costituisce un dramma fornito, in via accessoria, di spunti e commenti musicali.

Il successo dello spettacolo all’Opernhaus di Zurigo (quando ero presente, il 10 marzo, teatro molto affollato e alla fine applausi sentiti) va attribuito anche in gran parte all’eccellenza dell’esecuzione. Per i sei personaggi principali sarebbe stato difficile raccogliere una compagnia migliore. Georg Nigl (Oreste) ha vissuto le contraddizioni e gli struggimenti del suo personaggio, tanto nel canto quanto nell’azione scenica, in modo superlativo. Inappuntabili Airam Hernandez (Apollo) e Raymond Very (Menelao). Sul versante femminile Claudia Boyle (Elena) si è destreggiata con straordinaria abilità nella stratosfera dell’estensione; ho notato in modo speciale, come una delle tante prodezze canore, un sovracuto attaccato perfettamente a voce fissa e poi trasformato come nulla fosse in un ampio vibrato. Claire de Sévigné (Ermione) si è fatta ammirare a sua volta come generosissima dispensatrice di note vertiginose, tutte prodotte con voce limpida e vellutata, senza sforzo apparente. Infine Ruxandra Donose è stata una interprete stupenda della feroce figlia di Agamennone e Clitennestra. Erik Nielsen ha diretto correttamente la Philharmonia Zürich.

La regia era affidata a Hans Neuenfels. Costui, famoso per le licenze che si concede quando mette in scena melodrammi tradizionali (una volta a Francoforte fece di Aida una donna delle pulizie) nell’”Orest” sul quale sto scrivendo si è distinto invece con un lavoro pregevole, in particolare con un’ottima conduzione dei cantanti, supplendo in parte alle carenze di caratterizzazione della musica: così abbiamo visto una Elena sussiegosa e piena di sé, una Ermione vezzosa e danzante, un Apollo smanceroso e umiliato dalla disobbedienza del protagonista, ma soprattutto un Oreste scavato in ogni aspetto della sua contorta psicologia, laddove ovviamente il Neuenfels ha avuto una eccellente collaborazione da parte del Nigl, autore, come già detto sopra, di una prestazione superba.

OSI in Auditorio

Antonio Salieri fu famoso tra Settecento e Ottocento come operista ma oggi i cartelloni dei teatri sono particolarmente avari di suoi lavori. In Svizzera ricordo solo un allestimento dell’”Axur Re d’Ormus” e uno della “Grotta di Trofonio” parecchi anni fa a Winterthur. Le storie della musica menzionano questo compositore soprattutto per l’”Europa riconosciuta”, con la quale venne inaugurato nel 1778 il “Regio Teatro” di Milano, ossia la Scala, e che venne ripresa nel 2004 per la riapertura del teatro dopo i lavori di restauro e ammodernamento. E ora il concerto del 17 marzo della stagione OSI in Auditorio ha fatto conoscere una Sinfonia in re maggiore “La Veneziana”, del 1778. In questo lavoro ho notato una considerevole perizia tecnica e un costante sforzo di originalità, ma il risultato è apparso deludente. Dalla partitura emergono molti spunti interessanti ma senza che rispondano a un pensiero musicale coerente e costante nei valori. In essa trova conferma il giudizio generale espresso da Otto Biba in “Antonio Salieri: per conoscerlo meglio: “…… raggiunse i suoi traguardi grazie a maestria e impegno, ma in lui non si manifestò mai il genio, che potesse consentirgli di superarsi” (riportato sul Programma del Teatro alla Scala, stagione 2004/2005, nella traduzione di Lucilla Castellari).

Si è poi ascoltato il concerto per pianoforte e orchestra KV 466 (e non il concerto per pianoforte e orchestra KV 271, “Jeunehomme”, annunciato precedentemente) di Mozart dove il solista Alexander Meinikov ha fatto uso di un pianoforte del XVIII secolo (o di una sua ricostruzione), che si usa chiamare fortepiano. Il Meinikov ne è stato un interprete di grande finezza e sensibilità. Tuttavia il suono delicatissimo dello strumento è apparso gracile, lontano e spaesato nell’ambito di un’orchestra moderna, anche se per l’occasione con un organico fortemente ridotto. Se proprio si vogliono presentare esecuzioni filologiche, giusto sarebbe farlo in modo completo, solista e “tutti”.

Ha concluso la serata una limpida e scintillante interpretazione della sinfonia 39 KV 543, sempre di Mozart, nella quale il direttore Jonathan Cohen (che ha sostituito Robert King) e l’Orchestra della Svizzera italiana hanno potuto offrire il meglio di sé.

Pubblico numeroso, molti applausi, specialmente dopo la sinfonia di Mozart.

 

Carlo Rezzonico

Comments are closed.

« »