A Zurigo felice convivenza di musica e danza

Gen 27 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 288 Visite • Commenti disabilitati su A Zurigo felice convivenza di musica e danza

Spazio musicale

Quando a Mosca si stava allestendo la prima assoluta del “Lago dei cigni”, che andò poi in scena il 4 marzo 1877, alcuni dissero che la partitura di Cajkovskij non era danzabile. A quell’epoca la musica per un balletto doveva essere semplice, con melodie orecchiabili e ritmi regolari ben scanditi. Oggi le preoccupazioni di allora fanno sorridere. Nel nostro tempo anche composizioni estremamente complesse vengono associate senza timore alla danza. Uno dei pionieri in questo campo fu John Neumeier, che da molti anni guida la compagnia di Amburgo: già nel 1975 fece un balletto sulla terza sinfonia di Mahler, nel 1977 sulla quarta, nel 1981 sulla Passione secondo Matteo di Bach. Recentemente un coreografo si è cimentato addirittura con la Divina Commedia. In questo filone, nel quale sono nati balletti discutibili ma anche lavori assai interessanti, si inserisce la Messa da Requiem di Verdi allestita nel corso della corrente stagione dall’Opernhaus di Zurigo; ne ho già riferito su questo giornale.

 Operazioni artistiche di tal genere presentano ostacoli e rischi. In una sinfonia di Mahler, in una passione di Bach o, appunto, nella Messa da Requiem di Verdi non è possibile sopprimere o spostare singole parti come invece è pratica corrente, ad esempio, per “Lo schiaccianoci” o “La bella addormentata” di Cajkovskij. Il coreografo è costretto ad accettare vincoli rigorosi e a dar prova di umiltà. La danza deve adattarsi alla musica e non viceversa. Con ciò corre il rischio di scendere a compromessi, di frammentarsi e di rinunciare a certe sue peculiarità. E se il coreografo cerca di aggiungere valori propri, estranei alla musica, fa nascere facilmente eccessi e contraddizioni. I grandi capolavori sono perfetti in sé e volerli “arricchire”, “aggiornare” o, parola di moda, “rivisitare” non fa che guastarli.

 Nel caso della Messa da Requiem di Verdi le obbiezioni suesposte si attutiscono e il compito del coreografo risulta facilitato. A questo proposito conviene cominciare il discorso da lontano. Il compositore, così si dice, fu scettico nei confronti di Dio e non praticò la religione, causando dispiacere alla compagna e poi moglie Giuseppina Strepponi. Eppure nella messa in questione (come del resto in certe scene della “Forza del destino” o nell’ultimo atto dell’”Otello”, che contiene la più bella e trepidante “Ave Maria” esistente nella letteratura musicale) la fede appare intensamente. Gli artisti quando creano si rendono spesso indipendenti dalle loro idee e dalla loro vita: come certi compositori scrissero in periodi tormentati da vicissitudini lavori capaci di affascinare per serenità o gioia di vivere così anche un non credente può raggiungere nelle sue opere una grande profondità religiosa. È capitato nella Messa da Reguiem del Bussetano, dove però la religiosità non si sublima nell’estasi né si addentra nelle elucubrazioni teologiche, ma tira dritto agli stati d’animo, anche appassionati e drammatici, che un uomo o la sua anima può provare di fronte a Dio. Questa, per così dire, umanità della concezione religiosa giova al lavoro del coreografo, offrendogli ampio spazio per utilizzare le risorse della sua arte.

 A Zurigo Christian Spuck lo ha fatto in modo intelligente. Non ha inventato una storia (che nella Messa da Requiem non c’è) ma si è limitato a tradurre fedelmente le emozioni suscitate dalla musica in termini di danza. In generale ha raggiunto bene lo scopo, con pochi momenti grigi e parecchie punte di eccellenza. Eccone due di questi. Il passo a due corrispondente al “Recordare” si è svolto con grande dolcezza e fluidità, come il sentimento espresso dalle parole e dalla musica, che è quello di un rispettoso e delicato rimprovero a Dio, forse dimentico, così sembra alle anime, dei frutti prodotti dal sacrificio di Cristo. Nel “Lacrymosa” invece i movimenti del ballerino e soprattutto della ballerina hanno prodotto una espressione di desolante tristezza perfettamente corrispondente a quella emergente dalla musica creando una simbiosi tra suoni e danza di straordinaria efficacia.

 Si spiega così il vibrante successo del “Requiem” all’Opernhaus. Non dimentichiamo però che un contributo decisivo alla riuscita dello spettacolo è venuto da tutta la compagnia zurighese, autrice di una prestazione maiuscola.

 

“Romeo e Giulietta” alla Scala

 

Quando in un balletto confluiscono e si fondono perfettamente contributi di personalità geniali come Shakespeare, Prokof’ev e Macmillan il risultato non può essere che un capolavoro. È il caso di “Romeo e Giulietta”, rappresentato numerose volte alla Scala nelle stagioni passate e ripreso in quella corrente. L’essenza dello spettacolo e la rapida evoluzione nel carattere degli amanti veronesi appaiono soprattutto nei passi a due. Prima però c’è da parte di Romeo il tentativo di acquisire i favori di Rosalina, una donna sdegnosa e infatuata di sé. C’è anche la presentazione di Giulietta a Paride, un giovane distinto ma insignificante, con il quale la ragazza intreccia una danza formale e svogliata per adempiere un puro dovere di cortesia. Segue – e qui veniamo alla grande svolta – l’incontro fatale tra i due protagonisti. Il primo passo a due è breve e furtivo, si svolge al margine della festa in casa Capuleti e reca tutte le caratteristiche di un amore giovanile appena sbocciato, con gli amanti sorpresi di scoprire i loro sentimenti e ancora esitanti. Invece il secondo passo a due, nella scena del balcone, manifesta un amore appassionato e irrefrenabile. Il terzo, che segna il momento della separazione, poiché Romeo deve partire per l’esilio, è dominato dalla disperazione. Il quarto infine nasce quando Romeo danza con il corpo assopito, ma da lui creduto esanime, di Giulietta, come se volesse rifiutare quanto egli presume sia accaduto, ma che tra poco, per il noto disguido, diventerà realtà. Così Macmillan ci presenta, da grande coreografo, le fasi della vicenda in un “crescendo” che sfocia nella tragedia.

 Ha destato un grande interesse nello spettacolo scaligero, che ho visto il 13 gennaio, la presenza come protagonista femminile di Misty Copeland, la prima “principal dancer” afroamericana dell’American Ballet Theater. Ha dato ottime prestazioni, sia sola, come nella variazione del primo atto, nella quale ha danzato con una scioltezza, una leggerezza e una ariosità ammirevoli, sia nei passi a due. Di questa artista mi preme anche sottolineare che ha dovuto combattere duramente per affermarsi, non solo a causa del colore della pelle, ma anche per la struttura del suo corpo, non ideale per una ballerina. Alla fine però si è fatta strada. Merita di essere letta l’intervista contenuta nel programma della Scala. La ballerina mostra che con la buona volontà si possono vincere anche le circostanze più avverse e conseguire risultati importanti: una vera lezione morale per certa gente del nostro tempo sempre propensa a piagnucolare non appena le si chiede un sia pur minimo sacrificio. Accanto a lei Roberto Bolle si è confermato un danzatore tecnicamente impeccabile, sicuro, ottimo portatore ma, come sempre, un tantino distaccato. Bene hanno danzato i solisti. Un elogio particolarmente caloroso merita il corpo di ballo per l’impegno e la disciplina irreprensibile.

 Parole meno favorevoli devo scrivere purtroppo per l’Orchestra della Scala e il direttore Patrick Fournillier. La parte musicale è restata sensibilmente al di sotto del livello al quale il teatro milanese ci ha abituato, facendo rimpiangere la stupenda interpretazione del 2014 con Zhang Xian sul podio.

 

Notevole “Turandot” a Como

 

Nell’esecuzione a Como dell’ultima opera di Puccini va elogiato in primo luogo il direttore Carlo Goldstein. È giovane, molto attivo, dotato di talento, per cui non esito a pronosticargli una carriera importante. Grazie all’ottima collaborazione dell’Orchestra I pomeriggi musicali di Milano ha fatto ascoltare melodie svolte impeccabilmente, sonorità corpose o estremamente raffinate secondo le esigenze del momento e una straordinaria ricchezza di valori timbrici e armonici, guizzi, bagliori e lampeggiamenti musicali. Gli aspetti più avanzati del linguaggio pucciniano sono emersi con grande efficacia. Così l’interpretazione del Goldstein mi ha suggerito questa considerazione: Puccini ha utilizzato risorse musicali arditamente avanzate e tuttavia è riuscito ad affascinare un pubblico vasto, in altre parole è pervenuto alla popolarità ricorrendo a mezzi con i quali molti compositori moderni non fanno altro che annoiare.

 Per i personaggi principali il teatro comasco ha presentato un terzetto di cantanti abbastanza omogeneo e valido. Lilla Lee, che ha impersonato Turandot, possiede una voce penetrante, un tantino aspra, ma in fondo proprio per questo adatta alla crudele principessa. Ha superato bene gli scogli di “In questa reggia” e si è imposta con autorità nel duetto finale quando, a voce calda e portata dalla regia vicino al proscenio, ha potuto far sentire il meglio di se stessa. Il tenore Dario Prola dispone di mezzi gradevoli nel timbro e capaci di salire bene agli acuti; per diventare un Calaf ideale avrebbe bisogno di una maggior potenza e  un colore più scuro. Una voce interessante è quella di Maria Teresa Leva, che migliorerebbe ulteriormente se diventasse più flessibile. La cantante mi ha colpito per l’ottimo controllo della respirazione ma dovrebbe limitare l’uso delle messe di voce. È stata in ogni caso una Liù appassionata e convincente. Buoni in generale i comprimari, il Coro Opera Lombardia istruito da Diego Maccagnola, il Coro di voci bianche Mousike Smim Vida di Cremona istruito da Hector Raul Dominguez e la banda di palcoscenico “Isidoro Capitanio” di Brescia.

 Sul piano visivo lo spettacolo si è allontanato dalla tradizione rispettando tuttavia le caratteristiche dell’opera: l’atmosfera di incubo gravante su Pechino nel primo atto, la vivacità ma anche l’amarezza delle tre maschere cinesi, la tensione durante la scena degli indovinelli e infine il fermento e l’inquietudine della città sotto il decreto terribile che impone il “nessun dorma”. Pertanto sia fatta lode a Giuseppe Frigeni, autore di regia, scene e luci, e a Amélie Haas, responsabile dei costumi.

 Alla prima teatro affollatissimo e successo vivo.

 

Carlo Rezzonico

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