A Parma “Un ballo in maschera” con scene del 1913

Feb 8 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 72 Views • Commenti disabilitati su A Parma “Un ballo in maschera” con scene del 1913

Spazio musicale

Il Teatro Regio di Parma ha effettuato per la stagione d’opera in corso di svolgimento una operazione di ricupero che per il suo carattere straordinario e per l’ottima qualità del risultato merita grande attenzione. Punto di partenza è stata la riscoperta in un deposito delle scene originali create da Giuseppe Carmignani per “Un ballo in maschera” rappresentato il 14 settembre 1913 nel quadro delle celebrazioni per il primo centenario della nascita di Verdi. Grazie al lavoro di Rinaldo Rinaldi, informa il programma di sala, “le scenografie sono state restaurate e integrate laddove lacunose, in modo da essere montate per la messa in scena dell’opera e offrire allo spettatore un’idea dell’impatto visivo di cui il pubblico di Parma del 1913 ebbe modo di fare esperienza diretta”.

Non tutto quanto si è visto in gennaio nella città emiliana può essere valutato positivamente. Nel primo atto la scena della sala del Governatore ha mostrato l’interno sontuosissimo di un palazzo con grandi effetti di profondità: un colpo d’occhio affascinante, che tuttavia mal si concilia con la collocazione della vicenda in una colonia americana mentre d’altra parte lo spazio a disposizione dei cantanti e delle comparse è rimasto limitato a una stretta striscia lungo il proscenio. Appropriato invece l’antro di Ulrica. Troppo squallido l’”orrido campo” (ma le quinte laterali sono state sacrificate perché in cattivo stato). Austera e imponente la stanza di Renato, che ha creato un ambiente ideale per gli avvenimenti truci che vi accadono. Insignificante il luogo dove Riccardo, in un momento toccante, firma il decreto di rimpatrio per Amelia e Renato, ma proprio per questo è stato di grande effetto il cambiamento a vista nella grandiosa sala dove era in corso la festa di ballo. Tutto sommato un complesso di quadri che, tolte le riserve suddette, si è accordato efficacemente con i grandi valori drammatici e musicali dell’opera, ha permesso di goderli intensamente e ha fatto forte presa sul pubblico.

I costumi, di Lorena Marin, si sono ispirati a leggerezza mediante una “sovrapposizione di garze e tulle… pur mantenendo rigorosamente lo stile e il disegno degli abiti secenteschi che lo spettacolo richiede”. Dal canto suo la regista Marina Bianchi ha voluto suggerire agli attori “una gestualità e movimenti più moderni, evitando le convenzionalità operistiche della tradizione che ormai non corrispondono più al nostro modo di vedere il teatro.” Le due citazioni provengono ancora dal programma di sala. A mio parere l’impostazione della regista, escludendo i gesti stereotipati in uso oltre un secolo fa, che ai nostri occhi sembrano ridicoli, e accogliendo invece una moderata modernità, è stata giusta e non ha portato inconvenienti nella parte visiva dello spettacolo. Ammirevole l’animazione nella scena del ballo, alla quale hanno contribuito assai bene le coreografie di Michele Cosentino.

Ora è il caso di tirare le somme ponendo un paio di domande. Ci siamo trovati di fronte a una operazione storicamente interessantissima ma che in ciò esaurisce il suo valore oppure a una esperienza viva, stimolante e tuttora valida? In altre parole, avrebbe senso effettuare altre riesumazioni del genere oppure creare allestimenti nuovi ma, se non proprio totalmente, in larga misura rientranti nel solco della tradizione? Penso che avrebbe senso. Quando la regia, come è avvenuto a Parma, evita uno storicismo  estremo, anche allestimenti di questo genere, eventualmente con qualche moderata semplificazione e qualche piccolo alleggerimento, possono convincere il pubblico d’oggi, tanto più che si trovano in armonia con la musica e non mettono ostacoli al suo godimento.

Già, la musica. Considerata la specialità dell’avvenimento era giustificato che, in questo caso, cedesse il primo posto della recensione alla parte visiva dello spettacolo. Dirò che, sorvolando sulla debole direzione di Sebastiano Rolli, questo “Ballo in maschera” ha dato soddisfazione anche dal lato musicale. Punto di forza è stata la compagnia di canto (mi riferisco alla rappresentazione del 16 gennaio). Saimir Pirgu è un buon tenore lirico con ottimi acuti; ha temperamento vivace e si è trovato molto bene nei panni di un personaggio esuberante e incorreggibilmente ottimista come Riccardo. Irina Churilova, l’interprete di Amelia, possiede mezzi larghi e di timbro pregevole ma dovrebbe affinarli ulteriormente, in particolare per quanto concerne gli attacchi; a voce calda però i difetti si sono attenuati e la sua prova è stata nel complesso più che positiva. Per la parte di Renato il teatro parmense ha reclutato Leon Kim, già ammirato a Como come Alfio in “Cavalleria rusticana”. Alle prese con un personaggio di maggior statura questo baritono ha mostrato pienamente le sue capacità. La voce ha potenza e qualità, il temperamento è forte. Ha tutto quanto occorre per le grandi interpretazioni baritonali. Cantante di classe, anche se non dotata di mezzi eccezionali, si è rivelata Silvia Beltrami, che ha dato vita a una Ulrica convincente. Infine Laura Giordano si è disimpegnata assai bene come Oscar benchè avesse fatto annunciare una indisposizione. Di livello molto buono anche i comprimari. Preciso ed efficace, come sempre, il coro istruito da Martino Faggiani.

Krylov a Lugano

Esiste un virtuosismo musicale che permette all’esecutore di mostrare capacità tecniche formidabili e di produrre effetti strabilianti. Il pubblico resta a bocca aperta e ammira. Ma si tratta di esibizioni aride. Se durano oltre tre o quattro minuti diventano perfino noiose. D’altro lato però esiste anche un virtuosismo dove l’interprete mette in campo un dominio dello strumento tale che fa dimenticare i problemi tecnici. Suona tutto con semplicità e senza sforzo apparente. La sua attenzione si concentra, ad esempio, su sublimi sottigliezze (come nel caso in cui con un violino, utilizzando armonici, sale ad altezze vertiginose e vi si sofferma in un affascinante luccichio di suoni). Oppure si concentra su un prorompere di energie trascinanti e di forti tensioni dell’animo. Allora non ci troviamo più in presenza di pura dimostrazione di abilità bensì di fatti artistici eccezionali.

A questo secondo tipo di virtuosismo appartiene quello messo in luce da Sergej Krylov nel concerto del 24 gennaio all’Auditorio Stelio Molo di Lugano per la serie OSI in Auditorio. L’eminente violinista, in due brani fuori programma, ha elettrizzato gli ascoltatori con prestazioni che, oltre a manifestare una straordinaria vitalità ritmica, hanno assunto un volume e uno spessore, per così dire, sinfonici.

La serata era tutta incentrata sulla persona del Krylov, impegnato come solo nei due numeri fuori programma, come solista in “Fratres” per violino, archi e percussioni di Pärt e nel concerto per violino e orchestra di Mendelssohn, infine come direttore per tutto il programma, comprendente anche la Serenata per archi op. 22 di Dvorak. A fronte di tanta generosità il pubblico ha mostrato ammirazione e gratitudine subissandolo di applausi. Sulle esecuzioni dei brani con orchestra non sono purtroppo in grado di esprimere una opinione poiché il posto di “emergenza” assegnatomi non mi ha consentito un ascolto adeguato.

Balletti di Kylian a Zurigo

Nel campo della musica sinfonica o da camera sarebbe possibile attirare un pubblico foltissimo mettendo in programma esclusivamente lavori di un solo compositore contemporaneo? Difficilmente. Invece nel campo del balletto la cosa riesce. Lo ha dimostrato l’Opernhaus di Zurigo allineando nel medesimo spettacolo quattro balletti di Jiri Kylian. Si è cominciato con “Bella figura”, in cui l’atmosfera dominante è quella di una generale irrequietezza, che a tratti si spinge fino all’eccitazione e all’isterismo. La fantasia dell’insigne coreografo ha lavorato a getto continuo con risultati notevoli; bellissima l’unica danza di gruppo. Poi sono venuti “Stepping Stones”, che Kylian ha concepito come omaggio alla tradizione e all’eredità del passato. Di conseguenza appaiono molte pose e movimenti accademici: giri in abbondanza, “arabesques”, “attitudes” e altro, il tutto però coniugato secondo lo stile caratteristico del coreografo. Un bel balletto, talvolta con qualche segno di stanchezza nell’inventiva, ma sempre pronto, dopo ogni breve calo di ispirazione, a ricatturare in fretta l’attenzione degli spettatori. “Sweet Dreams”, il numero successivo, nonostante il titolo ha poco di dolce, ma svolge un discorso alquanto tetro, a volte grottesco, a volte sarcastico. Grande è stato il contrasto quando, dopo questo lavoro piuttosto ostico, si  è passati senza interruzione a “Sechs Tänze”, su musica di Mozart. Qui Kylian si scatena in un vortice di umorismo, spensieratezza e vivacità, con parecchie trovate davvero divertenti. Per i quattro balletti si è fatto capo a un insieme molto vario di composizioni musicali. Così abbiamo ascoltato brani di Lukas Foss, Giovanni Battista Pergolesi, Alessandro Marcello, Antonio Vivaldi, Giuseppe Torelli, John Cage, Anton Webern e, come già detto, Mozart. Per quanto concerne le esecuzioni la compagnia zurighese si è mostrata nuovamente in ottima forma. Non è facile danzare lavori di Kylian. Questo coreografo assai spesso, dopo un movimento rapido, blocca le ballerine o i ballerini in una posa; alterna dunque elementi fortemente dinamici ad elementi improvvisamente statici. Dagli interpreti questo modo di coreografare esige grande precisione e puntualità; anche in ciò la compagnia dell’Opernhaus si è dimostrata pienamente all’altezza del compito.

Ho visto la rappresentazione del 25 gennaio. Ovviamente il teatro era esaurito. Ho scritto “ovviamente” perché la sala completa è ormai regola per gli spettacoli di balletto all’Opernhaus. Si pensi che per tutta la stagione 2017/2018 l’occupazione dei posti ha raggiunto un incredibile 98%.

Carlo Rezzonico

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