A Como “Les contes d’Hoffmann” in bella e giovanile edizione

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Spazio musicale

Ci sono almeno due problemi ardui da risolvere quando si mettono in cartellone “I racconti di Hoffmann” di Offenbach. Uno consiste nella scelta della versione. Poiché la genesi di questo melodramma è stata assai tormentata ne esistono parecchie, anche fortemente divergenti. L’altro è rappresentato dal reperimento dei cantanti giusti, un compito, nel caso del capolavoro di Offenbach, molto più difficile del consueto: le parti sono numerose e ognuna richiede caratteristiche vocali e doti interpretative diverse. Nell’allestimento andato in scena il 19 dicembre al Teatro Sociale di Como il colpo di adunare una compagnia omogenea nei valori, ma ben differenziata secondo le svariatissime esigenze dei personaggi, è riuscito come raramente capita.

Per il protagonista occorre un tenore di bella presenza e voce accattivante, versatile, capace di inserirsi in cinque situazioni contrastanti (quelle del prologo, dei tre racconti e dell’epilogo) e non da ultimo resistente, in quanto è in scena per quasi tutta la durata, assai lunga, dello spettacolo: qualità possedute in larga misura da Michael Spadacini, un cantante che nonostante la brevità della carriera (il debutto risale al 2008) ha già svolto una attività intensa in numerosi teatri e nell’aprile 2015 canterà al Festival di Salisburgo in “Cavalleria rusticana” e “Pagliacci”. Abramo Rosalen, al quale sono state assegnate le quattro parti diaboliche, ne è venuto a capo con notevole bravura, favorito da una voce ampia, di bel timbro, flessibile, in grado di produrre i colori e le perfide sfumature necessarie per i suoi satanassi. Un Crespel e un Luther di lusso si è rivelato il basso Mariano Buccino, nato nel 1987 e, a giudicare dalla nota biografica contenuta nel programma di sala, ancora agli inizi della carriera. Una carriera che a mio parere dovrebbe portarlo alquanto lontano, considerata la potenza e la qualità eccezionali dei suoi mezzi. Di lusso anche la serie di personaggi comprendente Andrès, Cochenille, Frantz e Pittichinaccio grazie allo squillante tenore Matteo Falcier. Da elogiare sono poi Roberto Covatta, abile e spassoso caratterista nei panni di Spalanzani, e Vincenzo Nizzardo come Hermann e Schlémil. E ora tocca alle donne. Alessia Nadin si è distinta con emissioni morbide e calde, che le hanno permesso di delineare con sensibilità e aderenza Niklausse. Bianca Tognocchi, che ha giocato in casa essendo nata a Como, si è destreggiata senza problemi nei funambolismi e nei sovracuti di Olimpia. Maria Mudryak è stata una Giulietta bene in voce e soprattutto di bella e adeguata presenza. Infine Larissa Alice Wissel ha destato molta ammirazione, da un lato per la voce voluminosa, smaltata e vibrante, dall’altro per la commovente interpretazione di Antonia, il più toccante dei personaggi femminili.

Mi sono dilungato sui cantanti perché – ripeto – è raro che un organizzatore di spettacoli teatrali riesca ad azzeccare per tutte le parti vocali dei “Racconti di Hoffmann” interpreti appropriati come quelli ascoltati a Como. Ma una lode sentita merita il direttore Christian Capocaccia. Il suo lavoro è stato qualitativamente perfetto, o quasi, e quantitativamente un tantino carente. Questo modo insolito di formulare una opinione sul lavoro del direttore richiede una spiegazione. Il Capocaccia ha dato una lettura dello spartito accurata e intelligente, rintracciando e porgendo all’ascoltatore tutti i valori che esso contiene. Ad esempio le allusioni e i commenti sinistri di cui lo strumentale è ricco e che rammentano allo spettatore le peculiarità fantastiche e diaboliche delle tre storie non sono mai sfuggiti all’attenzione del direttore. Spesso però – e qui son giunto all’aspetto quantitativo – l’orchestra ha moderato troppo i volumi e i moltissimi pregi sono rimasti un po’ in sordina. Mi sarebbe piaciuta un’orchestra più presente, cosa possibile senza sopraffare i cantanti, considerati i grossi calibri presenti in palcoscenico. Encomiabile è stata la prestazione del Coro AsLiCo, istruito da Diego Maccagnola.

Sul piano visivo a un primo e un secondo atto piuttosto scarni ha fatto seguito un terzo atto (quello di Giulietta) molto sfarzoso e un quarto atto (quello di Antonia) in cui un grande cubo ha ospitato la camera nella casa di Crespel e poi, ruotando, ha fornito uno sfondo tetro, come si conveniva, alle macchinazioni del dottor Miracle. Nel complesso le scene hanno assecondato bene il carattere fantastico dell’opera. Lo stesso ha fatto la regia di Frédéric Roels.

 

Elgar e Bruch ai Concerti d’autunno

La Serenata in mi minore per orchestra d’archi op. 20 ha aperto il penultimo concerto d’autunno, svoltosi l’11 dicembre al Palazzo dei congressi di Lugano. È un seguito di vaghe e delicate idee musicali, soffuso di poesia, tra chiaroscuri e sfumature. Vladimir Ashkenazy dal podio e l’Orchestra della Svizzera italiana lo hanno fatto rivivere con squisita raffinatezza.

Dalle lusinghe melodiche di Elgar si è passati a quelle di Bruch, del quale è stata eseguita la Fantasia scozzese per violino e orchestra op. 46. È una composizione poco ispirata, a volte piacevole, a volte monotona, come ad esempio nel lungo dialogo iniziale tra il solista e l’orchestra. L’alta qualità dell’esecuzione da parte del violinista Daniel Dodds, adeguatamente accompagnato dall’Ashkenazy e dall’orchestra, è riuscita in ogni caso a renderla interessante. Certamente il Dodds ha una cavata eccellente e sa trarre dallo strumento suoni bellissimi. Inoltre possiede grande agilità e non teme i passaggi più impervi.

Dopo la pausa è stata la volta delle Variazioni enigma di Elgar, il numero di maggior spessore del programma. Le ragioni per cui il compositore aggiunse la parola “enigma” alle variazioni non si conoscono e certe affermazioni ambigue dell’Elgar medesimo non contribuirono a fare chiarezza. Ma anche attenendoci agli aspetti puramente musicali non si può negare che il tema presenti qualcosa di enigmatico, particolarmente per le pause sul primo tempo di ogni battuta e per l’asimmetria ritmica. In più alcune variazioni contengono passaggi estrosi, capricciosi e perfino sferzanti. Penso in particolare alla

decima variazione, designata “Dorabella”, soprannome affibbiato a Dora Penny, che balbettava, dove la musica, imbastita sull’alternanza di incisi a tre o quattro note e punteggiata nei bassi da crome intercalate da pause, imita con efficacia e  non senza una certa cattiveria il difetto. Tuttavia le pagine migliori non sono quelle più o meno enigmatiche bensì quelle in cui Elgar si abbandona alla vena lirica. Nell’ottava, a una figurazione ascendente dei legni risponde un’ampia, elegante ed espressiva discesa dei violini, arricchita da un bel contrappunto intessuto dagli altri archi. Secondo le indicazioni del compositore il pezzo si riferisce a una casa del diciottesimo secolo e nella musica si percepisce l’atmosfera di una dimora dove regnano pace e tranquillità. Non meno riuscita è la variazione successiva, la quale inizia con un contrappunto denso ma dolce e sommesso, poi si illumina a poco a poco e infine diventa solare; la melodia si apre a larghi intervalli discendenti che conferiscono alla musica un respiro inconfondibile. Da ultimo sia menzionata anche la dodicesima, che con la melodia calda e struggente dei violoncelli diventa veramente quello che Elgar si era proposto come obbiettivo, ossia un tributo a un amico carissimo.

Ottima è stata l’interpretazione ascoltata a Lugano, meno scintillante di quanto sarebbe stato possibile, almeno per quanto concerne alcune variazioni, ma in compenso lisciata alla perfezione nelle sonorità, raffinata ed espressiva. Molti applausi.

Carlo Rezzonico

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