18 gennaio 2019 – Discorso di Christoph Blocher all’Albisgüetli (prima parte)

Feb 8 • Dall'UDC, Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 206 Views • Commenti disabilitati su 18 gennaio 2019 – Discorso di Christoph Blocher all’Albisgüetli (prima parte)

Come ogni anno, pubblichiamo a puntate il tradizionale discorso dell’Albisgüetli, tenuto dal già consigliere federale e nazionale Christoph Blocher. (prima parte)

I. Introduzione

Vi rivolgo un cordiale benvenuto a questa 31a assemblea dell’Albisgüetli dell’Unione democratica di centro del canton  Zurigo. 

Benvenuti in questo luogo di prese di posizione coraggiose.

Benvenuti in questo luogo dove le cose vengono chiamate con il loro nome, in questo luogo dove è tradizione prendere le parti del popolo e del nostro paese!

II. Un paese sotto pressione

Cari compatrioti,

Esiste una costante storica dalla fondazione della Confederazione svizzera: la pressione esercitata sul nostro paese.

Da oltre 700 anni, la libertà e la sicurezza della Svizzera, ma anche la nostra eccezionale Costituzione sono costantemente delle pietre d’inciampo per delle potenze straniere. Oggi come ieri, si tenta di fare trottare la Svizzera con il bastone e la carota. Ma in questo non c’è nulla di preoccupante. È una normalità storica.

Purtroppo, la resistenza di fronte a queste minacce e coercizioni non ha sempre fatto parte della normalità nel nostro paese. E ciò è particolarmente vero oggi.

Detto questo, durante gli scorsi trent’anni, l’UDC – in particolare con i suoi messaggi emessi da questo poligono di tiro dell’Albisgüetli – ha fatto parte delle principali forze di resistenza agli attacchi portati contro la libertà svizzera, contro la sicurezza, la prosperità, la qualità di vita e l’autodeterminazione del nostro paese.

III. Una Svizzera senza UDC?

Signore e Signori, dove sarebbe oggi la Svizzera senza l’UDC? È evidente: sarebbe membro dell’UE. E forse saremmo costretti a preparare un «Suixit».

Oggi possiamo tranquillamente dire agli Inglesi che gli Svizzeri hanno già deciso nel 1992 – quindi nel bel mezzo di una forte recessione economica – di non aderire né allo Spazio economico europeo (SEE), anticamera dell’UE, né all’UE. È stata una scelta più saggia che non aderire per poi in seguito uscirne di nuovo. È spesso ben più difficile divorziare che sposarsi!

L’impressionante votazione del 1992, quando popolo e cantoni votarono per l’indipendenza e l’autodeterminazione con una partecipazione di quasi l’80%, non ha purtroppo segnato la fine delle minacce straniere contro la nostra libertà. Al contrario. Oggi, i paesi che rifiutano di riprendere del diritto straniero si espongono a minacce di soft power– che sia da parte degli Stati uniti, dell’OCSE, dell’ONU, del G20, ma in questi giorni principalmente da parte dell’UE.

Il nostro presidente della Confederazione Ueli Maurer ha evocato a giusta ragione la «costante gelosia dell’estero per la nostra libertà» un «costante rigetto della libertà (Freiheitsmüdigkeit il termine in tedesco, N.d.T.) all’interno del paese». È vero che la nostra libertà è ammirata all’estero, ma vi suscita anche della gelosia. L’ultimo attacco della Commissione UE al nostro paese è cominciato otto anni fa ed è ancora in atto. L’UE esige che la Svizzera sottoscriva un «accordo istituzionale». Si è anche parlato di un «accordo-quadro». José Barroso, ex-presidente della Commissione UE e predecessore di Jean-Claude Juncker, ha indirizzato nel 2013 una lettera al Consiglio federale esigendo l’«integrazione istituzionale della Svizzera nei processi decisionali dell’UE e nella giurisdizione UE».

Che cosa nascondono queste belle parole? Oggi lo sappiamo: il legislatore svizzero, dunque il popolo e il parlamento svizzeri, sarebbe in grande misura sostituito dall’UE. E per buona misura, la Svizzera dovrebbe riconoscere la Corte di giustizia UE come istanza giudiziaria suprema, e ciò anche per la maggior parte della futura legislazione svizzera che, appunto, dovrà essere ripresa dal diritto UE. Come diceva l’ex-segretario di Stato Yves Rossier, la Svizzera accetterebbe del «diritto straniero» e dei «giudici stranieri».

(È perché Yves Rossier ha detto la verità che il Dipartimento federale degli affari esteri l’ha trasferito a Mosca. È pericoloso dire la verità a Palazzo federale. Yves Rossier può essere contento di non essere stato mandato in Siberia!)

Signore e Signori, come ha reagito il Consiglio federale a questa pretesa di vincolare la Svizzera all’UE? Oggi lo sappiamo. Si è affrettato a dar seguito alla richiesta. Concretamente, ha formulato un mandato negoziale dichiarando che la Svizzera era pronta ad accettare un tale trattato di sottomissione.

Noi abbiamo lanciato un grido d’allarme già in occasione della nostra assemblea dell’Albisgüetli del 2014, sottolineando che tale accordo avrebbe assolutamente dovuto essere sottoposto a referendum obbligatorio, come fu per il trattato SEE. E abbiamo pure detto chiaramente che mai si sarebbe potuto accettare un trattato di sottomissione.

Noi abbiamo preteso che un accordo che non solo ignora la nostra Costituzione, ma che addirittura vi si sovrappone esautorando il popolo e i cantoni dal potere politico, debba essere approvato dal popolo, dai cantoni, come pure dal parlamento. Ma sembra che l’amministrazione federale si opponga. È prevedibile che il Consiglio federale cederà alle pressioni e che anche il parlamento approverà questa clamorosa perdita di sovranità senza sottoporla obbligatoriamente a popolo e cantoni.

Ecco perché, Signore e Signori, ci dobbiamo preparare fin da ora a un voto referendario. Esattamente come 27 anni fa per la votazione sul trattato SEE/CE, si tratterà di salvare l’indipendenza della Svizzera.

Sì, Signore e Signori, questa situazione calamitosa e senza uscita nella quale ci ha messo questo progetto di accordo-quadro, chiamato oggi ufficialmente accordo istituzionale, avremmo potuto evitarla se nel 2014 si fosse dato retta all’UDC. Ricordatevi il 17 gennaio 2014 – quindi giusto cinque anni fa – quando avevamo suggerito al nostro invitato, Didier Burkhalter, allora presidente della Confederazione e capo del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), la giusta risposta da dare al signor José Manuel Barroso, presidente della Commissione UE, che chiedeva l’integrazione della Svizzera nell’UE. Avevamo gentilmente proposto al consigliere federale una lettera da scrivere al signor José Manuel Barroso, presidente della Commissione UE.

Noi conoscevamo questa buona risposta. Avevamo solo un piccolo dubbio concernente l’appellativo della lettera. Noi avevamo scritto «Caro signor Barroso». Sapevamo che l’appellativo corretto sarebbe stato «Vostra Eccellenza», ma sono delle parole che fanno fatica a uscire da labbra svizzere, e quindi optammo per «Caro signor Barroso». Ma siccome il presidente della Confederazione dà del tu al presidente della Commissione UE – abitudine peraltro deplorevole – capimmo che anche questo appellativo era sbagliato. Avremmo dovuto scrivere «Caro José» o in tedesco «Lieber Josef» o in buon Schwizerdütsch «Tschau Sepp».

Ecco un estratto della nostra bozza di lettera:

«La nostra Costituzione federale, che si basa su parecchi secoli di esperienza e storia e che ha apportato pace, democrazia e libertà al nostro paese per 200 anni, stabilisce come elemento centrale la salvaguardia dell’indipendenza, come pure la tutela della libertà e dei diritti del popolo. 

Il Consiglio federale svizzero deve tenere conto di questa norma costituzionale essenziale, quando esamina le questioni istituzionali concernenti l’UE. Come governo soggetto a questo sovrano, anche il Consiglio federale deve attenersi a questi princìpi, anche se prova qualche simpatia nei riguardi della vostra richiesta. 

In tale situazione comprenderà, caro signor Presidente, che la Svizzera, in quanto Stato indipendente che non ha assolutamente l’intenzione di aderire in maniera diretta o indiretta all’UE, non può accettare la vostra pretesa di un “vincolo istituzionale” né a livello legislativo, né a quello giurisdizionale. »

Raccomandammo poi questo passaggio, nella lettera al signor Barroso:

«Il Consiglio federale non considera essere una soluzione adeguata neppure l’obiettivo mirato dai negoziatori, ossia di porre in futuro la Svizzera di fronte all’alternativa di riprendere automaticamente del diritto UE o di sottomettersi a sanzioni, chiamate da qualche tempo anche misure di compensazione, da parte dell’UE. Si tratterebbe infatti solo di una pseudo-salvaguardia della sovranità svizzera. Il nostro paese non può perciò aderirvi. »

La nostra lettera si concludeva così:

«La Svizzera è tuttavia volentieri disposta a proseguire i contatti sulla base di colloqui fra due Federazioni di Stati indipendenti – la Confederazione svizzera da una parte, e l’Unione europea dall’altra – e a cercare delle soluzioni convenienti ad ambedue le parti, salvaguardando in ogni caso la sovranità tanto dell’UE quanto della Svizzera.  

In questo spirito di partenariato aperto e costruttivo, sarò lieto, caro signor Presidente, di discutere con Lei, nonostante le nostre storie differenti e le nostre diverse concezioni dello Stato, delle soluzioni nell’ambito di uno sperimentato processo politico.»

(Signore e Signori, un giorno chiesi a Albert Bächtold, famoso poeta dialettale svizzero-tedesco, ormai morto da molto tempo, che cosa amasse leggere. Mi rispose: «Quando non sto molto bene, leggo me stesso per farmi piacere!» Come vedete, ci sono quasi anch’io!)

Purtroppo, Signore e Signori, non fu la nostra lettera a essere inviata a Barroso, anche se sarebbe stata incontestabilmente la risposta migliore che il nostro governo avrebbe potuto dare.

Continua nel prossimo numero

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