18 gennaio 2019 – Discorso di Christoph Blocher all’Albisgüetli (2a parte)

Mag 3 • Dall'UDC, Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 334 Views • Commenti disabilitati su 18 gennaio 2019 – Discorso di Christoph Blocher all’Albisgüetli (2a parte)

Come ogni anno, pubblichiamo a puntate il tradizionale discorso dell’Albisgüetli, tenuto dal già consigliere federale e nazionale Christoph Blocher. (seconda parte)

9) Signore e Signori, ci vogliono fare ingoiare una giurisdizione straniera, con il pretesto della creazione di un tribunale arbitrale. Ma quest’ultimo sarà totalmente vincolato alle condizioni imposte dalla Corte di giustizia UE. Quest’ultima deve essere interpellata per tutto ciò che tocca il diritto UE, ossia per quasi tutte queste regolamentazioni in caso di ripresa del diritto UE da parte della Svizzera. Le sue decisioni sono vincolanti e dovranno essere riprese tali e quali dal tribunale arbitrale. Se ci lasciamo ingannare dal trucchetto del tribunale arbitrale, siamo ingenui quanto Cappuccetto rosso che non aveva capito che il lupo era sempre un lupo, anche se aveva mangiato del gesso e indossava il berretto da notte della nonna!

10) La Corte di giustizia UE ha proibito all’UE di sottoscrivere la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Essa non accetta alcuna istanza giuridica superiore a sé stessa, nemmeno la Corte europea dei diritti dell’uomo.

11) L’UE mira al divieto dell’uso di denaro contante. Come potrebbe la Svizzera sfuggirvi?

12) L’accordo istituzionale mina il federalismo svizzero e l’autonomia comunale. Il margine di manovra dei cantoni s’assottiglierebbe costantemente, perché nell’UE non si conosce il principio di uno Stato che si costruisce dal basso verso l’alto.

13) L’UE potrà imporre alla Svizzera le sue direttive sul certificato professionale europeo. Questa decisione minerebbe alla base il sistema duale di formazione professionale, la cui efficacia è dimostrata. Risultato: il livello di formazione svizzero si abbasserà.

14) L’accordo istituzionale  aumenta il numero di leggi e prescrizioni. La densità normativa internazionale aumenterà per forza di cose.

15) Dopo la sottoscrizione dell’accordo istituzionale, la Svizzera non potrà più adottare delle regolamentazioni che tengano conto delle sue peculiarità nazionali. E tantomeno avrà più i mezzi per combattere indipendentemente delle sovra regolamentazioni.

16) In altre parole, la sottoscrizione di questo accordo equivale all’acquisto di una scatola chiusa. Non sappiamo quali regolamentazioni dovremo riprendere in futuro. Non sappiamo nemmeno come l’UE evolverà. Per contro, ciò che è sicuro, è che l’UE difenderà sempre i suoi interessi e mai i nostri!

Signore e Signori, quale industriale che per tutta la sua vita ha lavorato per l’esportazione, ve lo dico chiaro: l’accordo istituzionale è dannoso per le imprese che producono in Svizzera. Esso riduce la loro competitività; è ostile all’impiego, riduce i nostri vantaggi economici, minaccia la pace sociale e abbassa il livello salariale. Esso significa la fine degli accordi bilaterali e li rimpiazza con i diktat di Bruxelles. Chi sarebbe ancora interessato a investire in Svizzera se la sua produzione, costosa ma di alta qualità, viene livellata verso il basso perché retta dalle stesse condizioni-quadro che regnano nell’UE? Che cosa potrebbe ancora stimolare le attuali aziende svizzere a rimanere nel paese, se sono sottoposte alle stesse cattive condizioni vigenti nell’UE?

V. Un colpo mortale alla Svizzera libera

Signore e Signori, è successo quanto doveva succedere: se fin dall’inizio si imbocca la strada sbagliata, non bisogna meravigliarsi se non si raggiunge la destinazione prevista. Fondamentalmente è andato tutto storto.

Ed eccoci quindi confrontati con un accordo inaccettabile. E la grande maggioranza della classe politica è paralizzata come il coniglio di fronte al serpente – nella fattispecie la Commissione UE. Con il latte alle ginocchia. Totalmente impauriti. Con una fifa blu di fronte alle minacce dell’UE. Come prima della votazione sullo SEE/CE, questo club di cagasotto che ha approvato questo letale mandato, teme il crollo dell’economia e del paese. Quante volte abbiamo visto questi ambienti stufi della patria svizzera, annunciare la fine del mondo se la Svizzera non si fosse sottomessa umilmente alle pretese dell’UE? A costoro ricorderemo allora questa frase del grande e testardo Winston Churchill: «Una persona conciliante (appeaser) è come uno che dà da mangiare a un coccodrillo perché spera che questo lo mangi per ultimo.»

Hans Hess, presidente di Swissmem, ha paura delle minacce dell’UE, in particolare della minaccia di non prolungare l’equivalenza borsistica. Non vuole ammettere che la Svizzera ha già scongiurato questo pericolo. È dovere dell’amministrazione federale preparare un piano B. Per una volta, e grazie al nostro presidente della Confederazione Ueli Maurer, il Consiglio federale ha agito saggiamente e approvato una soluzione efficace. La Svizzera ne uscirà indenne.

Qualche giorno prima della seduta decisiva del Consiglio federale del 7 dicembre 2018, l’UE ha minacciato la Svizzera di non prolungare l’equivalenza borsistica se l’accordo non fosse stato firmato entro il 7 dicembre 2018. Il Consiglio federale non ha firmato e che cosa è successo? Niente. L’UE ha remissivamente prolungato di sei mesi supplementari il riconoscimento dell’equivalenza borsistica.

I mercanti di paura rifiutano di ammettere che questo accordo istituzionale indebolisce le nostre attuali istituzioni e impone alla Svizzera un regime di assoggettamento.

Signore e Signori, il contenuto dell’accordo è ormai pubblico dal 16 gennaio non solo in francese, ma anche in tedesco. A ogni rilettura scopro qualcosa di nuovo. Si legge, per esempio, nell’articolo 19, il passaggio seguente: «Anche tutti i verbali costituiscono parte integrante di questo accordo.» In altre parole, la firma di questo

trattato non copre solo gli obblighi contrattuali, ma anche tutti i verbali annessi. Vi invito a leggere questi verbali. Sono interpretabili in tutti i sensi! Fanno pensare al tentativo di incollare dei budini al muro!

Il presidente di Swismem ha osato qualificare questo nonsenso di «accordo tagliato su misura» per la Svizzera. Quali sono dunque i sarti impiegati da Swissmem? Questi sarti non hanno certamente seguito una formazione professionale svizzera, tutt’al più degli studi di sociologia secondo gli standard UE!

VI. La soddisfazione del Consiglio federale

Nonostante questa evidente realtà, il consigliere federale Ignazio Cassis ha dichiarato il 19 dicembre 2018, di avere raccomandato al Consiglio di Stato di approvare il risultato dei negoziati. Per lui, il progetto di accordo istituzionale non è male. E ha preteso che la Svizzera ha ottenuto da parte dell’UE l’accettazione dell’80% delle sue proposte.

Signore e Signori, se l’80% degli obiettivi contiene così tante sciocchezze, figuriamoci il 100%!

Come spiegare questo fiasco?

Il 21 dicembre 2012, Bruxelles ha preteso da Berna un’«integrazione istituzionale» della Svizzera nell’Unione europea. Il Consiglio federale ha così proposto un accordo-quadro. Nell’avamprogetto del contratto (il famoso «non-paper») del 13 maggio 2013, il Consiglio federale ha accettato di fare tre concessioni all’UE:

• Tutto ciò che l’UE considera essere rilevante per il mercato interno sarà automaticamente ripreso dalla Svizzera;

• la Svizzera riconosce la Corte di giustizia UE quale ultima istanza, dunque senza possibilità di ricorso, in caso di divergenze d’opinione fra Bruxelles e Berna sull’interpretazione degli accordi bilaterali;

• Il Consiglio federale accorda all’UE un diritto di sanzione nel caso in cui la Svizzera non voglia o non possa riprendere una decisione della Corte di giustizia UE.

Signore e Signori, se l’abbandono della sovranità nazionale, l’esautorazione del legislatore svizzero e il riconoscimento di giudici stranieri, come pure un diritto di sanzione accordato all’UE, erano gli obiettivi della Svizzera in questo negoziato, allora anche l’80% è già troppo!

Il signor Cassis vuole farci ingoiare un cattivo accordo perché ha paura di misure che sarebbero prese contro la svizzera. Oh, questa costante angoscia di fronte alle pressioni e alle minacce straniere!

VII. Suicidarsi per paura di morire

Signore e Signori, dei dirigenti angosciati non sanno più quello che devono fare. Tremano come foglie davanti alle minacce proferite quasi tutti i giorni da Bruxelles nel caso questo trattato di sottomissione non venga sottoscritto. Che fare quando non si sa più come uscire dalla situazione? In situazioni senza uscita come questa, è spesso utile fidarsi dell’esperienza. Come erano le cose in passato? In situazioni uguali o analoghe? La storia ha molto da insegnarci.

Altre volte, delle potenze straniere ci hanno minacciato. La situazione era addirittura più grave. Eravamo minacciati da sanzioni militari. Ma la Svizzera aveva la forza per dire NO. Invito il signor Cassis – lo faccio a voce alta affinché mi senta anche in Ticino: dato che è un radicaleliberale, prenda allora esempio dal primo presidente della Confederazione, Jonas Furrer, un radicale zurighese. Lui dovette opporsi alle grandi potenze europee, la Prussia, l’Austria, la Francia e la Russia, che volevano impedire la creazione di uno Stato federale svizzero, liberale e democratico. E che fece questo radicale? Si presentò coraggiosamente di fronte a queste grandi potenze, dicendo loro semplicemente: «La Svizzera indipendente vuole continuare a governarsi da sola.» Poi si fece più preciso: la Svizzera è autodeterminata e neutrale. La gestione dei suoi affari interni «non può essere competenza di altri Stati». (Sì, questo era ancora un vero radicale. Ma bisogna anche dire che a quell’epoca il PAB, predecessore dell’attuale UDC, e i radicali formavano ancora un solo partito!) Non c’era altro da aggiungere. Ebbe successo. Le grandi potenze europee si tennero tranquille.

E neanche oggi c’è altro da aggiungere. Questo principio è scolpito nella pietra da 728 anni. Se solo il Consiglio federale avesse fin dall’inizio inviato questo semplice messaggio a Bruxelles. Avrebbe avuto successo. (Non avrebbe nemmeno dovuto redigere lui stesso la lettera, dato che gliene avevamo trasmesso un modello il 17 gennaio 2014, in occasione dell’assemblea dell’Albisgüetli.)

Gli attuali commissari UE rimproverano alla Svizzera che hanno incontrato 21 volte dei consiglieri federali, per cui è ora di firmare l’accordo. Jonas Furrer ha indubbiamente incontrato una sola volta i rappresentanti delle grandi potenze. E anche oggi, una sola volta sarebbe stata sufficiente se il rappresentante svizzero avesse pronunciato quest’unica frase: «La Svizzera indipendente vuole continuare a governarsi da sola.» Ed è tutto. Basta!

Ma di minacce ce ne sono state ben prima. Leggiamo nella «Frankfurter Zeitung» del 1814: «In verità, è ora che la Svizzera riceva un padrone.» Con “padrone”, il quotidiano tedesco intendeva una testa coronata e consacrata, un monarca o perlomeno un principe che avrebbe dovuto regnare su una repubblica federale vecchia di parecchi secoli.

Nel 2018, quindi 200 anni dopo, il tono non è per nulla cambiato nello stesso giornale. La differenza è che la «Frankfurter Allgemeine Zeitung» non esige più una testa coronata per la Svizzera, chiede soltanto che i funzionari di Bruxelles prendano in mano le redini del nostro paese: «Con autodeterminazione nell’isolamento», titolava questo giornale. E aggiungeva: «Bisogna che finalmente cessino questi privilegi offerti agli Svizzeri». Più di 200 anni separano queste due edizioni del giornale di Francoforte. Non c’è veramente nulla di nuovo sotto il sole. Tutto è già esistito: le pressioni esterne sulla piccola Svizzera considerata come una palla al piede, come un «nonsenso geostrategico», per riprendere le parole di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione UE, una guastafeste che impedisce di regolamentare a tutto campo e che bisogna eliminare (è vero, sarebbe molto semplice con l’accordo istituzionale).

E oggi, nel 2019, siamo esattamente a questo stesso punto che aveva ispirato a Gottfried Keller il suo «mandato per il giorno del digiuno» del 1871: «Delle voci sorridenti ma incompetenti si fanno sentire: che vuoi fare tu, piccolo popolo, con la tua libertà e la tua autodeterminazione, fra questi grandi gruppi popolari e questi destini dei popoli?» Anche a quell’epoca, la Svizzera doveva insistere sulla sua libertà e sulla sua autodeterminazione. E non era né la prima né l’ultima volta. Non c’è decisamente niente di nuovo sotto il sole.

A scuola abbiamo appreso gli avvenimenti relativi al Congresso di Vienna del 1814/15 nel quale la Svizzera riuscì con abilità a ottenere il riconoscimento della sua neutralità a livello di diritto internazionale. Ma nel 1826, il cancelliere austriaco Metternich si credette autorizzato a impartire delle lezioni alla Svizzera, dicendo: il semplice fatto che gli Svizzeri accettino delle azioni liberali, costituirebbe «un atteggiamento ostile nei confronti dell’Europa».

L’attuale cancelliere austriaco Sebastian Kurz non ha voluto essere da meno, dichiarando, prima della seduta del Consiglio federale del 7 dicembre 2018 concernente l’accordo istituzionale: «Sono sempre intervenuto per chiedere della comprensione per la Svizzera ma, a un certo punto, bisogna pure decidersi. E questo momento è arrivato».

Siamo d’accordo, signor cancelliere. Ma anche un NO chiaro e netto è una decisione.

La lezione da trarre dal passato è evidente: ogni volta che la Svizzera s’è mostrata ferma, gli avvenimenti successivi le hanno dato ragione; ogni volta che s’è piegata, le conseguenze per lei sono state negative.

Signore e Signori, faccio fatica a capire gli attuali imprenditori, i teorici economici dell’associazione economiesuisse e i deputati politici, tutte queste persone dalla mente ristretta, quando si apprestano a rinunciare alla sovranità svizzera di fronte a pressioni esterne. Ma non si rendono conto delle conseguenze del loro comportamento? Come sapete, ogni Svizzero è tenuto al servizio militare. Gli Svizzeri devono frequentare una scuola reclute per apprendere il maneggio delle armi e sanno che rischiano la loro vita quando devono, in caso di grave crisi, difendere la sovranità del loro paese. Ed ecco che i nostri manager ci chiedono di rinunciare alla nostra sovranità solo per conservare qualche eventuale vantaggio economico! Mai nella vita!

Io vi chiedo: è davvero una buona soluzione suicidarsi per paura di morire?

Continua nel prossimo numero

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