A periodi regolari torna di moda – ovviamente sempre da parte della sinistra e di elementi dell’ala socialista dei partiti borghesi – la proposta di dare il diritto di voto agli stranieri. Una volta è diritto di voto, un’altra è diritto di voto e di eleggibilità, una volta a livello cantonale e un’altra solo comunale. E ogni volta ancora, si prende una metaforica legnata sui denti e si afferma che non siamo ancora maturi, ma che verrà un giorno... ad anticipazione di un ulteriore atto parlamentare o popolare che verrà presentato in questo senso in un prossimo futuro. In Ticino, l’ultimo (per ora) atto è stata un’iniziativa parlamentare di Manuele Bertoli volta ad ottenere il diritto di voto e di eleggibilità per gli stranieri a livello comunale, co-firmata dal gruppo PS quasi in corpore, dai tre deputati Verdi, ma anche dai pipidini Boneff e Franscella e dai radicali Ducry e – udite, udite – perfino dal già presidente del partitone Giovanni Merlini. A questi si aggiungono i co-firmatari del rapporto di minoranza a favore dell’iniziativa, la radicale Giovanna Viscardi e il già presidente PPD Fabio Bacchetta-Cattori. E c’è da dire che su 77 votanti, ben 30 deputati in Gran Consiglio hanno votato a favore dell’iniziativa, mentre due sono state le astensioni. A livello nazionale, è recente la notizia che nel canton Vaud - che già ha il diritto di voto per gli stranieri nei comuni - è riuscita la raccolta delle firme per la stessa concessione a livello cantonale. C’è veramente da chiedersi che razza di fregola iper-xenofila prenda periodicamente certi nostri politici, deve trattarsi di un’epidemia molto più pericolosa della “suina”, di una variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob, il “morbo del politico pazzo”. Già i “solo Svizzeri” sono discriminati rispetto ai detentori della doppia o multipla cittadinanza, in quanto, al contrario dei secondi, possono votare solo in Svizzera (personalmente non ho nessuna voglia né intenzione di ficcanasare nella politica della vicina repubblica, ma è una questione di principio). Ma non basta: si vogliono far votare anche coloro che il passaporto svizzero nemmeno ce l’hanno! Così i “doppio-passaportisti” sarebbero discriminati una volta, i “solo-Svizzeri” due o ancora di più rispetto a chi di cittadinanze fa la collezione. Alla base di questa deriva politica, che si rispecchia anche nella acritica concessione della cittadinanza, c’è la progressiva perdita – o volontario abbandono – di amore e, soprattutto, rispetto per un paese che, a giusta ragione, era considerato in tutto il mondo come un fenomeno unico, quello che orgogliosamente definivamo il “Sonderfall Schweiz”. Ma naturalmente, per conservare un grado di eccellenza sugli altri si fa molta fatica. Meglio lasciare andare tutto a pallino e livellarci verso il basso come tutti gli altri. Nel dibattito parlamentare si è di nuovo sentita l’assurda affermazione secondo la quale la cittadinanza è un atto amministrativo, in altre parole si ha il DIRITTO alla cittadinanza, basta stabilirne le regole. Naturalmente le più blande possibili per la sinistra, per la quale le naturalizzazioni selvagge tipo catena di montaggio che si concedono in questo cantone (basti pensare che il Gran Consiglio concede due, tre o quattrocento cittadinanze in ogni sessione, tutte assieme con un unica pressione sul tasto di voto!) non dimostrano affatto che naturalizzarsi sia facile, troppo facile diciamo noi. Certo, ottenere la patente di pesca o la targhetta per il cane è più facile, ma noi crediamo che il valore di una nazionalità sia un po’ più prezioso di una patente per l’esercizio di qualsivoglia attività regolamentata per legge. Un lettore de La Regione affermava recentemente: “... lo straniero, il quale non ha MAI il diritto alla naturalizzazione, ma soltanto quello di chiederla. Una volta accertata la legittimità e la conformità della documentazione inoltrata, che cos’altro prendere in considerazione se non elementi di natura extralegale e fondamentalmente arbitrari?”. Ebbene, proprio qui sta il punto! La cittadinanza non è un DIRITTO, bensì una CONCESSIONE, la cui decisione è e deve essere lasciata al libero arbitrio della comunità nella quale si chiede di entrare a far parte. Non può esserci integrazione fintanto che manca l’accettazione da parte della comunità. Di quale natura siano gli elementi che quest’ultima considera per concedere o no la cittadinanza, è totalmente irrilevante! L’unico fattore di rilevanza è la volontà della società nella quale il richiedente chiede di entrare a far parte, di accettarlo o no. Perché se manca questa, il candidato – anche in possesso di tutti i requisiti, anche se onesto, rispettoso delle leggi e lavoratore – non potrà mai dirsi integrato. Ed è quindi assurda l’imposizione a un comune di naturalizzare uno straniero o il diritto concesso – sciaguratamente, da parte di un Tribunale federale che, alla faccia della separazione dei poteri, vieppiù ingerisce nelle questioni politiche del paese - a costui di ricorrere contro una decisione negativa. Il rapporto di minoranza della Commissione Costituzione e diritti politici del Gran Consiglio, a favore del voto agli stranieri affermava fra l’altro: ““un cittadino UE (svedese, greco, polacco, francese, ecc.) residente in Italia, a Milano ad esempio, può esercitare il diritto di voto, in occasione delle elezioni di Sindaco, Consiglio Comunale e Consigli Circoscrizionali della città di Milano”. Ma lo svedese a Milano non è uno straniero, è un connazionale (nel senso dell’UE) proveniente da un altro cantone. E anche da noi, lo Svizzero proveniente da un altro cantone ha il diritto di voto nel comune di domicilio – riservati i tempi tecnici di registrazione da parte dell’Ufficio controllo abitanti. Ma dubito fortemente che Milano dia il diritto di voto all’immigrato pachistano o ruandese. Fortunatamente, la proposta sinistroide è stata bocciata dal Gran Consiglio, come detto, con 45 voti contro 30. E c’era chi proponeva di approvarla per farla bocciare dal popolo a stragrande maggioranza (infatti, trattandosi di una modifica costituzionale, in caso di approvazione del Parlamento sarebbe comunque stata sottoposta allo scrutinio popolare). Ma abbiamo risparmiato i costi di un’inutile votazione, e va bene così. Dubito comunque che un NO, anche plebiscitato, del popolo sarebbe sufficiente a togliere i bachi che hanno nidificato in certi cervelli assurdamente xenofili.
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